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 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

• Milano 10 maggio 1948. Stilista. «Preferisco fare tante cose male che una sola bene».
Vita «Il denaro in casa Prada (Bianchi è il cognome del padre Gino, estraneo alle vicende aziendali: per un certo periodo produceva tosaerba per campi da golf) non manca mai. Nel 1958, però, muore nonno Mario, fondatore nel 1913 della ditta di pelletteria e accessori di lusso con negozio nell’Ottagono della Galleria Vittorio Emanuele; l’attività passa a Luisa, la madre di Miuccia; dopo una quindicina d’anni si sente odore di crisi. “Da ricchi credo siamo passati a benestanti”, è il suo commento ironico. “Ma io avevo tanti sogni per la testa. Volevo fare qualcosa di socialmente utile. Sognavo di recitare con Giorgio Strehler. La moda mi piaceva anche allora, da pazzi, ma soltanto pensare di lavorarci mi faceva star male. Stilista? Una cosa da donne, per quel certo tipo di donne; ancora oggi in fondo sento quel complesso”. Alla fine degli anni Settanta, la svolta. La madre si ritira. I tre figli, Alberto, Marina e Miuccia, si occupano dell’impresa» (Myriam De Cesco).
• «Al liceo Berchet, a Milano, il mio insegnante di religione era don Giussani. Non sono mai stata religiosa, ma la sua intelligenza era mostruosa, affascinava noi studenti con abilità dialettica, affabulava con energia fantastica» (a Gianni Riotta).
• Nell’85 lanciò una linea di borse nero lucido realizzate con il nylon dei paracadute (successo immediato). Nell’87 sposò Patrizio Bertelli «il giovane che, dicono le leggende perché gli interessati non hanno mai raccontato nulla, un giorno agli inizi degli anni Settanta incantò Miuccia. Lui, famiglia di avvocati alle spalle, cercava di guadagnar soldi creando cinture e girando l’Italia per venderle. E quel giorno passò anche davanti alle lussuose vetrine nel centro di Milano ed entrò nel prestigioso negozio di pelletteria e valigeria Prada. Quel giorno dietro i banconi c’era anche lei, bella studentessa della ricca Milano, di sinistra, come molte sue coetanee, battagliera come i suoi capelli rossi, ma con un cuore dolce e pieno di fantasia. Un cuore conquistato, dopo una lunga corte serrata, da lui, Patrizio. Poi il matrimonio, la scoperta di tanti interessi comuni e la conquista di quelli reciproci: l’amore per la moda e il design di lei e quello per la vela e la Toscana di lui. Ma i due caratteri sono forti e non mancano i dissidi su questa o quella strategia aziendale. Tutto ritorna sempre nel sereno. Insieme creano uno dei marchi più conosciuti all’estero, mentre crescono i loro due figli, Lorenzo e Giulio» (Ansa).
• Nell’89 disegnò il primo prêt-à-porter (linea chiara ed elegante, in netto contrasto con lo stile flamboyant delle altre etichette). Nel 1994 i primi abiti da uomo, nel 1997 Prada Sport ecc. Nel novembre 2005 il Wall Street Journal la incluse (unica italiana) nella lista delle cinquanta donne più importanti del mondo. Anna Wintour, la direttrice di Vogue America interpretata da Meryl Streep nel film Il diavolo veste Prada (tratto dall’omonimo best seller della sua ex assistente Lauren Weisberger), l’ha inclusa, unica italiana, tra i sette maestri della moda mondiale.
• Nel 2006 la rivista britannica Art Review la mise al 65° posto nella classifica dei cento personaggi più influenti al mondo nel campo dell’arte: con la sua fondazione (nata nel 1993 e diretta dal 95 da Germano Celant) ha portato a Milano grandi nomi dell’arte contemporanea (nel 2007 ha aperto anche al cinema).
• Prima italiana e prima designer di moda della storia, il 23 marzo 2008 è finita sulla copertina del New York Times Magazine che l’ha celebrata come una delle personalità che hanno saputo «ridisegnare il mondo dell’arte».
• Ha annunciato la creazione di un museo d’arte contemporanea a Milano, l’architetto Rem Kolhaas è stato incaricato del restauro di un’area industriale primo Novecento in viale Isarco, semiperiferia sud della città (21.783 metri quadrati, di cui 9.961 dell’ex fabbrica risistemata e 11.822 di nuova costruzione): «Non lo chiamerei museo, una parola che sa di antico, un po’ funereo: preferisco chiamarlo uno spazio permanente della Fondazione. Ci pensavo da tanto, con tutte le opere che abbiamo accumulato in vari depositi, e per questo invisibili». L’inaugurazione nella primavera del 2015.
