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 2017  giugno 29 Giovedì calendario

Nasce Paolo Borsellino

• Nasce a Palermo, di venerdì, Paolo Borsellino, figlio di Diego Borsellino e Maria Lepanto, proprietari, in via Vetriera, della farmacia più antica e frequentata della zona. I genitori spediscono ad amici e parenti un biglietto di cartoncino: «Diego e Maria Borsellino partecipano la nascita del loro Paolo. 19.1.40 XVIII. Via Vetriera, 57». I Borsellino, con simpatie politiche di destra, sono una famiglia molto in vista alla Magione, quartiere di professori, commercianti, esponenti della media borghesia. La vita di Paolo gravita in piazza Kalsa, gli stessi spazi, abitati dal popolino, di Giovanni Falcone. «Per anni ho pensato quanto fosse impalpabile, in quel quartiere, il confine che ci separava dalla mafia. Come tanti altri ragazzi che abitano alla Magione, in vicolo del Pallone, in via Butera, avrei potuto imboccare la strada di contrabbandiere, di uomo d’onore, anziché quella di magistrato». [Lucentini 2003]

Paolo Borsellino chierichetto

• A sei anni Paolo Borsellino parla di continuo, interrompe gli altri, incalza chi non risponde alle sue domande, è irruento. Frequenta la chiesa di San Francesco, è chierichetto, e nell’atrio interno dell’ex convento gioca a pallone come tutti. Ha tre fratelli: Adele (nata nel 1938), Salvatore (1942), Rita (1945). La sera, attorno alla tavola da pranzo, resta incantato dallo zio materno Ciccio Lepanto, reduce della campagna d’Africa di Mussolini, che narra episodi di battaglie e duelli a colpi di pistola [Lucentini 2003]

Paolo Borsellino si diploma

• Si diploma al liceo classico Meli con nove in greco e otto in tutte le altre materie. [Lucentini 2003]

Paolo Borsellino si iscrive a Giurisprudenza

• Si iscrive a Giurisprudenza, matricola 2.301. [Lucentini 2003]

Paolo Borsellino, il Fuan e la bicicletta

• Nel 1959 Paolo Borsellino aderisce all’associazione universitaria missina Fronte universitario d’azione nazionale. Dopo una rissa tra studenti “neri” e “rossi” viene fermato dalle forze dell’ordine nei pressi della facoltà di legge. Finisce davanti al magistrato, viene interrogato, ammette la militanza nell’organizzazione studentesca di destra, giura però che in quel pestaggio non c’entra nulla. Il magistrato Cesare Terranova gli crede e lo rimanda a casa dopo aver firmato il verbale di archiviazione.
 Scampato il pericolo torna alla normale vita universitaria, prendendo l’abitudine di alzarsi la mattina presto, non più tardi delle sei: beve un caffè, inizia a studiare nella stanza accanto a quella del fratello Salvatore, e verso le 11 fa una lunga pausa percorrendo via Ruggiero Settimo in bicicletta (una Bianchi che gli invidiano tutti, acquistata di seconda mano quando aveva 17 anni). [Lucentini 2003]

Paolo Borsellino si laurea con 110 e lode

• A 22 anni si laurea con 110 e lode discutendo una tesi dal titolo: “Il fine dell’azione delittuosa”.
 Pochi giorni dopo, a causa di una malattia, muore il padre, all’età di 52 anni. Un lutto che, alle sofferenze personali, aggiunge seri problemi economici legati alla gestione della farmacia. Rita Borsellino: «Nessuno di noi in quel momento ha una laurea per tenerla aperta. Per non perderne la proprietà, mi impegno con l’ordine dei farmacisti a a ultimare l’università entro i quattro anni previsti. Siamo costretti a darla in affitto, riceviamo in cambio una somma irrisoria: 120 mila lire al mese. Dobbiamo arrangiarci, è un periodo di grosse ristrettezze. Qualche nostro amico si può già permettere la Seicento, Paolo è costretto a spostarsi in bicicletta. Lui è l’unico della famiglia che riesce a portare qualche soldo a casa: aiuta i laureandi a scrivere le tesi, dà lezioni private di italiano». [Lucentini 2003]

Paolo Borsellino è il più giovane magistrato d’Italia

• Paolo Borsellino supera il concorso in magistratura: classificatosi venticinquesimo sui 171 posti messi a bando, è il più giovane magistrato d’Italia. [Lucentini 2003]

I pasticci domestici di Paolo Borsellino

• Paolo Borsellino inizia il lavoro da magistrato al tribunale di Enna, sezione civile. Nel suo piccolo ufficio si occupa di cause di lavoro. La sua prima casa da fuori sede è in piazza Vittorio Emanuele 15. Nella vita domestica è pasticcione: quando prepara il caffè spesso lo dimentica sul fuoco e inonda di spruzzi la cucina, un paio di volte dimentica di chiudere il rubinetto del bagno e al rientro lo trova trasformato in laguna. [Lucentini 2003]

Paolo Borsellino diventa pretore

• Paolo Borsellino viene nominato pretore a Mazara del Vallo. [Lucentini 2003]

Paolo Borsellino, il pepe e le sigarette

• Il presidente del tribunale di Enna, Nello Sciacca, nel suo discorso di congedo prima di approdare al Palazzo di Giustizia di Catania: «Un discorso a parte merita Paolo Borsellino (...) tremo per lui e lo raccomando a tutti voi (...)  Cercate di spiegargli quante sigarette si possono impunemente fumare in un giorno, quanto pepe vada sparso sulle pietanze, e infine come non sia del tutto indispensabile, uscendo di casa, lasciare la luce accesa, la porta spalancata e tutti i rubinetti aperti (...) Lo ricorderò sempre come un caro ragazzo, che poteva essere mio figlio, e dietro il quale correvo giù per le scale del tribunale gridando: “Paolo, accidenti a te, torna indietro, fuori piove e fa freddo...Paolo, torna indietro ...almeno l’ombrello...”». [Lucentini 2003]

Paolo Borsellino sposa Agnese

• Nella Chiesa SS. Trinità alla Magione, Paolo Borsellino sposa Agnese Piraino Leto, figlia del magistrato Angelo, conosciuta nel settembre 1967 nello studio di un notaio palermitano. Il racconto di Agnese: «Sono lì per firmare un atto. Paolo è cliente dello stesso notaio, che me lo presenta. Ha il fisico asciutto, il viso magro: proprio un bell’uomo. Lo rivedo solo un anno dopo, ci incontriamo per strada, parliamo, iniziamo a frequentarci. E, come le storie d’amore dei film, due mesi dopo ci sposiamo». Il Giornale di Sicilia dà notizia in cronaca del matrimonio, pubblicando anche la foto degli sposi. Paolo Borsellino conserva quel ritaglio tra i suoi ricordi più cari.

Paolo Borsellino, la Cinquecento e la mafia di provincia

• Alla fine del 1969, i giorni della strage di Piazza Fontana a Milano, arriva un nuovo trasferimento: pretura di Monreale. Borsellino ha da poco acquistato la sua prima auto, una Fiat 500, con cui va al lavoro. A Monreale conosce il capitano dei carabinieri Emanuele Basile e scopre «la mafia sanguinaria di provincia, i corleonesi, i viddani, per intenderci.
 Con interessi radicati nelle campagne ma con ramificazioni già profonde in altri centri, Palermo in testa» (Paolo Borsellino). [Lucentini 2003]

Paolo Borsellino a Palermo

• Paolo Borsellino viene trasferito al tribunale di Palermo.

