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 2017  dicembre 12 Martedì calendario

• Corleone (Palermo) 31 gennaio 1933 – Milano 13 luglio 2016. Mafioso. Detto zu’ Binnu o Binnu, ma anche ’u Tratturi e ’u Ragiunieri. Sposato con Saveria Benedetta Palazzolo (del ’45), due figli, Angelo (del ’75) e Francesco Paolo (dell’82). Detenuto al 41 bis dall’11 aprile 2006 (dopo una latitanza di 43 anni) fino alla morte.
• Terzo di sette figli di Angelo, bracciante agricolo, non finisce la seconda elementare per seguire il padre nei campi. «I suoi figli lo seguivano come ombre. Lo seguivano dappertutto. Fino a quando non trovava un campiere che gli faceva “la cortesia” di farlo stare piegato con la zappa in mano per dodici ore. Binnu e Salvatore intanto raccoglievano erbacce nei campi di frumento» (Attilio Bolzoni, Giuseppe D’Avanzo). Nel ’54 parte militare (destinazione la 51esima aerobrigata di Treviso), per rientrare quasi subito con un certificato medico. Si arruola invece, insieme a Totò Riina, detto ’u Curtu, e Calogero Bagarella, detto Calò, nella banda dei masculiddi agli ordini di Luciano Liggio, luogotenente del capomafia Michele Navarra (sindaco democristiano di Corleone, medico di professione, fatto Cavaliere da Gronchi) ammazzato poi dallo stesso Liggio che voleva prenderne il posto il 2 agosto 1958. A Corleone scoppia la guerra tra navarresi e uomini di Liggio, tra questi Totò, Calò e Binnu.
• Il 6 settembre 1958, durante la processione della Madonna della Catena, è tra i killer che sparano all’impazzata tra la gente per uccidere tre rivali del clan Navarra (tra i feriti una donna e due bambine). Ferito alla testa e trovato riverso sull’asfalto dai carabinieri, Provenzano viene accusato da dei testimoni, ma alcuni ritrattano e in Corte d’Assise, nel ’69, sarà assolto (per tutta la biografia di Provenzano vedi anche Salvatore Riina).
• Onofrio Pitarresi, di professione guardia rurale, tra gli accusatori, non cambiò versione e ai giudici dichiarò: «Scrivete pure, la liberazione di Bernardo Provenzano dopo il suo piantonamento in ospedale determinò in tutti gli onesti di Corleone un vivo senso di sfiducia nell’autorità e anche di timore, perché il cittadino si accorgeva che un individuo come Provenzano poteva così facilmente riacquistare la libertà». I testimoni che inizialmente lo avevano denunciato finirono incriminati per calunnia e se ne andarono dalla Sicilia per non tornare mai più.
• Diventa latitante il 18 settembre 1963, quando i carabinieri di Corleone lo denunciano per l’omicidio di Francesco Paolo Streva, uomo del clan Navarra, commesso una settimana prima. «Elemento scaltro, coraggioso e vendicativo si sposta con due pistole alla cintola», come scrivono nel rapporto protocollato col numero 392/4 proponendolo per il soggiorno obbligato.
• Insieme a Liggio, Totò e Calò ripara a Palermo, dove, il 10 dicembre 1969, si guadagna sul campo il soprannome di ’u Tratturi. Insieme ad altri killer camuffati da poliziotti irrompe in un edificio di viale Lazio nel corso di una riunione presieduta da Michele Cavataio (uno dei capi della mafia palermitana), per ucciderlo, e trovare la mappa in cui il medesimo ha registrato tutti i nomi dei mafiosi di Palermo, minacciando di renderli pubblici. Provenzano viene ferito alla mano proprio da Cavataio, che fingendosi morto tira all’improvviso fuori un’altra pistola puntandogliela dritta in volto. L’arma è scarica e Provenzano, con la mano insanguinata, tenta invano di rimettere a posto la mitraglietta che intanto si è inceppata, quindi colpisce il Cavataio col calcio dell’arma e infine riesce a estrarre dalla cintola la pistola e a colpirlo a morte. «È stato mio fratello a chiamarlo così, con riferimento alle sue capacità omicide, ma soprattutto alla strage di viale Lazio» (da un interrogatorio del pentito Antonino Calderone). La condanna definitiva, per lui e Riina, è arrivata solo il 2 ottobre 2012 (ergastolo con isolamento diurno per la durata di anni tre).