• Poco dopo le elezioni dell’aprile 2008 il quotidiano Libero pubblicò in prima la foto di un uomo steso a terra davanti al portellone aperto di un jet privato a far da tappeto in favore di un altro che pareva stesse salendo. Titolo: «Nuovi negrieri, Com’è umana la sinistra». Il giornale sosteneva che la foto era seria e riguardava un collaboratore di Miuccia Prada (il tizio in atto di salire). Seguiva attacco a sangue. Lina Sotis sul Corriere sostenne che si trattava di uno scherzo: «(...) foto di Angelo Coletto e di Franco Fantoni, due vecchi amici della stilista che scherzavano in fondo alla scaletta del jet che li stava imbarcando da Saint-Moritz (...) La stilista ieri era incredula e ha voluto chiamare personalmente il bel ciuffettone direttore (Vittorio Feltri – ndr) per dirgli che la foto registrava uno scherzo, non una notizia».
• Nel giugno 2011 il marchio Prada si è quotato in Borsa, a Hong Kong.
• Nel 2012 il Metropolitan Museum di New York le ha dedicato una mostra insieme a Elsa Schiaparelli (1890-1973), altra celebre stilista italiana.
• È la donna italiana più ricca secondo Forbes (classifica 2014, terza dopo Michele Ferrero e Leonardo Del Vecchio).
• Dal suo ufficio di Milano, al terzo piano, si può scendere anche attraverso uno scivolo (opera dell’artista Carsten Höller): «L’idea è che, mentre uno scende, per un momento è felice». All’inizio lo usava tantissimo: «Ma poi, alla fine, ci si stufa» (Beppe Severgnini) [Cds 6/5/2012].
Critica «A Miuccia Prada il mondo della moda non perdona tante cose, oltre allo straordinario successo che di colpo piombò, alla fine degli anni Ottanta, tra i grandi stilisti affermati, sconvolgendo il tran tran sia del buon gusto che dell’eccentrico: per esempio la sua capacità di circondarsi di specialisti che non fanno parte del colorato salotto di “divini” approvati, lanciati, protetti, esaltati, dalle potenti regine, soprattutto americane, della stampa del bel vivere mondano. Sono persone con cui deve sentire delle affinità intellettuali o emotive, quelle cui lei si affida: Germano Celant per l’arte, Marco Müller per il cinema, Rem Koolhaas per l’architettura. Quando, assieme al marito Patrizio Bertelli, si insinuò silenziosa tra minimalisti e agghindatori con una moda che sia ai colleghi che alle vecchie giornaliste pareva orribile, il mondo giovane (e ricco) gridò al miracolo: finalmente qualcuno che proponeva vestiti che, stando spesso malissimo, parevano tener conto di una misteriosa femminilità non omologata, in cui tante si riconoscevano. Gli stilisti più celebri non si capacitavano, stava succedendo qualcosa di imprevisto, di sfuggente: e tanto per adattarsi all’aria che tirava, ce ne furono che cominciarono a fare dei pradismi: sbagliando clamorosamente perché lei aveva già preso altre strade, ed erano quelle che rinnovavano il suo successo commerciale. La moda non ha le parole per raccontare il lavoro di Prada, che pure viene incensata a bocca aperta: ci vuole un intellettuale per descriverlo, e lo fa Quirino Conti dedicandole un capitolo del suo saggio Mai il mondo saprà (Feltrinelli 2005) e citando ciò che Gertrude Stein diceva di Picasso: “Chi crea una cosa è costretto a farla brutta”. E allora, neoromantica la sua ricerca, musicale la sua visionarietà, caparbia e vertiginosa la sua determinazione di “ridefinire una nuova, possibile tecnica di scrittura per la propria modernità”. Dissonante, dodecafonica, antitetica: “Non solo rischia continuamente l’errore, ma quando lo riconosce non lo corregge, non ritocca il suo lavoro, ed è il suo sbaglio il nuovo”» (Natalia Aspesi).
• «Una donna che ha l’aspetto e i modi di un’amica di famiglia (...) Una figlia della borghesia milanese che vendeva panini ai festival dell’Unità, sfilava in corteo per le vie della città e si laureava in Scienze politiche con una tesi su Il Partito comunista italiano e la scuola (...) Si sarebbe offesa a morte se le avessero detto che avrebbe fatto la stilista. Una parola che ancora oggi trova detestabile» (Stefania Rossini).
Frasi «Nel mio lavoro sono guidata soprattutto da un istinto. L’istinto non è una cosa irrazionale, è la sintesi dell’informazione che si ha nel proprio cervello» (ad Alain Elkann).
