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 2017  dicembre 14 Giovedì calendario

• (Luigi) Roma 2 novembre 1940. Attore. Ha lavorato in teatro (A me gli occhi please), cinema (Febbre da cavallo), tv (Il maresciallo Rocca). Dal gennaio 2008 consulente artistico del Teatro Stabile di Roma. «Signore preservami dai contenuti, salvami dal significato, fulminami all’istante qualora fossi preso dalla tentazione del messaggio».
Ultime Concorrente dello show televisivo La pista. Al cinema in Ma tu di che segno sei?, di Neri Parenti (2014). In tv L’ultimo papa re, di Luca Manfredi (2013). In teatro regista e attore de Di nuovo buonasera... a tutti, poi in scena in Apocalisse – L’opera, regia di Jocelyn.
• Nel luglio 2007 ha dovuto cedere dopo sei anni la direzione artistica del Teatro Brancaccio, licenziato dalla società Avana, che ha in gestione lo spazio scenico. Il suo posto è stato preso, dopo feroci polemiche, da Maurizio Costanzo: «Ho avuto la grossa gratificazione di imparare un nuovo mestiere, quello di manager, che non è facile e non si improvvisa. Evidentemente, le mie iniziative manageriali hanno dato fastidio a qualcuno. Per me è stata una grande sconfitta, che non ho metabolizzato in poco tempo, per i modi sgarbati e volgari in cui è avvenuta».
• Ha portato al Gran Teatro (il tendone da più di tremila posti che l’impresario David Zard ha costruito anni fa sulla via di Tor di Quinto) lo spettacolo Di nuovo buonasera.
• Nel 2013 esordisce con un’autobiografia Tutto sommato qualcosa mi ricordo (Rizzoli): «Non è che sentissi l’esigenza impellente di raccontarmi... Non è che la mia vita sia così avventurosa... Non ho fatto viaggi in Amazzonia, non sono stato assaltato dai pirati. (...) Non sono un romanziere, uno scrittore... Figuriamoci: io scrivo ancora a penna! Al computer ci sto a prova’, ma sono troppo lento... Quest’estate, quando stavo a Ponza, scrivevo, scrivevo... ‘na fatica... Insomma... mi rivolgo ai veri scrittori: non abbiate paura, me fermo qua!» [Emilia Costantini, Cds 19/11/2013].
Vita Figlio di Romano (origini umbre, il maresciallo Rocca è ispirato a lui) e Giovanna Ceci, casalinga: «i miei genitori, erano persone semplici e a casa i soldi erano pochi. Mamma che mi consiglia di fare il giro largo per andare dal fornaio in cui non ti chiedono la tessera del pane, non me la sono più dimenticata» [Malcom Pagani e Marco Travaglio, Fat 4/8/2013]. «Facevo l’università, Legge, da fuori corso, e intanto guadagnavo lavorando la notte in un complessino. Alla fine del 1963 mi chiamò Cobelli che metteva in piedi con Maria Monti un cabaret alla tedesca e aveva bisogno di uno che suonasse e cantasse. Debuttai all’Arlecchino, l’attuale Teatro Flaiano, con testi di Flaiano, Arbasino e Vollaro, e rimanemmo tre mesi. Poi Cobelli mi chiamò per un’estiva, gli Uccelli di Aristofane. A fare l’Upupa eravamo candidati io e Piera Degli Esposti. La spuntai. Una botta di fortuna. Piovvero altre offerte. Ci fu il periodo del teatro impegnato, Nella giungla della città di Brecht, Dio Kurt di Moravia».
