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 2017  dicembre 13 Mercoledì calendario

• Genova 17 febbraio 1957. Banchiere. Amministratore delegato di Unicredit. «Anche mia madre, quando legge le cifre del mio stipendio mi chiama per lamentarsi che guadagno troppo».
Ultime Il veltroniano Matteo Arpe (vedi) impedì a Geronzi (vedi) di fondere Capitalia con la Banca Intesa di Bazoli (vedi), che preferì a quel punto sposarsi col San Paolo. Così quando Geronzi uscì momentaneamente dai suoi guai giudiziari e riprese il controllo della situazione, andò ad offrire Capitalia a Profumo, benché Profumo fosse stato considerato, fino a quel momento, un suo nemico. Erano i primi del 2007 e verso febbraio si cominciò a chiacchierare e a discutere della nuova operazione anche sui giornali. Le ragioni per cui Capitalia si offriva erano evidenti: il suo principale azionista - Abn Amro - era sotto attacco da parte di un paio di istituti stranieri ed era ovvio che, una volta entrati in Abn, i nuovi padroni avrebbero potuto facilmente scalare la banca di Geronzi o vendere la partecipazione a qualche soggetto nemico. Il contesto rendeva possibile qualunque scorreria, dato che il nuovo governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, aveva annunciato che non avrebbe impedito nessuna aggregazione e aveva anzi incoraggiato le banche italiane a fondersi per non essere preda di soggetti esteri più potenti. La fusione risultò subito molto probabile e i commentatori ne individuarono la principale criticità nella questione Mediobanca, di cui Unicredit possedeva l’8,68% e Capitalia il 9,39. Il nuovo soggetto avrebbe quindi avuto in mano un pacchetto di Mediobanca molto consistente, capace di dargli il controllo su un «nodo strategico della struttura proprietaria italiana (...) e un potere di indirizzo su imprese, dalle Generali al Corriere della Sera, che di tale capitalismo costituiscono il fulcro» (Mario Deaglio). Il versante politico dell’operazione veniva descritto così: la fusione Intesa-San Paolo aveva rafforzato l’area del cattolicesimo riformista che faceva riferimento a Prodi e poteva fornire i mattoni finanziari per la rinascita di un qualche Iri del Duemila (un “Iretto”, secondo l’espressione di Rutelli), per esempio sostenendo la Cassa depositi e prestiti alla quale Prodi pensava per la pubblicizzazione della rete Telecom e, forse, anche per Autostrade (il ministro Di Pietro era stato lasciato libero di far la guerra ai Benetton) o per Alitalia (la cui privatizzazione non si perfezionava mai). Al contrario, il matrimonio tra Profumo e Geronzi poteva prefigurare una controffensiva degli anti-prodiani del centro-sinistra (D’Alema-Marini), dato che l’amministratore delegato di Unicredit era ufficialmente iscritto all’Ulivo, aveva partecipato alle primarie del 2005 e sua moglie Sabina Ratti si stava addirittura candidando per l’assemblea costituente del Pd di Veltroni (con Rosy Bindi). L’incognita politica era piuttosto costituita dallo stesso Geronzi, che aveva praticato tutte le segreterie politiche romane, essendo una creatura di Andreotti che aveva però aiutato i postcomunisti a cavarsela con i debiti e nel tempo s’era preso in carico qualunque potente, Cragnotti, Tanzi, la Roma e la Lazio. «Come giustificherebbe Profumo, il banchiere che ha sempre messo nella sua ragione sociale l’indipendenza dalla politica, le nozze con la più “politica” delle banche italiane? E, simmetricamente, come potrebbe Geronzi accettare di vedere la sua banca acquisita - di questo si tratterebbe - e lui stesso magari ridimensionato nell’esercizio di un potere che oggi amministra come pochi altri?» scriveva infatti Francesco Manacorda sulla Stampa del 13 maggio 2007. Bazoli il 10 maggio cercò di frenare l’operazione. quando D’Alema era andato a parlargli della fusione e lui gli promise un rafforzamento della posizione di Pietro Modiano (marito di Barbara Pollastrini, ex sessantottino, in quota ds). Ma D’Alema spiegò che non c’era più niente da fare.
• «Adesso il problema sarà decidere qual è la banca di riferimento del Partito democratico» (Orazio Carabini).