• Non si sa chi abbia benedetto le nozze, ma Binnu si sposa in chiesa, secondo alcune fonti nel 1970, con la camiciaia di Cinisi Saveria Benedetta Palazzolo, che da allora lo segue nella latitanza. Dopo il matrimonio si fa costruire su misura la casa in contrada Capraria nella campagna tra Cinisi e Terrasini, ma, causa sopralluogo dei carabinieri prima della conclusione dei lavori, i due devono rinunciare al nido d’amore.
• Non si è mai saputo dove abbia abitato. I pentiti non sono mai andati oltre Bagheria e dintorni. Bagheria, alle porte di Palermo, territorio di competenza di Provenzano dall’inizio degli anni Ottanta, ribattezzata dal pentito Salvatore Barbagallo la San Marino di don Binnu.
• Nell’81, con Riina, inizia lo sterminio dei mafiosi palermitani vecchia guardia (1.000 morti, cosiddetta “seconda guerra di mafia”) e finita la guerra, nell’83, è delegato da Liggio a far parte di un triumvirato provvisorio per governare Cosa Nostra (Liggio, Provenzano, Riina). Lo rivela il superpentito Tommaso Buscetta a Giovanni Falcone nell’84: «Il capo è Luciano Liggio, nonostante sia detenuto. In sua assenza i reggenti sono Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, con pari poteri; solo che Riina è molto più intelligente di Provenzano, e pertanto ha maggior peso». Anche lui, come Riina, in seguito alle dichiarazioni di Buscetta e ai riscontri trovati dal giudice Giovanni Falcone, viene condannato all’ergastolo in primo grado nel maxiprocesso, il 16 dicembre 1987, sentenza confermata fino alla Cassazione, il 29 gennaio 1992.
• Venti giorni prima della strage di Capaci, Provenzano fa rientrare a Corleone la compagna Saveria Benedetta Palazzolo (al cospetto di Dio sua moglie), e i figli Angelo e Francesco Paolo, di sedici e nove anni. Convocata dai carabinieri, la Palazzolo risponde: «Non ho conti con la giustizia e voglio risiedere a Corleone». In piazza Santa Maria la Palazzolo si apre anche una lavanderia (la chiama “Splendor”), ma i giudici gliela confischeranno, per accertata provenienza illecita dei fondi.
• Arrestato Totò Riina, diventa capo di Cosa Nostra, ma senza esercito, tutto a disposizione di Leoluca Bagarella. Dopo una breve fase di spaccatura tra gli stragisti di Bagarella e i moderati di Provenzano, con l’arresto del primo (24 giugno 1995), il secondo è libero di attuare la sua strategia della sommersione (detta anche “inabissamento di Cosa Nostra”), messa all’ordine del giorno nella riunione tenuta il 31 ottobre 1995, in un casolare di Mezzojuso (Palermo): «Avviare la fase di inabissamento dell’organizzazione, periodo necessario dai 5 ai 7 anni, per recuperare una sufficiente tranquillità, condizione essenziale allo sviluppo di affari e complicità» (come rivelò il mafioso Luigi Ilardo, diventato confidente del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, e per questo ucciso il 10 maggio 1996). Quel 31 ottobre 1995 Ilardo si aspettava da un momento all’altro il blitz del Ros, che non ci fu (vedi Giuseppe Madonia).
• Secondo quanto ebbe a dichiarare Massimo Ciancimino (vedi), fu proprio Provenzano a provocare l’arresto di Totò Riina, autorizzando Vito Ciancimino a svelare il suo nascondiglio ai carabinieri. Quanto rivelato da Massimo Ciancimino troverebbe riscontro in un verbale di dichiarazioni di Antonino Giuffrè (vedi), come ricorda Alfio Caruso sulla Stampa il 27 settembre 2008: «Giuffrè rammentò che nel gennaio ’93 zu Binnu gli aveva detto di non preoccuparsi delle confidenze di Ciancimino ai carabinieri: era in missione per conto di Cosa Nostra. E sulla cattura di Riina pronunciò frasi che oggi assumono un valore particolare: Provenzano aveva le spalle coperte da una divinità e ogni tanto a questa divinità doveva offrire sacrifici umani».