Paolo Borsellino sotto la guida di Rocco Chinnici

• Entra all’Ufficio istruzione processi penali sotto la guida di Rocco Chinnici. Con il Capitano Basile lavora alla prima indagine sulla mafia.

Leoluca Bagarella, in segno di spregio, chiama Borsellino «signore»

• La mafia uccide Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo. L’inchiesta è affidata a Borsellino, che emette quindici mandati di cattura. Tra gli arrestati anche Leoluca Bagarella. Quando Borsellino lo interroga, non risponde alle sue domande e in segno di spregio lo chiama «signore» anziché «giudice». Durante le indagini viene anche a galla la love story che lega Bagarella a Vincenza Marchese, sorella di Antonino, altro pezzo da novanta delle cosche. In un covo si trovano infatti dei bigliettini stampati in un tipografia amica di Cosa nostra che annunciano il fidanzamento dei due rampolli della mafia e una bomboniera con i confetti. Significa che l’alleanza  tra cosche si va allargando. [Lucentini 2003]

Paolo Borsellino manda in galera lo zio di Totò Riina

• Nuovi mandati di cattura. In carcere finisce anche Giacomo Riina, zio di Totò. [Lucentini 2003]

Due alfa romeo sgangherate scortano la famiglia Borsellino

• Durante la festa di Monreale viene ucciso in un agguato il capitano Basile. Il pomeriggio, nelle campagne di Monreale, vengono fermati tre uomini sospettati dell’agguato: Vincenzo Puccio, Armando Bonanno e Giuseppe Madonia, vicini ai corleonesi di Totò Riina. Per la famiglia di Borsellino arriva la prima scorta: due alfa romeo sgangherate, alla guida un carabiniere o un poliziotto, al fianco due colleghi armati. Agnese: «Iniziamo a disertare i locali pubblici, a Paolo dispiace costringere la gente a convivere con uomini con le pistole in pugno e vuole evitare di esporre anche me a situazioni di pericolo. Niente più cinema, niente teatro, niente più passeggiate: dal giorno dell’omicidio Basile in poi, tutto dimenticato. Ci limitiamo alle riunioni in casa di amici e d’estate nel villino di Villagrazia, l’unico posto dove Paolo non è costretto a condurre una vita blindata. Cominciano ad arrivare le prime lettere di minacce a mio marito, che non mi nasconde niente: “La paura è normale che ci sia, in ogni uomo”, ammette. “L’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti”». Borsellino ripete spesso: «Noi giudici siamo in libertà vigilata e i boss e i latitanti vanno al mare e al ristorante». [Lucentini 2003]  

• Manfredi, figlio di Paolo Borsellino, sulle vacanze a Villagrazia: «La barca di papà diventa il polo di attrazione di tutti i bambini che abitano nei dintorni: è di seconda mano, l’ha restaurata lui, porta tutti noi a cento metri dalla costa, in un tratto di mare chiamato la “chiazza azzurra”. Gioca come uno di noi: si tuffa in modo strano per stupirci, ci trascina prendendoci per i salvagenti, ci spruzza acqua in faccia». [Lucentini 2003]

Borsellino e Falcone indagano insieme

• I giornali titolano in prima pagina: «Quattro giudici per Alberti». L’inchiesta sul colossale traffico di droga gestito da Gerlando Alberti verrà infatti condotta da quattro magistrati: il consigliere istruttore Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giovanni Barrile. «L’innovazione – si legge in un articolo – risponde principalmente all’esigenza di concentrare il lavoro dei giudici impegnati nella lotta alle cosche». È il primo passo verso quello che diventerà il pool antimafia. [Lucentini 2003]

• Paolo Borsellino su Falcone: «Lo conoscevo appena quando eravamo ragazzi. È più grande di me di sei mesi, si è diplomato e laureato tre mesi prima di me, persino nell’ingresso in magistratura mi ha preceduto: tre mesi di anticipo, anche lì». [Lucentini 2003]

La prima intervista in tv di Paolo Borsellino

• I frutti del lavoro dei quattro giudici si vedono subito: il 17 ottobre scatta un blitz tra Palermo e Roma. I clan della droga ne escono in ginocchio. «La curiosità su questo gruppo di toghe comincia a montare. Cos’è mai la mafia, chi sono costoro che pretendono di sconfiggerla? [...] Per Borsellino arriva la prima intervista in tv. Il figlio Manfredi: “Ricordo le critiche spietate che muoviamo a mio padre quel giorno dopo l’intervista: hai un accento troppo siciliano, pronunci la “r” in modo strascicato, se dici “probbabbilmente” con troppe “b” forse la gente di Milano non ti capirà. Hai parlato come quando sei a tavola qui a casa, non pensando di essere davanti a migliaia di persone. Papà sorride. Capisce che l’intervista è andata bene”». [Lucentini 2003]

La campagna contro i «giudici dalle manette facili»

• Il nuovo stile giudiziario dei magistrati guidati da Chinnici, la conduzione graffiante di indagini che puntano al cuore della pubblica amministrazione, del malgoverno, della zona grigia che alimenta collusioni con Costa nostra, non piace a tutti. Dopo l’arresto di un avvocato di Palermo, accusato di appropriazione indebita, parte una campagna contro «i giudici dalle manette facili», contro «l’uso generalizzato dei provvedimenti restrittivi». Borsellino commenta pubblicamente: «Questa faccenda dei mandati di cattura facili viene sollevata sempre quando c’è di mezzo un colletto bianco. Nessuno si lamenta quando si usa il giusto rigore con i delinquenti comuni». [Lucentini 2003]

Il Csm chiama a raccolta i magistrati che indagano sulla mafia

• La Commissione riforma del Consiglio superiore della magistratura chiama a raccolta tutti i magistrati impegnati in indagini contro la criminalità organizzata: Chinnici, Falcone, Di Lello, Geraci Di Pisa, Borsellino, hanno l’occasione per confrontarsi coi colleghi delle altre Regioni (tra cui il milanese Gherardo Colombo). Dopo due giorni di dibattito approvano un documento che chiede al Csm «di stimolare la produzione di adeguati pool di giudici inquirenti ben distribuiti e in costante contatto, così come avvenuto per il terrorismo», «il potenziamento degli organi di polizia giudiziaria», «la revisione dei criteri di scelta dei giudici popolari per assicurarne la piena indipendenza», «l’istituzione di un’anagrafe bancaria per scovare i capitali sporchi della mafia». [Lucentini 2003]

L’encomio mai arrivato e le “rubriche di Paolo”

• Il giorno dopo l’entrata in vigore della nuova legge antimafia Rognoni-La Torre, scatta un blitz in un centinaio di banche: i finanzieri sequestrano montagne di documenti, congelano conti e depositi sospetti. Chinnici invia una lettera al presidente del tribunale per sollecitare un encomio a Borsellino: “Magistrato degno di ammirazione, dotato di raro intuito, di eccezionale coraggio, di non comune senso di responsabilità, oggetto di gravi minacce, ha condotto a termine l’istruzione di procedimenti a carico di pericolose associazioni a delinquere di stampo mafioso”. L’encomio richiesto non arriva. [Lucentini 2003]

• Borsellino, metodico, compila con pazienza certosina una serie di quaderni, “le rubriche di Paolo”, in cui annota tutto: nome dell’imputato, circostanze che lo riguardano, pagine processuali in cui è citato, ecc. L’amico e collega Giuseppe Ayala, sfottendolo per il suo passato da simpatizzante del Fuan, lo chiama «camerata Borsellino»: «Ci rideva su, io entravo sguainando il braccio destro e lui rispondeva allo stesso modo» (Ayala nel libro La guerra dei giusti).

