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 2017  dicembre 12 Martedì calendario

• Vercelli 11 gennaio 1970. Tiratore di tiro a volo. Medaglia d’argento nella fossa olimpica ad Atene 2004, Pechino 2008, Rio 2016, bronzo a Sydney 2000 (in gara anche nel 1992 a Barcellona e nel 1996 ad Atlanta), campione del mondo nel 1995, 1997, 1998, 2013, campione europeo 1997 e 2009. Anche sette mondiali e nove europei a squadre.
• Terzogenito di Santina Bertolone, cacciatrice dalla mira infallibile, detto Johnny. Religiosissimo, grande fan di Ratzinger (da prima che diventasse Papa). Poliziotto penitenziario: «Dopo Atene, un carcerato di un reparto pericoloso mi disse: “Picciriddu, spari meglio di me”».
• «È uomo di fede vera, profonda, non bigotta e dal 1988 spara ai piattelli. Ha vinto tutto, più volte. Gli manca solo l’oro olimpico. Si porta dietro un curriculum di due pagine di medaglie conquistate in giro per il mondo, ma a vincere cominciò già a 8 anni, tre volte campione italiano di ballo liscio, standard e latinoamericano con la cugina (…) In casa sua Johnny s’è anche fatto costruire una cappella. Spara 50 mila colpi l’anno, è abbondantemente arrivato sopra il milione. Ha una vita piena e varia (“Per me ogni giorno è come se fosse l’ultimo, vado avanti e combatto contro me stesso”), specie da quando fa il personal coach di vip con il pallino del tiro come Sharon Stone, Clooney, Schwarzenegger e Stallone» (Roberto Condio) [Sta 9/8/2016].
• «La strada che ha portato Pellielo fino al podio di Rio è lunga. Ed è partita in sella a una Vespa 26 anni fa. L’asma gli impediva di giocare a calcio come i suoi coetanei. E lui, trascinato dalla mamma, ha provato il fucile scoprendo di essere un campione. “Erano tempi durissimi – ricorda sempre – la sera per scaldarci dovevamo tenere i piedi appiccicati alla stufa a gas”. Soldi non ce n’erano. La madre, separata, lavorava in fabbrica e prendeva 600mila lire al mese. “I sogni però si conquistano un passo alla volta”, è il mantra di Pellielo. E lui ha fatto così. Il primo fucile (“un 682”) è arrivato con l’aiuto di una struttura che ha dato una mano. “Johnny” ha iniziato a lavorare come segretario al club di tiro vicino a casa nei fine settimana per comprarsi le cartucce. Ha investito i primi risparmi per prendere una Vespa. E con quella è partito – arma in spalla – alla conquista del mondo» (Ettore Livini) [Rep 9/8/2016].
• «A Barcellona 1992 avevo 22 anni: conquistai la carta olimpica a sfavore dell’attuale c.t. Albano Pera e rimasi fuori dalla finale per un piattello come ad Atlanta 1996. Di Sydney 2000 ricordo il calore e l’affetto del pubblico, di Atene 2004 l’emozione di vincere una medaglia nella patria dell’olimpismo. Di Pechino 2008 credo ricorderò le difficoltà della gara. Per via del nuovo regolamento, con la finale a un solo colpo. Per via della situazione climatica, tra pioggia, umido e foschia. Per via del fatto che da un anno e mezzo mancavo dai podi internazionali».
• «Le cuffie che indossiamo ti fanno sentire il tuo respiro, il silenzio. Io passo anche sei-sette ore al giorno ad ascoltarlo, e a riempirlo. Il silenzio può essere profetico, ascolti te stesso e intuisci quello che farai un attimo prima di farlo. Il mondo ha bisogno di più silenzio. Nel silenzio si impara ad ascoltare. E la gente ascoltata si sente meno sola» (a Mario Salvini) [Gds 3/3/2010].
• «Quando alzo gli occhi al cielo per inquadrare il piattello, vedo Dio e lo ringrazio di avermi creato» (a Sydney 2000, con il bronzo al collo).
• Dopo la vittoria ad Atene ha ristrutturato personalmente il poligono di Vercelli, intitolato a San Giovanni.
• «Arriverò fino a Tokyo 2020? Se vivrò, forse sì. La caccia all’oro non rischia di diventare una piccola ossessione? Se così non fosse, che cosa scrivereste? Bisogna dire che c’è questa ricerca dell’oro, anche per non montare troppo in vanagloria. E se il titolo olimpico non è arrivato, evidentemente non siamo stati bravi a sufficienza» (dopo l’argento di Rio 2016, a Flavio Vanetti) [Cds 9/8/2016].