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 2017  dicembre 14 Giovedì calendario

• Roma 25 marzo 1968. Top manager in Telecom Italia. Ex direttore generale di Fondiaria-Sai, ex numero uno di Unicredit Corporate Banking. Figlio del ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri.
• «Bocconiano, Peluso ha lavorato in Mediobanca con Matteo Arpe che poi ha seguito in Capitalia. Nella banca romana in seguito acquisita da Unicredit, Peluso è cresciuto alla scuola di Fabio Gallia» (Paola Pica) [Cds 2/4/2010].
• «Ora è capo dell’area finanza e controllo di Telecom Italia, ma Piergiorgio Peluso, classe 1968, bocconiano doc, ha un curriculum di quelli che i cacciatori di teste tengono volentieri in evidenza sulla scrivania. Ma non perché sia il figlio del ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, quanto per l’esperienza maturata: dopo la laurea in Economia, inizia a Mediobanca ma nel 1998, fresco trentenne, sbarca al Credit Suisse come vicepresidente del settore fusioni e acquisizioni. Ma l’incarico gli va stretto: passano appena due anni ed è al Mediocredito Centrale, gruppo Capitalia. Dove fa carriera: nel 2005 arriva la nomina a direttore centrale della banca di Geronzi. Poi, dopo la fusione con Unicredit, passa nella squadra dell’istituto di Piazza Cordusio, guadagnandosi la nomina a responsabile della divisione investment banking. Nel 2011 esce dal mondo bancario per approdare a quello delle assicurazioni, in Fonsai, dove arriva come direttore generale. Ma è quell’anno trascorso alla guida del gruppo già in equilibrio precario, che rischia di costargli caro. Soprattutto dopo la telefonata (intercettata e finita regolarmente sui giornali) fra mamma Annamaria e l’amica di sempre, Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti. Era il 17 luglio 2013 e la titolare del ministero di via Arenula rassicura l’amica: “Qualsiasi cosa io possa fare, conta su di me…”. Poche ore prima la procura di Torino aveva ordinato l’arresto di tutti i Ligresti. In verità la permanenza di Peluso alla Fonsai, quattordici mesi in tutto, è da tempo sotto la lente dei magistrati torinesi. Per lo meno dalla scorsa estate quando hanno chiesto di intercettarlo per far luce sul senso ultimo delle decisioni che ha assunto da direttore generale nell’anno dell’aumento di capitale. Un bilancio chiuso comunque con una perdita superiore al miliardo di euro. Gli inquirenti hanno in sostanza un dubbio: ha agito per far pulizia nei conti oppure per escludere l’azionista di riferimento, i Ligresti? Dubbi che si trasformano in certezze per Giulia Ligresti, figlia di Salvatore, che in una telefonata intercettata parla del figlio della Cancellieri in termini tutt’altro che lusinghieri. “Gli danno una liquidazione di cinque milioni, invece che chiedergli i danni!”, si sfoga al telefono con un’amica, “mi hanno detto che in consiglio nessuno ha fiatato. Sì, sì... A mio padre di 85 anni avrebbero contestato quella cifra. Questo qui ha 45 anni, è un idiota. Perché è venuto a distruggere una compagnia. Perché lo ha fatto proprio su mandato... 5 milioni e l’Italia non scrive niente”. Comprensibile l’astio di Giulia: la famiglia rischiava di essere estromessa dalle leve del potere nel gruppo assicurativo, anche se Peluso era sbarcato alla corte dei Ligresti chiamato proprio da papà Salvatore. A spiegarlo è Jonella, sorella di Giulia, in un verbale d’interrogatorio del 23 luglio 2013: “Peluso era un manager di Unicredit che conosceva perfettamente i conti Fondiaria. Era persona che noi conoscevamo da tempo per via dell’amicizia tra i genitori di Peluso e mio padre. Per cui siamo stati proprio noi a proporgli di venire in Fonsai, sapendo che era al tempo stesso gradito a Unicredit”. I rapporti si incrinarono quasi subito anche perché l’operato del manager lo portò in rotta di collisione con gli azionisti di riferimento. A dividere fu la decisione di procedere con un aumento di capitale che Peluso giudica inevitabile: “I margini di solvibilità abbondantemente sotto la soglia di legge”, spiega ai magistrati che lo hanno sentito lo scorso mese di giugno come persona informata dei fatti, “rendevano ineludibile l’aumento di capitale, nonostante le perplessità dell’azionista di riferimento”. Anche perché, prosegue il figlio della Cancellieri, “le operazioni alternative” esaminate nel cda del 29 novembre 2011 “richiedevano tempi decisamente superiori, incompatibili con le impellenze del momento”.