Assolti Bonanno, Puccio e Madonia

• Bonanno, Puccio e Madonia, i tre imputati per l’omicidio del capitano Basile, vengono assolti per insufficienza di prove.

Ucciso Rocco Chinnici: Borsellino è distrutto

• Un’autobomba uccide il giudice Rocco Chinnici. Borsellino è distrutto. La moglie Agnese: «Con Rocco, mio marito aveva un rapporto di amicizia e di fiducia intensa e reciproca. Una collaborazione durata tanti anni, fondata sulla massima intesa. Per Paolo la sua uccisione è un altro dolore atroce...». Borsellino: «La mafia ha capito tutto. Avrebbero potuto colpire me o Falcone, ma avrebbero solo reciso la diramazione di un corpo articolato. Uccidere Chinnici, il consigliere istruttore che ha impresso una svolta epocale nelle indagini antimafia, significa troncare la testa di quel corpo, la mente di un ufficio». [Lucentini 2003]

Catturato in Brasile Tommaso Buscetta

• Il boss Tommaso Buscetta, noto come “don Masino”, catturato a San Paolo del Brasile.

Arriva a Palermo il giudice Antonino Caponnetto

• A sostituire Chinnici arriva a Palermo il giudice Antonino Caponnetto. Siciliano d’origini, prende le redini di un ufficio istruzione smarrito, mettendo in piedi una squadra di giovani magistrati che si occupano esclusivamente degli affari di Cosa nostra. Giovanni Falcone diventa il capo di questo pool. [Lucentini 2003]

Arrestati 366 mafiosi

• Grazie alle confessioni di Buscetta, che ha deciso di pentirsi, scattano le manette per 366 mafiosi (blitz di San Michele). Si fa strada l’idea di un maxiprocesso a Cosa nostra.

Borsellino, i «collaboratori» della mafia e la cassaforte di Falcone

• Borsellino, parlando del maxiprocesso durante un seminario a Siracusa: «Con Buscetta abbiamo visto la mafia dal di dentro, abbiamo scoperto che accanto agli uomini d’onore ci sono collaboratori stabili ma esterni». [Lucentini 2003]  

• Durante la preparazione del maxiprocesso Borsellino, che lavora coi collegni in un bunker senza finestre, un giorno va a trovare l’amico Giovanni Falcone. «Giovanni, devi darmi immediatamente la combinazione della cassaforte del tuo ufficio». «E perché?». «Sennò quando ti ammazzano come l’apriamo?». (Giovanni Falcone) [Falcone-Padovani]

Arrestato Vito Ciancimino

• Arrestato Vito Cancimino, potente e temutissimo ex sindaco di Palermo, accusato di legami con Cosa nostra.

Borsellino, la paura dell’aereo e il frutto «mai visto prima»

• Dopo la cattura di Buscetta, Falcone Borsellino e Ayala sono costretti ad andare in Brasile. Borsellino, che ha il terrore dell’aereo, dice ai colleghi: «Non farò dieci ore di viaggio neppure con la camicia di forza». Invece le fa. E al ritorno, nel decollo da Rio, si scatena un temporale terrificante. L’aereo traballa. Paolo guarda gli amici che lo rassicurano: tutto normale, normalissimo. Al secondo fulmine si gira ancora verso di loro: tutto normalissimo. E così altre due volte, sinché l’aereo sobbalza come un pullman che corre sulle pietre e un boato spaventoso fa tremare tutto l’abitacolo, e lui con lo sguardo incazzoso: «Questo pure normale è?». [Filippo Facci, Giorn. 19/07/2007]. 

• Tornato dal Brasile, Paolo Borsellino racconta che nella stanza d’hotel a Rio de Janeiro aveva trovato un cesto pieno di frutta: ananas, banane, arance «e un frutto mai visto prima»: «Assomiglia a una pesca ma è grande come un pallone da rugby. Ne mangio un po’ ogni giorno, la mattina e la sera. La polpa è dura, il sapore amaro. In quattro giorni lo termino. Rimane solo il nocciolo, ma stranamente è morbido. Lo prendo, apro la finestra, mi accerto che nessuno mi veda, lo getto nel vuoto. Solo dopo, parlando con un cameriere brasiliano, scopro che per quattro giorni ho mangiato la buccia. E che dalla finestra ho lanciato il frutto». [Lucentini 2003]

Ucciso dalla mafia Beppe Montana

• Viene ucciso dalla mafia il commissario Beppe Montana.

Falcone e Borsellino trasferiti all’Asinara

• Falcone e Borsellino vengono immediatamente trasferiti all’Asinara per concludere le memorie e predisporre gli atti senza correre ulteriori rischi. Un mese con mogli e figli. E al ritorno al ritorno pagano di tasca loro il «soggiorno». Il racconto di Borsellino: «La notizia che la mafia progettava qualcosa contro di noi e dei nostri familiari giunse dalla squadra speciale di agenti carcerari che raccoglieva voci ed umori delle celle. Adesso questa squadra non esiste più. Ricordo che fummo presi, io, Giovanni, sua moglie Francesca, mia moglie e i miei tre figli. In 48 ore ci portarono all’Asinara: in aereo fino ad Alghero, poi a Porto Torres via terra ed infine nell’isola con la motovedetta degli agenti». «Era difficile continuare a lavorare. I telefoni funzionavano male e non avevamo con noi le carte. Giovanni era riuscito a portarsi appresso la parte che riguardava l’omicidio Dalla Chiesa. Per me era più difficile perché, per quello che dovevo fare, avrei dovuto portare all’Asinara circa 800 volumi. Tra parentesi, tutta questa vicenda ha provocato una grave malattia a mia figlia, l’anoressia psicogena, e mi scese sotto i 30 chili. Siamo stati buttati all’Asinara a lavorare per un mese e alla fine ci hanno presentato il conto, ho ancora la ricevuta. Pagammo – noi e i familiari – diecimila lire al giorno per aver utilizzato la foresteria del carcere, sei stanzette, e in più pagammo i pasti. I magistrati fuori sede hanno diritto alla missione. Ma quella era una missione particolare. Avremmo dovuto chiedere il rimborso. Non lo facemmo, allora avevamo cose più importanti da fare». [Sta. 17.6.1992; Filippo Facci, Giorn. 19/07/2007]

Ucciso dalla mafia Antonino Cassarà

• Ucciso dalla mafia il poliziotto Antonino Cassarà. Nel carcere dell’Ucciardone viene intercettato uno scambio di cartoline tra boss che, in codice, ordinano di uccidere Borsellino e Falcone. [Lucentini 2003]

Inizia il maxiprocesso alla mafia

• Inizia nell’aula bunker di Palermo il maxiprocesso contro Cosa nostra: 474 imputati sono accusati di associazione mafiosa, omicidio, estorsione e traffico di droga.

Paolo Borsellino chiede il trasferimento a Marsala

• Paolo Borsellino chiede il trasferimento alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Marsala per ricoprire l’incarico di Procuratore Capo. Il Consiglio superiore della magistratura, con una decisione storica, il 10 settembre accoglie l’istanza sulla base dei soli meriti professionali e dell’esperienza acquisita dal giudice, tralasciando per la prima volta il requisito dell’anzianità di servizio.