• Mediobanca, attraverso Generali (di cui era la principale azionista), controllava il 5% di Intesa. Quindi Profumo, dopo la fusione, essendo in possesso della quota principale di Mediobanca, sarebbe diventato un azionista di peso del suo principale concorrente. Bazoli, mentre rilasciava un’intervista assai allarmata al Sole 24 Ore, aumentò così la propria quota in Unicredit, portandola prima al 2,51% e poi al 4%, facendo vedere che, in prospettiva, ciascun controllato avrebbe potuto diventare in qualche modo controllore del proprio controllore. Profumo mise termine al girotondo, e alle grida che cominciavano a levarsi di qua e là, annunciando che il nuovo soggetto avrebbe messo in vendita la metà del pacchetto Mediobanca, in modo da non alterare gli equilibri del sistema.
• La pretesa fusione, dato il rapporto 4 a 1 dei due soggetti, era in realtà un’incorporazione, per la quale Unicredit pagava agli azionisti di Capitalia 8,38 euro ad azione, contro una quotazione in quel momento di 7,919. Gli accordi prevedevano che Profumo sarebbe stato amministratore delegato e avrebbe avuto la guida operativa e strategica del gruppo, Dieter Rampl sarebbe rimasto presidente e Geronzi gli avrebbe fatto da vice fino a quando non si fosse seduto al vertice del consiglio di sorveglianza di Mediobanca. Si sapeva già, infatti, che a Mediobanca sarebbe stata data una struttura duale e che a presiedere una delle due cabine di comando sarebbe andato Geronzi (a cui fu poi affidata - e all’unanimità - anche la presidenza del patto di sindacato). Non ci si immaginava, allora, che Profumo fosse in qualche modo già d’accordo sullo scioglimento, a un certo punto, della struttura duale e sull’ascesa di Geronzi al posto che fu di Cuccia, a saldo delle benemerenze che il banchiere di Marino si era guadagnato portandogli in dote Capitalia.
• Nel frattempo Geronzi aveva ricevuto, come vicepresidente di Unicredit, la delega relativa alla gestione delle partecipazioni, quindi gli sarebbe toccato metter bocca nelle faccende di una quantità impressionante di aziende italiane, dato che Unicredit, da questo punto di vista una vera e propria holding, era presente nei sindacati di Mediobanca, Generali, Rcs, Camfin, Gemina, Investimenti Infrastrutture, Rizzoli-Corsera, Autostrade, Fiat e Borsa Italiana spa, di cui il gruppo diventava con la fusione primo azionista.
• Primi contrasti sul 2% di Rcs portato da Capitalia. Profumo era favorevole a dismetterlo (la linea di Unicredit è quella di liberarsi di tutte le partecipazioni non strategiche), Geronzi prima dichiarò che non era il caso di preoccuparsi dato che il 2% «è niente», poi sostenne che tutti gli azionisti Rcs avrebbero fatto bene a conferire le loro partecipazioni a una fondazione. Mentre consegniamo questo libro la quota è ancora nelle mani della nuova Unicredit.
• Con la fusione, varata domenica 20 maggio 2008, la nuova Unicredit risultò un colosso da 100 miliardi di euro (prima in Italia, quinta in Europa) padrona del 17% del mercato domestico (Intesa aveva una quota di mercato superiore, pari al 22,5%), presente in 17 paesi, 5025 filiali in Italia, 9.289 in Europa.
• Ha resistito all’azione di Geronzi per la demolizione della governance duale in Mediobanca, appoggiando con una dichiarazione l’opposizione di Pagliaro e Nagel (luglio 2008: la presa di posizione venne giudicata un «cambio di rotta» ispirato da Draghi. Profumo non aveva mai dissentito, fino a quel momento, dalle mosse di Geronzi relativamente alla governance di Mediobanca). Nello statuto redatto poi da Piergaetano Marchetti vennero introdotti “criteri di bilanciamento”.
• Ha definito Il Sole 24 Ore «non serio» il giorno in cui il giornale accreditò la tesi di Enrico Bondi, rappresentata da una tabella consegnata al tribunale di Milano, secondo cui Unicredit aveva recuperato da Parmalat il 124% del suo credito. «È ingiusto considerare tra i recuperi i proventi e le commissioni per operazioni finanziarie e altri proventi percepiti prima del default».