• «Ninuzzu, ma tu ci credi ca iu sugnu sbirru?».
«Nun ci puozzu crìdiri mai» (colloquio tra Binnu e Nino Giuffrè – Nicola Biondo, Sigfrido Ranucci).
• «Quando nel 1993 esco dal carcere trovo un Provenzano riciclato, da battagliero che era, mostrava ora sintomi di santità. Le stragi del 1992 erano state una pazzia, s’erano fatti molti danni e bisognava porvi rimedio» (il pentito Nino Giuffré).
• «Dicono che (...) abbia traghettato Cosa Nostra dalle acque pericolose dello stragismo e dell’escalation dell’Antistato – firmata Totò Riina – alla bonaccia di oggi, quella della mafia come il borotalco» (Saverio Lodato).
• Per comunicare con gli affiliati e gestire appalti ed estorsioni (vedi Giuseppe Lipari e Tommaso Cannella), inventa un codice cifrato e si mette a scrivere pizzini: vere e proprie lettere, anche di più pagine, redatte a mano o a macchina (meccanica o elettrica), su un foglio bianco, talvolta azzurrino, oppure giallo a quadretti, sempre della stessa misura, chiuse a soffietto e ridotte, appunto, a un pizzino (con parte del foglio bianco al fondo, da usare come custodia su cui scrivere il codice del destinatario). Li sigillava con scotch trasparente, in modo che il postino potesse leggere il codice ma non il contenuto del messaggio. Ogni pizzino è diviso in tanti punti, chiamati “argomenti”, individuati da un numero o da un nome a cui devono fare riferimento i destinatari nel rispondere. Tipicamente sue l’invariabilità dei margini e dell’interlinea, e l’uso del capoverso. Immancabile, in chiusura, l’invocazione della benedizione divina.
• «L’ispezione ha evidenziato un tracciato grafico non particolarmente evoluto nelle caratteristiche d’insieme, ma sostanzialmente legato agli aspetti meramente calligrafici del grafismo di base appreso nell’età scolare, indicativo – dunque – di un grado di alfabetizzazione che è perfettamente compatibile con quello che si assume possieda il latitante. La sottoscrizione si presenta, infatti, intessuta di numerose incertezze esecutive, segnatamente alla prevalenza dei distacchi interletterali, alla irregolarità dei processi ideo-informativi, all’accentuata angolosità dei risvolti alla base ed ai numerosi cambiamenti di direzione» (dalla relazione dei periti incaricati dai pm di analizzare pizzini di Provenzano consegnati da Ilardo al colonnello Riccio).
• Ghiotto di cicoria, nell’aprile 95 scrive a Giuffrè per chiedergli di procurargli la semenza: «Sentimi puoi dirci, ha tuo compare, che stiamo, siamo entrati in primavera, e lui dovessi conoscere, le verdura, nominata Cicoria, se potesse trovare, il punto dove la porta la terra questa cicoria, e se potesse fare un pò di seme, quando è granata, e me la conserva? Ti può dire che la vendono in bustine, nò non è questa allo stato naturale che conosciamo. io volessi questa naturale il Seme».
• Per il recapito dei pizzini si avvale direttamente dei “messaggeri”, che conoscono tutta le rete di corrispondenza, e a loro volta ricorrono a messaggeri di secondo livello per lo smistamento (cosiddetti “postini”). Tra i primi Simone Castello, insospettabile: imprenditore, incensurato, impegnato a sinistra nel mondo cooperativistico rosso, si recò a Reggio Calabria giusto il tempo di spedire per conto del padrino al Tribunale di Palermo la nomina di due difensori di fiducia (avvocati Salvatore Traina e Giovanni Aricò, del foro di Roma). Per questo fu condannato a dieci anni di carcere.