La scorta di Borsellino investe e uccide uno studente

• Una Fiat Uno taglia la strada all’auto blindata che scorta l’Alfetta di Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta. La pantera sbanda e finisce sulla pensilina della fermata dell’autobus dove un gruppo di studenti è in attesa. Biagio Siciliano, 14 anni, muore sul colpo. Altri ragazzi restano feriti. Le polemiche «contro i giudici blindati che sfrecciano per le vie del centro» divampano immediate. La figlia Fiammetta: «Parte dell’opinione pubblica, i palermitani che mal sopportano le sirene o le zone di rimozione forzata sotto casa, si scagliano violentemente contro mio padre. Non importa se i Borsellino, i Guarnotta, i Di Lello rischiano ogni giorno la vita. Non importa se i giudici non sono responsabili di quanto accaduto. Cominciano ad arrivare a casa nostra una miriade di telefonate anonime: insulti, minacce. Mio padre passa ogni momento libero in ospedale, dopo il lavoro va a trovare i feriti, gli amici dei ragazzi. Poi torna a casa distrutto, sconvolto». [Lucentini 2003]

Borsellino prende servizio a Marsala

• Paolo Borsellino prende servizio a Marsala dove per cinque anni guida una delle Procure più impegnate sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. Nel corso di questo quinquennio è dapprima nominato Segretario provinciale della corrente di Magistratura Indipendente, poi Presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Magistrati. Vive in un appartamento nella caserma dei carabinieri per risparmiare gli uomini della scorta. In suo aiuto arriva il salernitano Diego Cavaliero, magistrato di prima nomina: i due lavorano tanto e con passione.

Leonardo Sciascia attacca Paolo Borsellino

• Leonardo Sciascia, sul Corriere della Sera, attacca Borsellino e il sindaco di Palermo Leoluca Orlando in un articolo dal titolo «I professionisti dell’antimafia». Sciascia cita i due come esempi di una categoria di «privilegiati» che sta prendendo sempre più piede in Sicilia, regione dove il potere fondato sulla lotta alla mafia «è molto simile, tutto sommato, al potere mafioso e al potere fascista». In particolare attacca Borsellino per la nomina a Marsala, facendo notare ai lettori che «nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso». Le polemiche legate all’articolo divampano subito. Una fazione, quella ostile ai «giudici sceriffi» e al pool antimafia, plaude a Sciascia. Un’altra lo accusa di colpire il nuovo anziché il vecchio. Il coordinamento antimafia bolla Sciascia con un epiteto coniato da lui stesso ne Il giorno della civetta: «quaquaraqà», «cosa da niente». Borsellino, amareggiato, pubblicamente tace, ma alla moglie confida: «C’è qualcuno che ha interesse a screditarmi, un burattinaio che ha sfruttato la buonafede dello scrittore». Per lui Il giorno della civetta è il libro «per capire la mafia», tanto che qualche giorno dopo lo regala a Diego Cavaliero: «Ne leggo qualche pagina dopo pranzo, la sera lo commentiamo insieme. E’ traendo spunto da questo libro che Paolo comincia a parlarmi del mafioso palermitano, dei simboli e delle differenze che passano per esempio tra due frasi che sembrano avere lo stesso significato: ti cercano e ti stanno cercando. La prima, mi spiega, non nasconde nessuna insidia; la seconda è carica di significati minacciosi». [Lucentini 2003]

Caponnetto lascia il pool per motivi di salute

• Antonino Caponnetto è costretto a lasciare la guida del pool di Palermo per motivi di salute. Tutti si aspettano che al suo posto sarà nominato Giovanni Falcone, anche Borsellino è ottimista. Ma il Csm non è dello stesso parere.

Il maxiprocesso condanna 360 imputati

• Dalle 19.30 alle 20.30 viene letta la sentenza del maxiprocesso che condanna 360 imputati. Prima significativa vittoria processuale dello Stato nella lotta alla mafia.

Il Csm nomina Antonino Meli successore di Caponnetto

• Il Csm nomina Antonino Meli quale successore di Caponnetto, giustificando la decisione con la maggiore anzianità di servizio di Meli rispetto a Falcone. L’impostazione che Meli imprime all’Ufficio Istruzione è diametralmente opposta a quella di Caponnetto: la visione di Cosa nostra come organizzazione unitaria con vertice a Palermo e diramazioni sul territorio viene nei fatti negata e i singoli procedimenti per reati di stampo mafioso vengono frammentati fra diversi Uffici Istruzione. La circolazione di informazioni all’interno del pool palermitano viene meno e quel delicatissimo congegno investigativo entra in stallo.

Paolo Borsellino: «Hanno disfatto il pool antimafia»

• Borsellino, temendo che il pool stia per essere sciolto, parla in pubblico, a più riprese, raccontando quel che sta accadendo alla procura di Palermo. In particolare, in due interviste rilasciate 20 luglio 1988 a l’Unità e a Repubblica, riferendosi al Csm, dichiara tra l’altro: «Si doveva nominare Falcone per garantire la continuità all’Ufficio», «hanno disfatto il pool antimafia», «hanno tolto a Falcone le grandi inchieste», «la squadra mobile non esiste più», «stiamo tornando indietro, come 10 o 20 anni fa». Per queste dichiarazioni viene messo sotto inchiesta. Il Presidente della Repubblica Cossiga interviene in suo favore. Si decide di indagare su ciò che succede nel palazzo di Giustizia.

Meli resta al suo posto

• Il Csm convoca Borsellino, il quale rinnova accuse e perplessità. Meli, però, resta al suo posto.

Il palazzo dei veleni

• Attilio Bolzoni scrive su Repubblica un articolo dedicato al “palazzo dei veleni”, com’è stato ribattezzato, dopo le ultime vicende, il Palazzo di Giustizia di Palermo. In particolare, su Meli: «Il nuovo consigliere arriva dalla Corte di assise di Caltanissetta dove con grande scrupolo (l’istruttoria era stata chiusa con il rito sommario in quaranta giorni) costruì il processo contro Michele Greco accusato di essere il mandante dell’omicidio Chinnici. Meli prende il posto di Antonino Caponnetto, un consigliere istruttore che con Giovanni Falcone e gli altri giudici del pool aveva subito trovato un’intesa. (...) Ma perché Borsellino punta il dito contro i nuovi metodi di gestione del consigliere istruttore? (...) nel bunker con Meli è entrata una nuova filosofia: tutti si devono occupare di tutto. E come Falcone deve studiare ad esempio le carte di una rapina, altri giudici esamineranno gli atti di processi contro Cosa nostra. Qualcuno lo chiama allargamento del pool. Qualcun altro polverizzazione delle indagini». [Attilio Bolzoni, Rep. 13 /9/1988]

Borsellino parla dei legami tra mafia e politica

• Borsellino chiede il trasferimento alla Procura di Palermo e l’11 dicembre 1991 vi ritorna come Procuratore aggiunto, insieme al sostituto Antonio Ingroia. Lì ricomincia a lavorare con l’impegno e la dedizione di sempre. Nuovi pentiti e nuove rivelazioni confermano il legame tra mafia e politica. «I rapporti tra mafia e politica? Sono convinto che ci siano – dice Borsellino – e ne sono convinto non per gli esempi processuali, che sono pochissimi, ma per un assunto logico: è l’essenza stessa della mafia che costringe l’organizzazione a cercare il contatto con il mondo politico. È maturata nello Stato e nei politici la volontà di recidere questi legami con la mafia? A questa volontà del mondo politico non ho mai creduto». [Lucentini 2003]

Il pentito Calcara a Borsellino: «Sono l’uomo che doveva ucciderla»