• Le voci di pericoli provenienti dai subprime, moltiplicate dall’importante presenza del gruppo sul mercato tedesco e da una quantità che si dice consistente di operazioni fatte con la fallita Lehman Brothers, sono state seccamente smentite. «Si tratta di un’esposizione del tutto marginale». L’ammontare sarebbe di un miliardo di euro. Per irregolarita nella gestione dei derivati, la Consob ha multato due società del gruppo Unicredit per 779.700 euro.
• Nel settembre 2008 ha bloccato tutte le promozioni e gli stipendi fino al 2009.
• Ha rinunciato, su pressione di Catricalà (Antitrust), alla commissione sulle operazioni di Bancomat nei quattromila comuni dove non è presente con un suo sportello.
• Ha contestato «la strana tendenza italiana a criminalizzare le banche».
• Ha acquisito lo spagnolo Banco Sabadell, l’ucraina Ukrsotsbank e la kazaka Atf.
• Difficoltà nella sistemazione del Banco di Sicilia (ex Capitalia): i dirigenti locali, sostenuti dai politici siciliani (la Regione è azionista di Unicredit), hanno opposto una grande resistenza ai propositi di ristrutturazione e all’invio di nuovi dirigenti provenienti da Milano Nel 2007 ha guadagnato più di 9 milioni di euro, settimo tra i dirigenti delle società quotate in Italia.
• In vacanza con alcuni amici alle Maldive, nel dicembre 2007 rimase nove giorni bloccato nei pressi dell’atollo di Male Sud con la barca in avaria e il timone rotto da un incagliamento. Massimo Sideri: «Come altre volte, il gruppo aveva affittato una grossa barca attrezzata da sub, “tipica delle Maldive”, per solcare i mari alla ricerca di eleganti squali da immortalare. Dove peraltro la cambusa era fortunatamente ben fornita visto che l’intenzione iniziale era girare per diversi giorni alla ricerca dei migliori angoli dell’Oceano Indiano». Alberto Luca Recchi, famoso fotografo di pescecani: «La sera della vigilia abbiamo anche preparato degli spaghetti che Profumo ha definito succulenti spaghetti “allo scoglio” ironizzando sulla nostra situazione».
• Ha confidato al mensile russo Expert di aver letto finalmente L’isola del tesoro di Stevenson.
Vita Ultimo dei cinque figli di Aldo, ingegnere fondatore di una piccola industria elettronica, ed Eugenia. Fino a 13 anni visse a Palermo, accudito dalla tata Nenne, «il mio amore di bambino e il riferimento principale di tutta la mia infanzia», poi a Milano. Iscritto alla Bocconi, al primo anno si innamorò di Sabina Ratti (vedi), già compagna di classe al liceo Manzoni di Milano, nel 1977 la sposò e ne ebbe l’unico figlio, Marco. Per mantenere la famiglia, andò a lavorare al Banco Lariano (che aveva il suocero tra i top manager). A 23 anni perse il padre: «Mia moglie e io non abbiamo mai chiesto una lira a nessuno. Quando ci siamo sposati avevamo vent’anni, un bambino in arrivo e il mio primo stipendio era di 377 mila lire. Certo, i miei suoceri ci avevano regalato la casa, ma ce la siamo imbiancata da soli, fisicamente. E con i soldi dei regali di nozze abbiamo messo la moquette».
• Immaginate un anonimo bancario con l’abito grigio d’ordinanza che ogni mattino esce da casa, arriva nell’agenzia del Banco Lariano di piazzale Loreto, a Milano, e passa la sua giornata di lavoro a timbrare cambiali. Monica Setta: «Questo gentile signor Profumo (allora non era ancora laureato in Economia) riservato, taciturno eppure rapido nelle procedure, gli ex colleghi lo ricordano con un filo di disinvolta indifferenza. Era un impiegato modello, ma nessuno di loro avrebbe mai pensato che quel ragazzone atletico (alto 1,95 porta scarpe n. 49 - ndr) – lo sguardo sveglio ma disinvoltamente distaccato – sarebbe poi diventato l’amministratore delegato di Unicredito».
• Per la sua carriera fu decisiva una vacanza in Inghilterra. «Ero scocciato da dieci anni di vita da bancario, mi lamentavo ma tiravo avanti. Poi, durante un viaggio di ritorno da Londra, dove avevo studiato inglese usando tutte le mie ferie, mentre su una vecchia Panda mi avvicinavo alle scogliere di Dover e Sabina mi accusava di essere depresso e rinunciatario, ho detto: “Basta!”. Avevo trent’anni e non avevo neanche finito l’università. Mi sono messo a scrivere la tesi di notte e in pochi mesi d’inferno mi sono laureato, ho lasciato la banca e ho ricominciato come consulente aziendale» (da un’intervista di Stefania Rossini).