Una spiegazione non del tutto convincente per la procura che però avanza dubbi non sul “come” sia stato condotto il tentativo di salvataggio, ma sul “perché”. Nel documento col quale i pm Vittorio Nessi e Marco Gianoglio domandano al gip l’autorizzazione a intercettare Peluso, si chiedono se sia stato “il promotore di una vera e propria pulizia di bilancio” o se non abbia agito “con l’intento di escludere l’azionista di riferimento, la famiglia Ligresti, ovvero abbia fatto emergere lacune e quindi falsità relative ai bilanci degli esercizi precedenti” (…)» (Attilio Barbieri) [Lib 2/11/2013].
• «Piergiorgio Peluso, bocconiano e banchiere, chiamato dai Ligresti come salvatore della loro assicurazione, Fondiaria-Sai. Il quale poi se è andato dopo pochi mesi con oltre tre milioni e mezzo di euro di più in tasca ottenuti come buonuscita. Dopo aver ripulito i conti, secondo la sua versione. Dopo aver affossato l’azienda, come sostengono risentiti i Ligresti» (Daniele Martini) [Fat 5/11/2013].
• «Non vuole parlare delle polemiche sulla madre, il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, per l’interessamento verso Giulia Ligresti in carcere; ma del suo lavoro in Fonsai Piergiorgio Peluso, top manager di Telecom da un anno, dopo aver lasciato la compagnia assicurativa, parla eccome. Per difendere il suo operato e respingere le accuse dei Ligresti di essere stato l’emissario delle banche inviato per privarli della compagnia. “Non è così, ovviamente. Che queste accuse arrivino da Jonella e Giulia, che non hanno la più pallida idea di che cosa parlano, è sintomatico. (…) Sono arrivato in Fondiaria a giugno 2011 dopo l’aumento di capitale, quando le banche posero il tema della discontinuità manageriale. Io avevo lavorato in Capitalia e Unicredit seguendo i più grandi gruppi, compreso quello Ligresti. E poi c’era la conoscenza famigliare, più con Antonino Ligresti che con Salvatore. Fondiaria nacque per me come una opportunità di carriera interessante. (…) Ad agosto scoppiò la crisi finanziaria, e con lo spread a 500-600 l’impatto sul portafoglio di una compagnia è immediato. A questo si combinò la crisi delle riserve, perché a fine settembre l’Isvap identificò un fabbisogno di riserve per circa 600 milioni. Poi c’era il mercato immobiliare, che pesava in Fonsai più del doppio che in ogni altra compagnia. Questa combinazione portò a un nuovo aumento di capitale. E tutto questo non ha niente a che vedere con la predeterminazione di cui parlano i Ligresti, è inaccettabile. Stiamo parlando di un’azienda molto debole che ha avuto una situazione di collasso. L’indice di solvibilità era sceso a 75, quando la legge impone 100 e la compagnia si era posta il limite di 120. Insomma mancava il requisito per continuare l’attività associativa, l’Isvap poteva commissariarla un minuto dopo. Io me le ricordo le notti che passavo in ufficio cercando delle soluzioni alternative”. (…) “Alla famiglia dissi: purtroppo la crisi è qualcosa che è più grande di noi, non siamo più in grado di gestirla. E provammo altre strade per recuperare patrimonio, visto che sapevo che per la famiglia l’aumento di capitale era l’extrema ratio. Cercammo di vendere pezzi di società, e cercai soci esteri: ma nessuno voleva sentire parlare di rischio-Italia in una Fonsai che aveva 30 miliardi di Btp in pancia. Fu l’Isvap che ci obbligò all’aumento di capitale, perché eravamo sotto i limiti regolatori e non ci lasciava ancora tempo. Pensare altro è la solita teoria del complotto”. (…) “Di fatto mi diedero del traditore perché capirono che avevo preso una strada per loro molto complicata. Ma anche in quel contesto la famiglia ebbe la possibilità di trovare soluzioni alternative. Aveva studiato in totale autonomia insieme con il suo advisor Banca Leonardo l’operazione con Palladio, con cui però poi loro stessi decisero di chiudere, per aprire con Mediobanca e dunque con Unipol. Io non sono mai stato coinvolto perché non ero più parte delle loro discussioni. Dunque nessun complotto, nessuna eterodirezione, tutte cose verificabili e documentate”. (…)» (Fabrizio Massaro) [Cds 3/11/2013].