• Paolo Borsellino racconta divertito il suo incontro con il boss della droga Vincenzo Calcara, che nel novembre 91 s’era pentito perché aveva paura d’essere ammazzato (aveva sottratto una valigia con dieci chili di coca) e gli aveva svelato che Cosa nostra aveva deciso di farlo fuori: «Permette signor giudice che l’abbracci? Io sono l’uomo che doveva ucciderla. Lei, come procuratore di Marsala, aveva dato fastidio alla famiglia di Castelvetrano. Per questo dovevo ucciderla. Lei aveva rotto i...» «Io aspettavo un fucile di precisione con cannocchiale. Avrei dovuto ucciderla lungo l’autostrada Mazara del Vallo-Palermo. Aspettavo per assassinarla solo il permesso della cupola di Cosa nostra, da Palermo, perché Palermo è la capitale del mondo. Il permesso però non arrivò, e così lei non fu ucciso» [Giorgio Petta, Cds 7/5/1992]

Ucciso Salvo Lima

• Ucciso dalla mafia l’eurodeputato Salvo Lima. Si spezza l’equilibrio tra Cosa nostra e politica che ha resistito per anni. Giovanni Falcone commenta l’accaduto con queste parole: «E adesso viene giù tutto…» [19luglio1992.com]

Stroncata la mafia di Castelvetrano

• L’operazione di polizia giudiziaria chiamata Concorde permette alle forze dell’ordine coordinate da Paolo Borsellino di stroncare la mafia di Castelvetrano (Trapani). Vengono arrestati fra l’altro il sindaco Antonio Vaccarino e l’impiegato in pensione della Cassazione Giuseppe Schiavone che era stato per lungo tempo segretario di cancelleria della prima sezione della Cassazione, la stessa presieduta dal giudice Corrado Carnevale. Dall’inchiesta emerge che Schiavone ha favorito l’organizzazione mafiosa passando notizie riservate e forse facendo slittare nel tempo la fissazione dei processi. Il contributo decisivo alle indagini viene dal pentito Vincenzo Calcara. [19luglio1992.com]

Vittorio Mangano, Dell’Utri e Berlusconi

• Nel pomeriggio del 21 maggio, nella sua abitazione di via Cilea a Palermo, Paolo Borsellino rilascia ai giornalisti francesi Jean-Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi un’intervista in cui menziona alcune delle “teste di ponte” della mafia al nord Italia. In particolare Borsellino cita il mafioso Vittorio Mangano e ricorda i suoi rapporti con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Borsellino dice inoltre che a Palermo è in corso un’inchiesta aperta con il vecchio rito istruttorio che vede coinvolti Mangano Vittorio, Dell’Utri Marcello e Dell’Utri Alberto. [19luglio1992.com]

Le lacrime di Borsellino per Falcone ucciso dalla mafia

• A Capaci la mafia fa saltare in aria Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro. Borsellino, saputo dell’attentato mentre si trova dal suo barbiere in via Riccardo Zandonai, corre all’ospedale civico, dov’è ricoverato Falcone in fin di vita. Poco dopo arriva anche Antonio Ingroia, che ricorda: «Lo trovai appoggiato contro il muro, il capo chino, il volto stanco. Era come... svuotato. E’ come se fosse invecchiato tutto in una volta. Ha raccolto l’ultimo respiro di Giovanni Falcone. La sua voce rivela il vuoto assoluto nel quale è appena precipitato: “È morto così, tra le mie braccia”». Lucia scoppia in un pianto dirotto. Il padre la riprende dicendole di non dare spettacolo. Ma pochi istanti dopo anche lui crolla nello stesso pianto abbracciandosi alla figlia». [Bongiovanni-Baldo 2011]

Paolo Borsellino e la bara di Falcone

• Paolo Borsellino porta la bara di Falcone nell’atrio del Palazzo di Giustizia adibito a camera ardente. Poggiato il feretro, si rivolge ai suoi colleghi indicando le bare: «Chi vuole andare via da questa Procura se ne vada. Ma chi vuole restare sappia quale destino ci attende. Il nostro futuro è quello. Quello lì». [Bongiovanni-Baldo 2011]

Paolo Borsellino al funerale di Falcone

Nella Basilica di San Domenico, in una grigia giornata di pioggia, i funerali delle vittime di Capaci. «I politici sono costretti a entrare in chiesa dal retro per evitare l’assalto (...) Paolo Borsellino, Antonino Caponnetto e i loro colleghi sono tutti lì in piedi, con la toga addosso, terrei in volto. Segnati, svuotati dal dolore. Dalle navate della chiesa si sollevano grida di rabbia contro i rappresentanti delle istituzioni. Fuori continua a piovere». [Bongiovanni-Baldo 2011]

Borsellino rifiuta il posto di Falcone

• A pochi giorni dalla morte di Giovanni Falcone, il suo amico, «amico da quando avevano i calzoni corti», Paolo Borsellino decide di partecipare, nonostante il dolore, alla presentazione del libro di Pino Arlacchi Gli uomini del disonore. A Roma, al tavolo della conferenza, oltre a Borsellino siedono il ministro degli Interni, Vincenzo Scotti; Claudio Martelli, ministro della Giustizia; il capo della Polizia Vincenzo Parisi. «La sala è stracolma, c’è’ fortissima commozione, le immagini della strage di Capaci sono nella mente di tutti. Dal pubblico una voce domanda: “Dottor Borsellino, prenderebbe il posto di Giovanni Falcone alla superprocura?”. Il giudice è teso, nel silenzio più assoluto replica con la risposta più logica: “No, non ne ho intenzione”. Interviene il ministro Scotti: “Lo candido io. Con il collega Martelli abbiamo chiesto al Csm di riaprire i termini del concorso e invito formalmente Borsellino a candidarsi”. Il giudice non si scompone ma dal suo viso trapela una indignazione senza confini. Nessuno gli ha detto nulla, e se qualcuno lo avesse interpellato avrebbe impedito quella dichiarazione. Chiamarlo in causa come successore di Falcone tocca sentimenti troppo intimi e significa soprattutto esporlo ancora di più come bersaglio ai macellai di Cosa nostra». [Antonio Troiano, Cds 16 gennaio 1994]

La lettera di Borsellino al ministro Scotti

• Paolo Borsellino, tornato a Palermo, decide di scrivere una lettera al ministro Scotti: «La scomparsa di Giovanni Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi impedisce», scrive Borsellino, «di rendermi beneficiario di effetti comunque riconducibili a tale luttuoso evento». Il giudice chiede quindi di poter «continuare a Palermo» la sua opera, «in una procura della Repubblica che è sicuramente quella più direttamente e aspramente impegnata nelle indagini sulla criminalità mafiosa». E lascia al ministro la libertà di diffondere la sua decisione. La lettera, però, resta riservata. [Antonio Troiano, Cds 16 gennaio 1994] 

• Alla sera qualcuno suona al campanello della casa di Paolo Borsellino in via Cilea a Palermo. È una processione di carabinieri e poliziotti che chiedono di entrare a far parte della sua scorta. Ad aprire la porta di casa è Lucia, mentre Borsellino è ancora al lavoro in ufficio. Lucia fa accomodare tutti in salotto. Quando il giudice torna a casa ha una reazione inaspettata: vede gli estranei in casa, chiama i familiari nella stanza più lontana e comincia a gridare perché non sopporta di vedere gente in casa, è stanchissimo. Solo dopo qualche minuto i familiari riescono a spiegargli il perché di quella inconsueta visita. Borsellino fa in tempo a bloccare il gruppo che, capita l’antifona, sta per andarsene. Il giudice chiede scusa e dà appuntamento per l’indomani in procura: “Parliamone lì ragazzi”, acconsente. [Lucentini 2003]

