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 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

• Palermo 1 marzo 1938. Pentito a suo tempo mafioso. Ammesso al programma di protezione (ma ha rifiutato il contributo riconosciuto ai collaboranti). Sposato, con figli. Di professione medico chirurgo.
• Figlio di Gaetano, spedizioniere, inserito nella gerarchia mafiosa alla pari con Tommaso Buscetta (il primo superpentito morto di cancro nel 2000). Uno zio Gioacchino era uomo d’onore di Brancaccio.
• Laureato a 23 anni, vince un concorso nazionale per funzionario dell’INAM (Istituto nazionale assicurazioni malattie), e viene eletto segretario provinciale e regionale del sindacato dei medici aderente alla Cisl. Intanto apre un laboratorio di analisi chimiche a Palermo. Alla fine degli anni Settanta gli dicono che è stato affiliato a Cosa Nostra, anziché col rito della pungitura, in modo riservato, per consentirgli, nel contempo, di entrare nella P2 (loggia Propaganda 2, affidata nel 71 a Licio Gelli). «Questo fu l’inizio della mia tragedia familiare e personale (...) Io ero cosciente che non mi potevo rifiutare, in cuor mio fu un dramma, ma non potevo far altro che accettare quello che da tutti veniva considerato un onore. In cuor mio era un disonore» (intervistato nel 1999 da Giovanna Montanaro e Francesco Silvestri, Gruppo Abele).
• Nel 78 diventa segretario della circoscrizione dc di Ciaculli, e da allora riceve diversi incarichi dal partito, spesso col compito di scegliere i rappresentanti politici delle istituzioni. Quando scoppia la seconda guerra di mafia (vedi RIINA Salvatore), per non rimetterci la pelle lui e la sua famiglia, si mette a disposizione dei corleonesi, ma solo da un punto di vista professionale («cartolare», dice lui), facendo da sponda nella politica e nella massoneria. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio si trasferisce con la famiglia in Croazia, ma, accusato dal pentito Giovanni Drago, il 9 marzo 1994 viene arrestato. Estradato dalla Croazia solo per associazione a delinquere (non essendo prevista in quello Stato l’associazione mafiosa), con conseguente prevedibile scarcerazione il 9 settembre per decorrenza dei termini, Pennino invece rinuncia ai ricorsi presentati dai difensori e decide di collaborare, accettando l’estradizione per associazione mafiosa e la contestazione di tutti gli eventuali reati che si potranno configurare rendendo dichiarazioni.
• «... essendo ormai divenuta per me preminente l’esigenza di dare un taglio netto al mio passato... di iniziare una nuova vita dalla quale siano finalmente esclusi i rapporti con personaggi mafiosi dai quali mi sono sentito per tanto tempo coartato nella mia volontà e dai quali non sono riuscito a liberarmi, pur essendo io profondamente diverso per cultura, per interessi, per mentalità» (dall’interrogatorio del 30 agosto 1994).
• È il primo pentito a parlare, per esperienza diretta, delle collusioni tra Stato e Cosa Nostra. Agli atti degli inquirenti risulta aver fornito «con le sue dichiarazioni un quadro – che non è esagerato definire impressionante, e più grave di ogni pur logica previsione – del potere di controllo pressoché globale esercitato per decenni da Cosa Nostra sul mondo politico palermitano, anche nelle sue proiezioni nazionali». Tra le sue dichiarazioni, decisive quelle accusatorie rese nei confronti dell’ex ministro e parlamentare Calogero Mannino.
• «Io sono stato sempre portato, per la mia educazione, ero un vero cataro, a rispettare le categorie più umili che io trattavo al pari degli altri. Quindi sono stato sempre portato per la mia forma mentis, a offrire la mia disponibilità» (dall’intervista di Montanaro e Silvestri). (a cura di Paola Bellone).