• «Appena si cerca di mettere a fuoco la personalità di questo generale di Cosa Nostra, la faccenda si complica fino al punto di diventare irrisolvibile (...) Secondo una scuola di pensiero avrebbe il cervello di una gallina. Secondo un’altra scuola di pensiero lui, al cospetto di Riina, sarebbe Einstein. Secondo alcuni ha il fascino di un fantasma invisibile, ma che al momento buono batte il colpo. Secondo altri invece, è un nonno onnipresente fra centinaia di “nipoti”. Potrebbe essere l’eterno doppiogiochista, capace di tenere sospesi tutti i fili, sia quelli mafiosi sia quelli – perché ci sono – istituzionali. Propendono per questa interpretazione coloro i quali mettono in risalto il suo proverbiale (ma smentito da altri) “indecisionismo”. Finalmente, secondo questa lettura del personaggio, Provenzano si sarebbe trovato al vertice strumentalizzando ai fini interni il repulisti messo a segno dallo Stato contro i suoi compagni di un tempo (...) Mi diverte, mi affascina. È il mammuth. È il Jurassic Park. Ha raccolto una grossa eredità che appartiene a un’altra generazione di mafiosi: quelli che pensano che la violenza non paga. Attenzione: in un certo senso sono i più pericolosi. È il sopravvissuto custode dell’orto che ancora quell’orto amministra bene. Ma orticello è. Non lo vedo a capo della holding (...) Secondo me lui adesso non vive a Palermo, vive dentro una tana, che poi vedremo al telegiornale… vedremo che aveva la brandina, se ce l’aveva…, che aveva a cannila, perché magari la luce un c’arriva. Però ha l’idea del potere. È plurimiliardario. Provenzano è la quintessenza del modo di dire siciliano: u cumannari è megghiu ca futtiri (...) Quasi quasi mi auguro che non lo prendano. È uno degli ultimi folklorici mafiosi. Ma forse direi di prenderlo, è doveroso prenderlo. Per fare poi visite guidate. Sfruttarlo turisticamente: lui con la coppolicchia, messo là e arrivano dalla Svezia… Come al museo delle Cere… Solo che lui è vivo, sarebbe una cosa strepitosa (...) Se dovesse morire di morte naturale, i mafiosi non lo direbbero. E lo terrebbero imbalsamato» (Andrea Camilleri, 19 luglio 2001).
• Viene arrestato alle 11,15 dell’11 aprile 2006, in un casolare intestato al pastore Giovanni Marino, in contrada Montagna dei Cavalli, a meno di due chilometri dalla casa dove vive la famiglia. La svolta delle indagini è stata una telefonata intercettata nella primavera 2005, in cui un interlocutore dice all’altro: «Ci l’amu a purtari sti cosi a iddu?». Di intercettazione in intercettazione gli investigatori identificano le staffette (dieci), che rifornivano Binnu di cibo e biancheria. Individuato il casolare, lo tengono d’occhio con una telecamera piazzata in lontananza (un uomo entrava e usciva, chiudendo sempre). Quel giorno, invece, un braccio si sporge dall’interno per afferrare il sacchetto. Pare che al momento dell’irruzione Binnu abbia detto agli agenti: «Voi non immaginate neanche quale danno state combinando» (secondo altri non ha parlato, salvo mormorare «Dio vi benedica a tutti quanti»). È invece certo che la folla che lo ha aspettato davanti alla questura non smetteva di urlargli «bastardo». Va ancora detto che il giorno prima si erano chiuse le elezioni politiche (governo di centrodestra uscente, il centrosinistra vinceva per un pelo).
• Quando viene arrestato ha 73 anni. «Anni di latitanza: 43. Anni da cittadino (si fa per dire) libero: 30. Neanche gli ex gerarchi nazisti, che per salvarsi imboccarono la via dei topi che dalla Svizzera li avrebbe messi al sicuro in Sud America, raggiunsero mai record simili» (Saverio Lodato). Altro record (per essere un mafioso): non è mai stato accusato di traffico di stupefacenti.
• Interrogato per la prima volta in carcere dopo l’arresto, alla domanda «È sposato?», risponde: «Per mia coscienza, sì».