Un piano di protezione per Borsellino

• All’indomani della strage di Capaci, per Borsellino scatta il piano di protezione. In prefettura si studiano le abitudini del magistrato e si scopre che durante la settimana ha tre appuntamenti fissi: il Palazzo di giustizia, la chiesa di Santa Luisa di Marillac e la visita all’anziana madre. Gli agenti di scorta sollecitano invano l’istituzione di una zona rimozione in via D’Amelio. Quella mattina di giugno, affacciata al balcone del quarto piano di via Mariano D’Amelio, Maria Lepanto si accorge di movimenti sospetti di “gente strana” nel giardino adiacente al palazzo. Con una telefonata avverte il figlio Paolo che invita la polizia a dare un’occhiata. All’alba del giorno dopo arriva sul posto una squadra di agenti guidati dal capo della mobile Arnaldo La Barbera. Scoprono alcuni cunicoli nascosti sotto il manto stradale con tracce di presenze recenti. [Lo Bianco-Rizza 2009]


Borsellino e la «cena degli onesti»

• Antonio Ingroia racconta che alla sera, durante una cena a Terrasini, organizzata dai carabinieri, il calore delle gente raggiunge Paolo Borsellino: «Si parlava di Falcone, delle indagini su Capaci, dei nuovi equilibri dentro Cosa nostra. Terminiamo di cenare, ed il proprietario del locale si avvicina a Paolo, gli sussurra in un orecchio che il cuoco vorrebbe conoscerlo, nulla di più. Paolo mi sembra imbarazzato dalla insolita richiesta, ma dice di sì. Si alza, va incontro al cuoco, un uomo anziano, dal viso buono. Appena gli stringe la mano, questi si mette a piangere come un bambino. Paolo resta pietrificato per pochi secondi. Poi, commosso, lo abbraccia. I due escono dal ristorante, cominciano a passeggiare parlando fitto fitto, come vecchi amici, in palermitano stretto. “Sai Antonio”, mi racconta in auto mentre rientriamo a Palermo, “stavo per mettermi a piangere anch’io. Ha voluto dirmi che i palermitani onesti, i padri di famiglia, sono al nostro fianco”. Quella cena con i carabinieri, Borsellino, la ricorderà per sempre. La chiamerà “la cena degli onesti”». [Lo Bianco-Rizza 2009]

Borsellino incontra Cossiga

• Paolo Borsellino incontra a Palermo l’ex-presidente Francesco Cossiga che lo invita a candidarsi alla guida della Superprocura. «Glielo dissi chiaro e tondo – ricorda Cossiga – è inutile che si agiti: lei è il successore e l’erede di Falcone. Lei e nessun altro». [Lo Bianco-Rizza 2009]

Paolo Borsellino: «Falcone è morto per noi»

• Ad un mese dalla morte dell’amico Falcone, tra le fiaccole e con molta emozione parla di lui, cerca di raccontarlo: «Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione... per amore. La sua vita è stata un atto d’amore verso questa città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo, continuando la loro opera, dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo». [Lucentini 2003]

Negli ambienti carcerari «si dà Borsellino per morto»

• Gli ufficiali Sinico e Baudo dei carabinieri di Palermo apprendono dal maresciallo Lombardo che «negli ambienti carcerari si dà il dott. Borsellino per morto». Non appena rientrato a Palermo il capitano Sinico riferisce la notizia a Borsellino il quale afferma di essere a conoscenza del progetto di attentato ai suoi danni, ma fa capire che preferisce accentrare su di sé i pericoli per risparmiarli alla propria famiglia. [Lo Bianco-Rizza 2009]

• Quella sera Borsellino, alla biblioteca comunale di Palermo, partecipa a un dibattito organizzato dalla rivista Micromega. Mentre parla, il silenzio del pubblico è assoluto. Ma quando il magistrato ricostruisce la vicenda della mancata nomina da parte del Csm a Consigliere Istruttore di Palermo nel 1988 e parla apertamente di un qualche Giuda che si impegnò a prendere in giro Falcone un lungo applauso lo interrompe. Il cronista del Corriere della Sera scrive il giorno successivo: «Chi è Giuda? La gente, in piedi ad applaudire, lo identifica subito in Vincenzo Geraci, allora componente del Csm». [Lo Bianco-Rizza 2009]

Borsellino ostacolato dal procuratore capo Giammanco

• Dopo la denuncia della biblioteca, Paolo Borsellino si rituffa nelle indagini, che per l’area ristretta delle sue competenze sono quelle delle cosche di Trapani ed Agrigento. «In quei giorni accade una cosa mai verificatasi a casa nostra – racconta Agnese Borsellino – Paolo non riesce a trovare il tempo per occuparsi della famiglia. Carte, solo carte. Finisce in ufficio e torna a casa con la borsa piena di documenti da leggere, telefonate da fare, appuntamenti da riordinare. Con me e con i figli parla solo di notte, quando tutti gli altri dormono. È diventato quasi una macchina. No, nessuno di noi gliene fa una colpa. Se trascura moglie e figli, ha motivi gravissimi, lo sappiamo bene. Si è reso conto, pur nella sua umiltà, che in quel momento è l’unico ad avere la capacità e la volontà di lavorare con questi ritmi massacranti». Lucia ricorda lo sforzo di mantenere alto il livello del suo impegno contro la mafia, nonostante i mille ostacoli messi sulla sua strada dal procuratore capo Giammanco: «Pur di continuare il suo lavoro è disposto ad accettare certi limiti che gli pone sempre più spesso Giammanco. Gli costa un sacrificio doppio sapere che per motivi gerarchici è tenuto a raccontare al suo superiore i passi delle sue indagini, senza però ricevere in cambio, ne è convinto, lo stesso flusso di informazioni. Capisce che gli vengono nascoste conoscenze acquisite dall’ufficio, episodi che potrebbero interessarlo, anche fatti gravi». [Lo Bianco-Rizza 2009]

Salvo Andò avverte Borsellino che la mafia vuole ucciderlo

• A Fiumicino, Borsellino con la moglie Agnese e Liliana Ferraro aspetta di imbarcarsi per Palermo nella saletta vip. Ad un tratto, arriva il ministro della difesa Salvo Andò, socialista, che lo saluta, gli si avvicina e gli dice che deve parlargli. Borsellino si allontana e si apparta con Andò, che subito gli racconta preoccupato dell’informativa del Ros, stavolta spedita alla procura di Palermo, che li indica entrambi come possibili bersagli di un attentato mafioso. Un terzo obiettivo indicato dal Ros è il pm di Milano Antonio Di Pietro. Andò gli chiede informazioni ulteriori, pareri, consigli. Borsellino impallidisce, poi va su tutte le furie: non ne sa nulla. È persino imbarazzato, ma deve confessare ad Andò di essere totalmente all’oscuro dell’informativa. Il procuratore Pietro Giammanco, destinatario ufficiale della nota riservata del Ros, non gli ha comunicato niente. [Lo Bianco-Rizza 2009]

Borsellino si scaglia contro Giammanco

• Appena arrivato a Palermo, Borsellino si precipita nell’ufficio di Giammanco, e protesta: «Lo so bene che da una minaccia ci si può difendere poco, ma è mio diritto conoscere tutte le notizie che mi riguardano». Urla, si indigna. Per la rabbia, sferra un gran pugno sul tavolo, e si ferisce la mano. E Giammanco? «Farfugliava, farfugliava qualcosa», racconterà la sera Borsellino ai familiari. «Farfugliava. Diceva: ma che c’entra, la competenza è di Caltanissetta». Ricorda Lucia Borsellino: «Quando papà ci parla di quell’episodio, sfoga tutta la sua amarezza. Raccontandoci di Giammanco, si chiede mille volte il motivo di quel silenzio, giungendo però alla conclusione che niente potrà giustificarlo». [Lo Bianco-Rizza 2009]

Paolo Borsellino: «Siamo cadaveri che camminano»

• In un appartamento segreto a Roma Paolo Borsellino, Vittorio Aliquò ed Antonio Manganelli iniziano a stilare un verbale delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Leonardo Messina che illustra la centralità degli appalti pubblici nel sistema che lega in Sicilia i mafiosi, i politici e gli imprenditori. In questo settore un ruolo chiave è rivestito da Angelo Siino, detto “il ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra”. Inoltre Messina cita esplicitamente il gruppo Ferruzzi come uno dei punti referenti imprenditoriali di Cosa nostra: “Riina è interessato alla Calcestruzzi spa, che agisce in campo nazionale” [Lo Bianco-Rizza 2009] 

• Paolo Borsellino viene intervistato da Lamberto Sposini per il Tg5.