• «Io voglio vestiti femminili anche per andare a lavorare, nessuno scimmiottamento dell’uomo. La donna deve però essere a posto. Gli uomini sono sempre a posto, le donne provvisorie nell’abbigliamento».
• «Non mi piace il buon gusto, non mi piace il bello. La raffinatezza e il gusto mi sono facili, ma mi secca molto arrendermi al loro dominio. Quando lo faccio, vengono fuori collezioni che piacciono fin troppo, come quella cinese di un decennio fa, o quella anni Quaranta, molto femminile. Ma io accarezzo più volentieri la mia anima trash, perché ritengo che, dopo gli anni Sessanta, il buon gusto sia morto e sepolto. Io voglio analizzare il brutto. Lo fanno gli artisti, lo fanno i cineasti, perché non dovrebbe farlo chi crea moda?».
• «La gente non sa mai cosa aspettarsi da me. Ho cercato di lavorare sempre un po’ contro il mio gusto personale, e questo è il modo migliore di crescere. Io lavoro su argomenti talvolta ostici. Naturalmente mi capita ogni tanto di lasciarmi andare sulle cose che mi piacciono e devo dire che queste hanno sempre un grande successo, ma non voglio essere ripetitiva».
• «All’inizio, quando cominci a lavorare, vuoi piacere a pochi. Poi è troppo facile. E inizi a pensare che la cosa più interessante è fare oggetti che hanno un significato per persone diverse in tante parti del mondo».
• «Mi chiedo sempre se dietro la moda ci siano ragioni più profonde. A volte sì, a volte no. Se fossimo sempre animati da cambiamenti interiori forti, non riusciremmo a sfornare sfilate a ritmo continuo. Ogni tanto ci concentriamo su una sensazione, altre volte è solo un colore, un ricordo» (a Jacaranda Falck).
• «Le mie sfilate non sono mai state nere. Forse ho fatto borse di nylon nere, ma le mie sfilate hanno sempre avuto molti colori. Sono una grande appassionata dei colori».
• «Sono sofisticata, non snob; cerco un rapporto complesso con l’estetica. Non m’interessa fare una donna sempre sexy perché una donna non ha voglia né tempo di essere sexy sette giorni su sette. Ci sono tanti stati d’animo da assecondare. Poi ognuno ha i suoi amuleti. Mettere qualche gioiello mi tira su il morale» (a Gian Luigi Paracchini).
• «Molte cosiddette critiche per me sono complimenti. Per esempio hanno detto che non faccio vestiti sexy, che faccio abiti da suorina. Ci rimango male quando i giornali di moda scrivono “Prada osava molto, ora un po’ meno”. È quell’imperfetto che disturba. Quell’allusione a un eventuale calo di popolarità» (a Beppe Severgnini).
• «Io non so disegnare, non ho una scrivania, un ufficio, non seguo un rituale. Ma ho un vero istinto per la moda, ormai mi sono fatta anche una cultura e so bene ciò che voglio e come ottenerlo. Il disegno è la parte meno importante, il modello non mi interessa, non provo i miei vestiti, se potessi non farei nemmeno le sfilate. Creo oggetti, che devono stare bene anche appesi, che si adattano a chi li indossa purché abbia uno spirito indipendente, più curiosità che narcisismo. Non è una moda per donne standard. E piace prima di tutto a me. Io mi sono sempre vestita come mi sentivo dentro, senza guardarmi allo specchio, anche se dicevano che stavo da cane».
• «Io credo nella “teoria del rotondo”: un po’ di tutto, e tutto deve tornare».
È vero che Miuccia Prada decide i colori della stagione? Che detta la linea? «Abbastanza. Non lo dico per vantarmi, lo dico perché evidentemente ho il senso della moda. La qualità migliore che ho è quella. Io sono modaiola» (a Beppe Severgnini).
• «Quello che a me piace sono le vite. Le vite delle donne. Il grembiule è il simbolo della fatica. Fatica che, anche oggi, sotto mentite spoglie, esiste: uguale. Non importa quanto una donna sia emancipata. Prima o poi te la ritrovi a curare i vecchi e i bambini, o a lavorare e rimboccarsi le maniche per mantenere la famiglia».
Politica «Mi chiedono sempre: lei è stata comunista da giovane? Io rispondo che tutti, a quell’età, lo sono stati».
Tifo «Tenevo all’Inter da ragazza, ma adesso ho un figlio milanista e il suo amore per il Milan è tale...» (il marito è juventino sfegatato).
Vizi «Il Bertelli ama il mare e l’avventura, io l’arte e il pensiero. Ognuno dei due accompagna con discrezione le passioni dell’altro».
• Ama mangiare bene (cucina il marito, lei non ha passione né talento).