• «Ho avuto inizi lunghissimi, ero antipatico per la mia pignoleria, studiavo i fiati sentendo Charlie Parker perché sono nato jazzofilo, avevo in odio il genere dialettale e popolaresco, facevo Gombrowicz, Moravia o la sperimentazione di Quartucci, poi mi chiamarono però a sostituire Modugno in Alleluja brava gente, m’accorsi che si poteva parlare a 1600 persone tutte assieme e allora mi misi in testa di fare un teatro d’autore e d’attore che arrivasse a molti: ci riuscii al Teatro Tenda con A me gli occhi, please, e lavorai anche con Carmelo Bene al Sistina. Ma la televisione non funzionò: dicevano che ero bravo ma non “bucavo”, non passavo. Sempre perché ero antipatico. E forse avevano ragione. Non a caso Eduardo scelse per un suo seminario il tema della Simpatia. M’è rimasta una scarsa confidenza con la telecamera, con la cinepresa: per curiosità ho fatto film con Citti, Brass, Bolognini, Monicelli e anche con Tavernier o Altman. Diverso è il fenomeno di Febbre da cavallo... Il film di Steno ebbe un esito normale. Dopo una quindicina d’anni la pellicola fu però riesumata dalle tv private, e diventò un cult-movie, tale da far nascere molti fan club».
• Di una precisione quasi ossessiva, Vittorio Gassman lo definiva maniacale. «Per mettere a punto certe espressioni ci ho messo ore e anni di tempo. Dilato, asciugo, sfumo, rielaboro. La mia faccia è un grafico senza niente lasciato al caso. Calibro tutto perché mi veda bene anche lo spettatore dell’ultima fila. Devo parlare col corpo, col viso, con gli occhi. Mi sento un artigiano».
• Sposato con la svedese Sagitta Alter, da cui ha avuto le figlie Susanna e Carlotta.
Critica «Il più shakespeariano dei nostri grandi giullari, il più chansonnier dei nostri artisti, il più brechtian-petroliniano dei nostri mattatori» (Rodolfo Di Giammarco).
• «Proietti il vulcanico, il poliedrico, l’eclettico, così straripante che la sua unica mancanza è proprio il concetto di limite. Proietti sempre sospeso tra colto e popolare, Kean e Petrolini, Cyrano e il Maresciallo Rocca. Cifra fondamentale della sua comicità è il romanesco, una scelta precisa, difesa con orgoglio di appartenenza, oltre gli stereotipi» (Raffaella Silipo).
• «Le figure che lo fissano nel cuore degli Italiani sono molte, diverse l’una dall’altra. Gigi è il maresciallo Rocca, il carabiniere che tiene inchiodati alla fiction di Raiuno undici-dodici milioni di spettatori a puntata. È il romano indebolito dalla sauna che scopre liqueso (liquefatto - ndr) sotto un asciugamano, il pôro Toto, l’amico frequentatore dello stesso bagno turco. È Pietro Ammicca che rifinisce “a gesti” persone e situazioni. È il redivivo Gastone petroliniano, è Benedetto fra le donne, il vecchietto pornolalico che mischia, nella stessa fiaba, la principessa sul pisello e Pinocchio, la Fata Turchina e il Gatto con gli stivali. Eccetera» (Rita Sala).
• «L’unica cosa che non sa o non vuole fare è scriversi i testi. I suoi mezzi sono sempre al servizio di altri autori: brandelli di classici, poesie, canzoni, barzellette» (Masolino D’Amico).
• «Fatta qualche proporzione necessaria, Gigi Proietti è il Baudo della fiction all’italiana» (Antonio Dipollina).
Frasi «A volte reciti per una sola persona: quella che non sei riuscito a catturare, che guarda l’orologio, sbuffa. In quel momento, tra centinaia di persone, tu sei lì in scena per lui».
• «L’emozione più grande? La prima di A me gli occhi please, al Teatro Tenda di Piazza Mancini a Roma nel 76. Uno spettacolo che doveva essere un po’ un tappabuchi: ero seduto in camerino a truccarmi, e pensavo alla pazzia di riempire uno spazio così, a chi me l’aveva fatto fare. Chiesi a Molfese, per precauzione, di ridurre la platea da 1800 a 500 posti. Stavo lì davanti allo specchio, quando entra Sagitta: “Gigi, c’è la fila, guarda, la coda arriva fino al ponte!”».
