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 2017  agosto 21 Lunedì calendario

• Cosenza 11 agosto 1941. ’Ndranghetista. A capo della cosca omonima, confederata con i Ruà (nel cartello sono confluiti anche le famiglie Perna-Cicero-Pranno e Pino-Sena), dominante nel territorio della provincia di Cosenza.
• Detenuto dall’ottobre 1994, in 41 bis dal 1998. Condannato in via definitiva all’ergastolo per associazione mafiosa, tentato omicidio, omicidio consumato, rapina (con sentenza della Corte d’Assise d’Appello del 3 marzo 1999, diventata definitiva), ha diversi processi in corso per altri omicidi, estorsioni, rapine, traffico di stupefacenti, usura, controllo di appalti pubblici ecc.
• Il 14 marzo 2005 il ministero di Giustizia gli prorogava il regime del carcere duro, ritenendolo ancora a capo della cosca dei Perna e richiamando una nota della Dda dell’11 febbraio 2005, che denunciava la «spendita» del suo nome nella commissione di tutti i reati degli associati della cosca, soprattutto in campo di estorsioni (la Cassazione ha rigettato definitivamente il suo ricorso contro il provvedimento il 12 dicembre 2006).
• È stato colpito, l’ultima volta, da ordinanza di custodia cautelare, il 17 ottobre 2007 (all’esito dell’operazione “ Missing”, in tutto 36 le ordinanze emesse), con l’accusa, tra l’altro, di plurimi omicidi, alcuni dei quali già oggetto di decreto di archiviazione datato 14 ottobre 1999 (le indagini furono riaperte nel febbraio 2006 grazie a dichiarazioni di collaboratori intervenute nel frattempo).
• Protagonista delle due guerre di mafia in territorio cosentino. La prima, scoppiata il 14 dicembre 1977, quando fu ucciso il boss storico Luigi Palermo, su mandato dell’emergente Franco Pino (ora pentito, vedi). Da una parte i Sena-Pino e dall’altra i Perna-Pranno-Vitelli, la guerra durò fino alla fine degli anni Ottanta per un totale di 27 omicidi (tra le vittime Pasqualino Perri, di anni 12, unico a morire nell’agguato teso a suo padre, Gildo Perri, e ad altri esponenti dei Sena-Pino, mentre sedevano a tavola in un ristorante, l’”Elefante Rosso”, il 27 ottobre 1978, a Rende, esecutori materiali Mario Pranno e Giancarlo Anselmo). I Pino-Sena si allearono pure con le cosche reggine facenti capo a Pasquale Condello e Giovanni Fontana, occupandosi, nel loro interesse, del duplice omicidio Geria-Saffioti (6 agosto 1983), e ottenendo in cambio l’impegno a uccidere Francesco Perna (ma non se ne fece niente). La pax mafiosa siglata alla fine degli anni Ottanta durò ben poco, a causa della defezione del gruppo Bartolomeo-Notargiacomo dalla cosca Perna-Pranno-Vitelli. Nel corso del secondo conflitto fu ucciso il direttore del carcere di Cosenza, Sergio Cosmai (12 marzo 1985), secondo le accuse a fondamento dell’ordinanza cautelare del 18 ottobre 2006, eseguito su mandato del Perna, al fine di consolidare il potere del clan all’interno del carcere. Tra i delitti oggetto della misura cautelare a suo carico, maturati nello stesso conflitto, l’uccisione dei fratelli Stefano e Giuseppe Bartolomeo, di anni 24 e 26, sequestrati il 5 gennaio 1991 (i cadaveri non furono mai ritrovati, in quanto, secondo le dichiarazioni dei collaboratori, sciolti nell’acido).
• Secondo i rapporti di intelligence attualmente Cosenza è dominata dal cartello Perna-Ruà, in cui sono confluiti i superstiti delle famiglie Perna-Cicero-Pranno, e Pino-Sena, prima contrapposti.
Operazione “Tamburo” Coinvolto nelle indagini dell’operazione “Tamburo” (novembre 2002), originata dalle dichiarazioni del direttore dei lavori di una ditta incaricata dell’ammodernamento di un tratto dell’autostrada “A3” Salerno-Reggio Calabria, in provincia di Cosenza. Il gruppo Perna-Ruà, in particolare, oltre a riscuotere dalle imprese appaltatrici una somma pari al 3 per cento dell’intero importo dei lavori, imponeva l’affidamento di subappalti e forniture di conglomerati cementizi e bituminosi a ditte collegate, con costi superiori a quelli praticati da altre società.
• Condannato in primo grado nel maxiprocesso “Galassia” (associazione mafiosa e reati collegati consumati nella Sibaritide), il 26 giugno 2005 è stato assolto (40 gli imputati, per il gratuito patrocinio in tutto lo Stato ha speso 7 miliardi delle vecchie lire in primo grado, 215.428 tra Appello e Cassazione). (a cura di Paola Bellone).