Dopo la morte di Falcone come è cambiata la vita di Borsellino?
«La mia vita è cambiata innanzitutto perché, dalla morte di questo mio vecchio amico e compagno di lavoro. È chiaro che io sono rimasto particolarmente scosso e sono ancora impegnato, a un mese di distanza, a recuperare tutte le mie possibilità operative sulle quali il dolore ha inciso in modo enorme (...)».

Posso chiederle se lei si sente un sopravvissuto?
«Guardi, io ricordo ciò che mi disse Ninnì Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985, credo. Mi disse: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”. L’espressione di Ninnì Cassarà io potrei anche ripeterla ora, ma vorrei poterla ripetere in un modo più ottimistico. Io ho sempre accettato rischio del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi, come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare  dalla certezza che tutto questo può costarci caro».

Borsellino: «Riina e Provenzano mostrano i muscoli»

• Borsellino sceglie il quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno per formulare, per la prima ed unica volta, l’ipotesi di una spaccatura tra i due leader mafiosi corleonesi – Riina e Provenzano – che non sfocia in una guerra tra clan ma in una prova di forza nel contrapporsi con le armi alla politica ed alle istituzioni: uno si intesta l’omicidio di Salvo Lima, l’altro la strage di Capaci; chi avrebbe fatto cosa, nell’intervista non è specificato. I due delitti, secondo il magistrato, costituiscono una conferma del fatto che «i due pugili stanno mostrando i muscoli, come se ciascuno volesse far sapere all’altro quanto è forte, quanto è capace di fare male». [Lo Bianco-Rizza 2009]

Paolo Borsellino in Germania

• Paolo Borsellino, il tenente Carmelo Canale ed il sostituto Teresa Principato si recano a Mannheim in Germania per interrogare Gioacchino Schembri, mafioso di Agrigento catturato in una recente operazione antimafia e sospettato di essere uno dei killer di Rosario Livatino. Ad attenderli nella cittadina tedesca, Borsellino, Canale e Principato trovano un imponente spiegamento di forze, una scorta armata, un corteo di otto auto blindate. L’albergo prenotato è stato trasformato in un autentico “fortino”, la polizia ha installato un sistema di intercettazioni telefoniche che registra tutte le conversazioni in entrata ed in uscita, ogni persona viene passata ai “raggi x”. [Lo Bianco-Rizza 2009]

Il pentito Leonardo Messina chiede un autografo a Borsellino

• Borsellino rientra dalla Germania insieme al maresciallo Canale ed al sostituto Teresa Principato. Sotto la scaletta dell’aereo c’è una sola auto di scorta. A Fiumicino dovrebbe incontrare Fiammetta, in partenza per Bangkok insieme all’amico Alfio Lo Presti. Ma il suo aereo, per una variazione di programma, atterra a Ciampino. Quello stesso pomeriggio Borsellino va alla sede dell’Alto Commissariato per la lotta alla mafia per interrogare Leonardo Messina, il pentito di San Cataldo (Caltanissetta) che aprirà uno squarcio di luce sulle trame segrete della massoneria in combutta con la mafia e l’alta finanza di riciclatori. Messina parla di guerre sanguinarie tra i clan, descrive omicidi e sparatorie, agguati e massacri, poi chiede: “Dottore, una cortesia, me lo fa un autografo?”. Borsellino resta di stucco: “Un autografo?”. “Si – risponde il pentito – è per i miei figli, me l’hanno chiesto loro, la conoscono, la vedono in tv”. Borsellino, al successivo incontro, si presenta con una cartolina: “In ricordo delle lunghe giornate trascorse con vostro padre. Paolo Borsellino”. [Lo Bianco-Rizza 2009]

Paolo Borsellino: «È arrivato il tritolo per me»

• Il Ros di Palermo comunica ai vertici della Procura e delle forze dell’ordine l’arrivo di un carico di esplosivo in città. I possibili obiettivi, sempre secondo l’informativa, sono Borsellino, il maresciallo Canale, il capitano dei carabinieri Sinico, i politici Salvo Andò e Calogero Mannino. Nel pomeriggio, un poliziotto della scorta guarda Borsellino in volto, lo vede preoccupato, teso, non può fare a meno di chiedergli: “Dottore, cosa c’è? È successo qualcosa?” Borsellino gli dice di botto: “Sono turbato, sono preoccupato per voi, perché so che è arrivato il tritolo per me e non voglio coinvolgervi”. [Lo Bianco-Rizza 2009] 

• Quel giorno don Cesare Rattoli passa a trovare Paolo Borsellino nel suo ufficio palermitano al palazzo di Giustizia. I due chiacchierano della vita del giudice, del futuro dei suoi figli. A un certo punto però Borsellino gli chiede di essere confessato lì, in mezzo alle carte del suo ufficio: «Devo essere pronto, don Cesare. In ogni momento». [Bongiovanni-Baldo 2011].

Borsellino interroga Mutolo

• L’interrogatorio dura parecchie ore. Il pentito accetta di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ma oggi non si fa in tempo, se ne riparlerà lunedì prossimo. È tardi. Borsellino chiude il verbale senza neppure una parola, sempre più incupito.

Borsellino abbraccia i colleghi, uno a uno

• In mattinata Paolo Borsellino incontra a Roma il capo della polizia Vincenzo Parisi per chiedergli, invano, il rafforzamento della propria scorta. Di ritorno da Punta Raisi, fa un salto in procura per mettere i verbali in cassaforte, fare qualche telefonata e salutare i colleghi. Li abbraccia anche, uno per uno. «Loro si meravigliano – racconta Rita Borsellino – perché è una cosa che Paolo non ha mai fatto. Almeno tre o quattro di loro, e tra questi Ignazio De Francisci e Vittorio Teresi, affermano di essere rimasti sconvolti da quell’episodio: “Paolo, ma che stai facendo?” E lui, al solito scherzando: “E perché vi stupite? Non vi posso salutare?”».  Dalla procura, Borsellino torna in famiglia nel tardo pomeriggio, teso, nervoso. A casa, però, trova spazio per un momento di ottimismo. Dice a Manfredi: “Sento che il cerchio attorno a Riina sta per chiudersi, stavolta lo prendiamo”. Non fa il nome di Mutolo, non può farlo, ma confida a suo figlio che c’è un nuovo pentito, uno che sa tante cose, che ha fatto rivelazioni su uomini d’onore vicini a Riina. Ma c’è di più, anche se quel di più Manfredi lo verrà a sapere solo dopo: il giorno precedente, Mutolo ha promesso di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ecco perché Borsellino è così nervoso. Ad un tratto propone ad Agnese: “Andiamo a Villagrazia, ho bisogno di un po’ d’aria, ma senza scorta, da soli”. Agnese è stupita. “Da soli, Paolo, cosa c’è? È successo qualcosa?” “Andiamo”, ordina. La moglie lo conosce, lo segue. In macchina, in silenzio, mentre cala la sera, Agnese lo guarda, capisce che è tormentato da mille angosce, mille dubbi. Riesce a fargli ammettere che qualcosa è successo: Mutolo ha parlato, ha detto cose gravissime, ha accusato personaggi al di sopra di ogni sospetto. Paolo è sconvolto, confida ad Agnese che alla fine dell’interrogatorio era così traumatizzato da avere addirittura vomitato. [Lo Bianco-Rizza 2009]