• Presa la laurea, nel dicembre 1987 passò in McKinsey (responsabile progetti strategici e organizzativi per le aziende finanziarie). Due anni dopo andò in Bain, Cuneo e Associati (responsabile delle relazioni con le istituzioni finanziarie). Nel 1991 passò alla compagnia assicurativa Ras (direttore centrale). Nel 1994 entrò nel Credito Italiano: da poco privatizzato, alla presidenza era tornato Lucio Rondelli, banchiere di lunghissimo corso, storico numero uno della banca di piazza Cordusio a Milano cacciato ai tempi del Caf (l’asse Craxi-Andreotti-Forlani). Fra i soci della banca c’era anche la Ras. Spulciando i bilanci del gruppo assicurativo, Rondelli fu incuriosito da un dettaglio: gli utili che macinava quella controllata attiva nel settore del risparmio. Chiesto all’amico Attilio Lentati, numero uno della Ras, chi era a occuparsi di quel business, si sentì rispondere: «Un ragazzo, si chiama Profumo. È in gamba, vuoi conoscerlo?».
• Nel novembre 1994 Profumo fu assunto al Credito italiano con la qualifica di “condirettore centrale responsabile della direzione pianificazione e controllo”. Per sette mesi studiò la banca in ogni dettaglio. Pochi giorni dopo esser stato nominato direttore generale, incontrò la prima linea del management formata da 16 dirigenti: entro 24 ore otto furono spediti a casa o ad altro incarico, da cui il soprannome di “iena”.
• Profumo non se ne curò affatto. Angelo Pergolini: «Come non si preoccupò più di tanto dei minacciosi brontolii con cui la Mediobanca commentava i suoi progetti. Anzi, Profumo cominciò a criticare apertamente Vincenzo Maranghi, il delfino di Enrico Cuccia: “Non capisce che sono cambiati i tempi”. E nel 1999 tentò l’affondo lanciando l’assalto alla Comit. Fu respinto su tutta la linea da un’inedita alleanza fra la Mediobanca e Bankitalia. Così si trovò appiccicato addosso un altro sgradevole soprannome: “arrogance”. Lui ammise: “Abbiamo sbagliato per eccesso di sicurezza”. Masticò amaro ma poi continuò sulla sua strada. Quanto ai conti con Maranghi, li regolò quattro anni dopo, nella primavera del 2003».
• Lo scontro cominciò nell’autunno del 2002. Pergolini: «Maranghi, che avvertiva sempre di più la pressione di Profumo deciso a ottenere un radicale “cambiamento nella governance”, cercò una sponda nel finanziere bretone Vincent Bollorè. Profumo capì il rischio che correva: “restare incastrato” nell’azionariato della Mediobanca senza contare più nulla. La controffensiva fu violentissima e puntò sulle Generali, la partecipazione strategicamente e finanziariamente più importante della banca d’affari. E Profumo si trovò affiancato da un alleato tanto inatteso quanto prezioso: Geronzi. Che riuscì a portare dalla sua parte i francesi guidati da Bollorè. Maranghi, che pure poteva contare su una sorta di quinta colonna come Fabrizio Palenzona, grande azionista oltre che vicepresidente dell’Unicredito, tentò di resistere. Ma quando anche Palenzona si sfilò, gettò la spugna. Il resto, dalla campagna di Germania alle acquisizioni a raffica nei paesi dell’Est Europa, è storia recente».
• Unicredit, nato nel 1998 dall’integrazione del Credito Italiano con alcune banche minori, tra cui il Rolo (il cui modello Profumo adottò come vincente), nel 2005 fece una grande acquisizione per incorporazione, Hvb, banca tedesca nata (anch’essa nel 1998) dalla fusione di Bayerische Vereinsbank e Bayerische Hypotheken und Wechsel Bank. Il Foglio: «Per Profumo è l’operazione che segna la differenza. Lo proietta in Europa».
• Ha già stabilito la data del suo ritiro dagli incarichi operativi: 17 febbraio 2017, quando compirà i 60 anni. «Ma non vuol dire che mi ritirerò. C’è ancora tanto da fare e da vedere nel mondo».