Travisamenti Quella volta che, nel ’92, si presentò vestito da vescovo a un summit nei pressi di Partinico, Leonardo Vitale commentò con la sorella Giusi: «Questo ci fa arrestare tutti» (mentre Nino Giuffrè, durante un processo, avrebbe detto: «Chiunque si metteva contro Provenzano finiva arrestato»).
Nudismo Una volta si dovette presentare sotto falso nome in una caserma dei carabinieri per convincerli a non mandare avanti la denuncia presentata da un vicino di casa contro Luciano Liggio, che per abitudine prendeva il sole nudo (Lirio Abbate, Peter Gomez).
Figli Francesco Paolo, il minore, è laureato in lingue (è anche stato lettore di italiano in un liceo tedesco). Un giorno, intercettato da una microspia, mentre si sfogava col fratello: «Quando mi dovevo laureare e dovevo fare l’ultimo esame, non gliene è fottuto niente a nessuno se io potevo avere i miei problemi. E invece dovevo andare a fare la bella statuina da lui. Perché l’ho sempre fatta la bella statuina, fin da piccolo piccolo». Il maggiore, Angelo, dopo essersi iscritto all’università, l’ha abbandonata. Anche lui fu ascoltato durante uno sfogo: «Ancora una volta non mi è stato concesso di poter realizzare una mia idea».
Prostata Afflitto da un’infiammazione alla prostata, era attentissimo alla dieta (da qui l’ossessione per la cicoria). Da latitante, nel 2004, si recò in una clinica a Marsiglia per sottoporsi a un intervento chirurgico (rimborsato poi dalla Regione Sicilia), sotto le false generalità di Gaspare Troia. Il timbro sul documento apocrifo glielo aveva procurato Francesco Campanella, segretario nazionale dei giovani dell’Udeur, con un passato da focolarino e boyscout (vedi Nicola Mandalà). Prima ancora, nel ’69, pare che si sia ricoverato in una clinica a Palermo per farsi operare alla tiroide.
• Secondo una pista investigativa, ad operarlo alla prostata sarebbe stato l’urologo Attilio Manca, trovato morto di overdose nel suo appartamento di Viterbo il 12 febbraio 2004. Dieci anni dopo il Gip di Viterbo ha archiviato il caso, anche se risulta strano che, essendo mancino, il medico si sia iniettato la droga nel braccio sinistro (inspiegati anche i segni di colluttazione sul cadavere e le impronte cancellate nell’appartamento).
Letture Oltre alla Bibbia (ma Binnu ha sempre chiesto quella sequestrata nel casolare al momento dell’arresto, piena di chiose e sottolineature), legge la Divina Commedia, da quando gliel’ha spedita in regalo (insieme a un dizionario di italiano) un suo ammiratore, un calabrese sorvegliato speciale, Michele Bonavota, e le lettere che gli scrive. I due intrattengono una corrispondenza, e così gli scrive Binnu: «Ora mi diti se ho letto la Divina Commedia. Si che l’ho letto, pure dove dici nel cammino di nostra vita mi sono trovato in una serva scura perche la dritta via sera smarrita. Poi per quanto riguarda l’ari, mene danno due ore al giorno, un’ora la mattina e un’ora di pomeriggio. Riguardi per l’età, per le miei 74 Anni, non mi lamento, principalmente per la Salute». Ricevuta l’offerta da parte del Bonavota di mandargli pantaloni e magliette, Binnu gli ha risposto: «ringrazio anticipatamente il vostro gentile pensiero. Pantaloni misura 49, del resto non posso dirvi le misure perché non le so». Quanto alle tute ha dovuto rifiutarle: « Neò 4, due estive e 2 invernali, e più di due non si possono tenere e in cella se ne può tenere una. Grazie, fate finta che me l’avete mandato».
Musica Sempre e solo la colonna sonora de Il Padrino (unica audiocassetta trovata nel casolare di Montagna dei Cavalli).
Complici «Due generazioni di insospettabili sono stati complici diretti o indiretti di Provenzano. È questa la vastità del male, anzi, di una parte del male. E non credo d’azzardare troppo dicendo che oltre a essere insospettabili alcuni dei protettori forse erano (e sono) anche difficilmente “toccabili”. E fino a che questa gente resterà a piede libero corriamo il rischio di tornare a sporcarci. E poi vorrei che tutti, passata l’euforia, ci ricordassimo che la mafia, da tempo, non è solo (o forse non è più) Provenzano (...) Perché contrariamente al detto comune “morto un papa se ne fa un altro”, nella mafia, appena il papa s’ammala, se ne fa subito un altro» (Andrea Camilleri, 13 aprile 2006).