Paolo Borsellino va a trovare la madre malata

• Paolo Borsellino lavora la mattina in procura e nel pomeriggio si reca a far visita alla madre in via D’Amelio, per assisterla durante la visita del cardiologo Pietro Di Pasquale, che aveva promesso un consulto domiciliare. Tuttavia il cardiologo non può recarsi all’appuntamento per un problema all’auto e si mette d’accordo con Borsellino per una visita alla madre nel suo studio il giorno successivo. [Lo Bianco-Rizza 2009]

L’ultimo giorno di Paolo Borsellino

• Borsellino trascorre la mattinata a Villagrazia di Carini con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia (manca solo la figlia minore Fiammetta, 19 anni, in viaggio in Indonesia con alcuni amici). L’amico Giuseppe Tricoli: «Non li aspettavamo. Del resto Paolo non ci comunicava mai prima le sue visite. Li ho subito invitati a pranzare con noi. Paolo era sereno, tranquillo, scherzava...». A un certo punto il giudice prende l’amico in disparte e gli confida: «Il tritolo e’ arrivato anche per me, lunedì scorso». Poi gli dice che in giornata partirà per la Germania. Motivi di lavoro. «Non mi ha detto altro. Anche con me era estremamente riservato». Dopo pranzo Borsellino dice che va a riposare un po’ (in realtà non chiude occhio, fuma una sigaretta dopo l’altra). Poi, alle 16.40, dice ai sei uomini della scorta di prepararsi. Neanche all’amico dice che sta andando dalla madre. Solo la moglie lo sa. Alle 16.55 il corteo blindato si ferma in via d’Amelio, dove abita Maria Lepanto. Borsellino scende dalla Croma, tende un dito per suonare il campanello, ma in quell’istante esplode una vecchia  Fiat 126, parcheggiata davanti al civico 21, in cui sono stipati 90 chili d’esplosivo. «La 126 si disintegra volando per trenta metri, schizzando morte e distruzione, devastando le auto blindate, riducendo a carcasse fumanti altre trenta macchine e facendo tremare le fondamenta mentre i corpi di Borsellino e degli agenti che gli stanno a fianco vengono maciullati e bruciati con resti che volano e si schiacciano sull’asfalto un po’ nero un po’ rosso. Il boato del finimondo si avverte fino alla circonvallazione e Palermo trema. Le prime telefonate dicono solo "Via Autonomia siciliana" e tanti pensano al giudice Ayala che abita vicino e che, invece, corre giù a piedi per trecento metri insieme con i ragazzi della sua scorta arrivando fra i primi ai bordi dell’inferno. Fra le macerie di quest’altra battaglia perduta dallo Stato, accanto ai resti di Borsellino, c’è il corpo martoriato di Emanuela Loi, appena rientrata dalle vacanze nella sua Sardegna. E poi Agostino Catalano, Vincenzo Limuli, Walter Cosina e Claudio Traina. Resiste in ospedale Antonino Vullo. E nelle corsie arrivano feriti a decine (...) Le Tv lanciano l’allarme che arriva così nella casa di villeggiatura di un ex deputato missino, Giuseppe Tricoli, a Villagrazia di Carini (...) È Manfredi ad arrivare per primo con un amico in via D’Amelio restando obnubilato dallo scenario apocalittico, vagando abbracciato ora a un giudice ora a un altro e allontanandosi distrutto per raggiungere a casa la madre che chiede dov’è Paolo. Oggi, la Palermo che si preparava a celebrare le messe per i due mesi della strage di Capaci, è invece pronta a sfilare di nuovo in un Palazzo di Giustizia trasformato in camera ardente. E qui sarà la salma del giudice Paolo Borsellino» (Felice Cavallaro). [Felice Cavallaro, Cds 20/7/1992; Franco Nuccio, Cds 20/7/1992].


• «Pochi minuti dopo l’esplosione giunge sul posto la prima pattuglia della polizia. Dopodiché arrivano i vigili del fuoco [...] Un pompiere, spinto da pietà, raccoglie in alcuni secchi colorati i brandelli di carne dei cadaveri prima che l’arrivo di cani randagi possa dare inizio a uno scempio indicibile. [...] Paolo Borsellino è lì, per terra. In mezzo ai detriti. L’esplosione gli ha tranciato di netto le braccia e le gambe. Il suo volto è annerito, ma sotto i suoi baffi si riconosce l’accenno di un sorriso, un’espressione che mai nessuno avrebbe immaginato di poter trovare in quel momento sul viso del magistrato». [Bongiovanni-Baldo 2011]

• Il racconto di Giusepe Ayala: «Non avevo capito che quella massa di nerume e di sangue fosse Paolo. Sono stato io a scoprirlo. In via D’Amelio non c’era niente e nessuno, prima che arrivassimo, io, i ragazzi della mia scorta, i vigili del fuoco che mi trattenevano perché le macchine bruciavano e potevano esplodere: un repertorio di brandelli umani e metallici (...) Camminavo, avevo visto due cadaveri, poi un terzo oltre il cancello, mi ero avvicinato, non sapevo che sua madre abitasse qui, e mi sono accostato a quel troncone e... i denti: sa i suoi incisivi com’erano? Divaricati: dalla bocca aperta ho visto gli incisivi e poi il naso. Un po’ grifagno, particolare. E da quello ho capito: ero inciampato sul suo cadavere, era un pezzo del mio amico e di me stesso: vedevo lui e vedevo che anch’io ero quel morto, così come era accaduto con Giovanni Falcone: ero vivo, respiravo, ma ero parte di quella morte». [Sta. 21/7/1992]

• Il giorno dell’attentato, scompare l’agenda rossa dove Borsellino annota tutto: «Scomparsa, volatilizzata. Era nella borsa. La borsa è stata ritrovata. Bruciacchiata su un lato, per l’esplosione. Ma il contenuto era intatto. Mancava l’agenda. Un’ agenda rossa, un regalo dell’Arma. Non se ne separava mai. Qui nasce un sospetto grave, che continua a inquietarci» (Antonio Ingroia) [Paolo Graldi, Cds 18/7/1993]

I funerali privati di Paolo Borsellino

• Diecimila persone partecipano ai funerali privati di Borsellino (i familiari hanno rifiutato il rito di Stato), celebrati nella chiesa di Santa Maria Luisa di Marillac, disadorna e periferica, dove il giudice era solito sentir messa, quando poteva, nelle domeniche di festa. L’orazione funebre la pronuncia Antonino Caponnetto, il vecchio giudice che diresse l’ufficio di Falcone e Borsellino: «Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi». Pochi i politici: Francesco Cossiga, il presidente Scalfaro, Fini, Martelli. Il funerale è commosso e composto, interrotto solo da qualche battimani. Qualche giorno prima, ai funerali in Duomo degli agenti della scorta, la folla inferocita aveva riempito d’insulti i politici, erano volati pure calci e schiaffi [Marzio Breda 25/7/1992]