• Il matrimonio ha superato i trent’anni di durata: «C’è stata anche una pausa. Per un po’ ce ne siamo andati ciascuno per conto proprio. Ma evidentemente non ci eravamo smarriti perché ci siamo ritrovati. Se si diventa troppo potenti da giovani, si perde la capacità di ascolto. Ne ho sofferto molto e ho cercato di ritrovarla». Quanto alla precoce paternità, dice di essere stato troppo accondiscendente: «Io, che in ufficio so gestire il conflitto anche duramente, con mio figlio non sono mai stato capace di dire no. Quando litigavamo, lui dormiva tranquillamente e io passavo la notte in bianco».
Critica Il parere di chi lo frequenta è unanime: il suo carattere non ha nulla del banchiere. Ugo Bertone: «Altro che diplomazia, sa essere diretto fino alla brutalità; i suoi scoppi d’ira sono leggendari; ma sa senz’altro creare una squadra».
• Il vero atout di Profumo, si dice, «è la capacità di tessere – al riparo dai riflettori – un’infinita ragnatela di rapporti, legando il cuore (che lo porta a sinistra) con la testa (che gli impone di coltivare anche i collegamenti con il centrodestra)» (Setta).
Frasi «Noi facciamo un lavoro ad altissimo impatto sociale: gestiamo i risparmi delle persone, finanziamo i progetti di altre. E dobbiamo generare valore per gli azionisti, funzione importante e moralizzante perché le peggiori porcherie si fanno quando non si ha questo elemento di controllo».
• «Non sopporto i puri e duri. Ritengo fondamentale il coraggio di fare un compromesso senza modificare il proprio sistema di valori».
Politica Nell’ottobre 2007 la moglie fu eletta all’Assemblea del Pd. Aldo Cazzullo: «Profumo in un primo tempo aveva detto che stavolta, dopo aver partecipato due anni fa alla scelta del candidato premier del centrosinistra, non avrebbe concorso a scegliere il leader del Pd: “Non intendo iscrivermi, non voglio avere tessere di partito”. “Poi però, spiega l’amministratore delegato di Unicredit-Capitalia, è stato chiarito che il voto alle primarie non comportava l’iscrizione al Partito democratico. E ho deciso di andare”». Profumo non disse per chi aveva votato. Cazzullo: «Ma qualche indicazione, comunque, la fornisce. “Le donne devono giocare un ruolo più forte in tutte le parti della vita pubblica italiana. Nelle banche, nell’economia, e anche nella politica”. La moglie di Profumo, Sabina Ratti, sostiene la candidatura di Rosy Bindi. Ma, a chiedergli se non teme che lo si pensi influenzato dalla moglie, lui sorride: “Non mi disturba essere considerato il marito di Sabina. Preferisco così che vedere indicata Sabina come la moglie di Profumo...”». Alle politiche, Veltroni le ha preferito Colaninno: «Io sono contento se mia moglie è contenta. Credo che trovarsi in una situazione di vaghezza non le sarebbe piaciuto. Meno ancora le sarebbe piaciuto essere scelta perché è la moglie di Profumo».
Religione Profumo crede «profondamente in una serie di valori», ma non sa «se basta a dirsi credenti»: «Ricordo la fede di mio padre, aveva un’impronta diversa. Piena di passione religiosa e civile. Mio padre andava in chiesa ogni giorno ed era stato presidente degli universitari cattolici di Genova. Ma lasciò la politica quando nacque la Democrazia cristiana: sosteneva che i cattolici non dovessero avere un loro partito».
Tifo Interista. «A me sembra di smaltire in tempi brevi, ma i colleghi dicono di entrare malvolentieri nel mio ufficio il lunedì mattina se l’Inter ha perso. In compenso se l’Inter ha vinto mi sembra di sentire più proposte, più richieste, più iniziative».
Vizi «Spendo forse un centesimo di quello che guadagno. Qualcuno dice perché sono genovese. Io dico perché sono un uomo libero».
• Proverbiale idiosincrasia per le fotografie (almeno quelle “in posa”) e per gli status symbol, è «refrattario alla cosiddetta etichetta (il nodo della sua cravatta non è mai perfetto, la sua giacca è spesso abbandonata con spiritosa nonchalance sulla spalla)» (Setta).   PROFUMO Francesco Savona 3 maggio 1953. Ingegnere. Dall’ottobre 2005 rettore del Politecnico di Torino.