Ultime Così malato che la sua posizione è stata stralciata dal processo alla c.d. Trattativa Stato-Mafia, che lo vedrebbe coinvolto nella seconda fase: «attraverso l’intermediazione di Ciancimino Vito, tra gli ufficiali del Ros e Provenzano Bernardo, che, data l’improponibilità delle richieste formulate da Riina Salvatore, si muove sulla traccia del cosiddetto “contropapello” (documento relativo alle proposte indicate direttamente da Ciancimino in particolare sulle riforme della giustizia penale) e sfocia nell’arresto di RIINA Salvatore» (dal decreto di rinvio a giudizio del 7 marzo 2013 – vedi Massimo Ciancimino, Giuseppe Madonia, Antonino Giuffrè). Durante l’udienza preliminare, infatti, il 4 dicembre 2012, era caduto dalla branda nel carcere di Parma e non aveva potuto collegarsi in videoconferenza. I giornali davano la notizia che non era la prima volta e che aveva anche tentato il suicidio infilandosi un sacchetto di plastica in testa. Il 20 maggio 2013 Servizio Pubblico di Michele Santoro, mandava in onda il video del colloquio del 15 dicembre 2012 tra Binnu e la moglie e il figlio minore Francesco Paolo, che al di qua del vetro divisorio lo istruiva su come tenere la cornetta per potergli parlare. Il boss, curvo e con un berretto blu in testa, dopo essere finalmente riuscito a imbroccare il verso giusto, biascicava risposte alle domande del figlio e finalmente ammetteva di avere avuto lignate ai reni. Le perizie lo hanno dato incapace d’intendere e di volere, ma ciononostante il ministro di giustizia Andrea Orlando, su parere della Procura Nazionale Antimafia, il 27 marzo 2014, gli ha prorogato il 41 bis. Di contrario avviso le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta (inutile il carcere duro visto che Provenzano non è in grado di comunicare con l’esterno).
Questionari. «Lei sa perché si trova qui?». «Io non ricordo di aver mai fatto del male». «E se nella vita qualcosa non dovesse andare bene?». «Si sopporta o si vede di evitarla» (dal colloquio con il perito psichiatra dopo il presunto tentato suicidio).
Sondini «Chiediamo a questo punto che sia resa pubblica l’immagine attuale di questo “detenuto speciale” con gli occhi al soffitto, chiuso in una stanza blindata con tre guardie e un sondino al naso per nutrirsi» (i figli, dopo l’ultima proroga del 41 bis).
• Trasferito dal carcere di Parma a quello di Opera, l’ultima notizia, del 9 aprile 2014, lo dà ricoverato all’ospedale San Paolo di Milano per patologie neurologiche. Una settimana prima la Cassazione aveva respinto la sua richiesta di sospensione della pena causa incompatibilità delle condizioni di salute con il carcere. Secondo i suoi avvocati, Rosalba Di Gregorio e Alessandro Samatov, non è neanche in grado di conferire il mandato difensivo per le notifiche di atti giudiziari che continuano ad arrivargli. Per questo hanno chiesto la nomina di un amministratore di sostegno (il giudice tutelare di Milano ha provveduto il 21 maggio 2014 nominando il figlio Angelo).
Leadership «Dalla cattura di Provenzano in poi, Cosa Nostra, superata la fase caratterizzata dalla cosiddetta strategia della “sommersione”, vive una fase di transizione, non soltanto sotto il profilo della scelta di una nuova leadership ma anche sotto il profilo della scelta di nuovi schemi organizzativi e di nuove strategie operative dopo quella ideata e attuata nell’ultimo decennio, definita dell’inabissamento e della sommersione» (dalla relazione Dna 2013).
• «In Sicilia i capi muoiono o si vendono» (Gino Ilardo).
(a cura di Paola Bellone)