• «Mi chiedono perché non parlo l’italiano, “parla più in italiano” mi dicono. Non è che io non possa, non voglio, perché se io vorrei, ma sì vorrei, ahoo...».
• «Ogni tanto qualcuno afferma di avere scoperto la nuova Anna Magnani, il nuovo Gassman, il nuovo Sordi. Quando dicevano di Petrolini “discende dalla commedia dell’arte” lui rispondeva: “Io discendo solo dalle scale di casa mia”. E così anche a me piace dire di me. È evidente che nessun attore nasce dal nulla e che nel teatro non esiste niente di nuovo. Diceva Petrolini, “torniamo all’antico, faremo un progresso”, e io ad esempio preferisco essere un antiquario più che un robivecchi».
• «Fellini mi chiamava Gigiaccio, veniva sempre a vedermi. Mi piacerebbe riprendere un’idea che aveva avuto per me: Addio, addio, al teatro Tenda, con la tenda come una mongolfiera per volare in alto. Fellini mi ha insegnato che la leggerezza è una categoria dello spirito, è il contrario della superficialità. È quello che poi ho cercato di spiegare ai ragazzi che hanno frequentato la mia scuola».
• «Lavorare con Bene nella Cena delle beffe di Sem Benelli fu un divertimento totale. Lui ci teneva a sfidarmi in palcoscenico, aveva passione per la tecnica, la Fonè è un termine che praticamente inventò lui, lui la faceva con i microfoni, io senza. Aveva sempre bisogno di soldi per i suoi spettacoli, ci metteva 15 giorni a fare le luci, era un grande della scrittura scenica, talento e fantasia notevolissimi. Pochi lo sanno, ma scrisse per me un testo, La banda salentina, ma costava così tanto mantenere quei 60 elementi che dovevano suonare dal vivo che rimandammo la cosa a tempi migliori. Mi propose anche un film, su San Giuseppe da Copertino, dovevo fare la parte del diavolo. Anche lì, niente soldi, ma uno dei copioni più belli che io abbia mai letto. Faceva impazzire produttori pubblici e privati. Una volta saltò una centralina elettrica, tanto era il voltaggio richiesto dalle sue luci. È stato anche un grande umorista, nel senso nobile del termine. Una volta propose una spartizione del teatro: “A Vittorio Gassman il classico, a me il tragico e l’avanguardia, a te l’intrattenimento”» (da un’intervista di Rita Cirio).
• Interpretare Shakespeare: «Un rovello che mi accompagna da sempre. Se aspetto un altro po’, l’unico personaggio possibile per me diventa Re Lear. Ma quello che amo di più è Riccardo III. E se continua sto’ mal di schiena, ho il fisico giusto per fare il gobbo!».
• «Non sopporto quelli che considerano la televisione – in quanto televisione – una cosa minore. Quelli che dicono: “Sai, io faccio il cinema, non la tv”. Ma che vuol dire? Sono categorie vecchie di giudizio. Ci sono le cose belle e quelle brutte. Ma vale per tutto».
• «Il maresciallo Rocca piace perché è un italiano medio, perché tutti si possono identificare, perché fa i salti mortali per arrivare a fine mese. Ha gli stessi problemi di milioni di italiani. Interpretandolo, ho cercato di essere “semplice”. L’ho imparato sulla mia pelle, non è facile. Come attore agli inizi tendevo a esagerare, ad arricchire. Quando lavori di sottrazione raggiungi il cuore del personaggio. Per me è stato così: soprattutto nelle scene familiari, quello è il vero Gigi Proietti. Vengono fuori le mie battute» (da un’intervista di Silvia Fumarola).
Politica Di sinistra. L’ex sindaco Walter Veltroni si schierò dalla sua parte durante la polemica con Costanzo per il Brancaccio. Lui l’appoggiò alle primarie del Pd.
• Passione per le camicie bianche: «Sul palco, insieme con il pantalone nero, è la mia divisa dai tempi di A me gli occhi, please. A casa, però, ho anche qualche camicia celeste».
Tifo Romanista.