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 2017  dicembre 13 Mercoledì calendario

• Roma 30 novembre 1920. Storico. Presidente della Società italiana per lo studio della storia contemporanea e direttore della rivista di studi storico-politici Parolechiave. Da ultimo in libreria Gli inizi di Roma capitale (Bollati Boringhieri 2011). «C’è quel famoso passo del Vangelo che dice “il tuo dire sia sì sì, no no, il resto viene dal Maligno”. Ecco, la storia invece ama le distinzioni, le sfumature, le contraddizioni».
• «Uno dei più autorevoli storici italiani. Ha lavorato a lungo negli archivi di Stato, ha insegnato Storia contemporanea a Pisa, ha pubblicato testi che hanno fatto molto discutere. Primo fra tutti Una guerra civile (Bollati Boringhieri 1991), libro innovativo sulla Resistenza, dove per aver detto che la lotta di liberazione fu anche, appunto, una guerra civile, ricevette da sinistra l’accusa di “revisionismo”. Pavone è anche l’autore del saggio Sulla continuità dello Stato, in cui, sempre andando controcorrente, sosteneva che negli apparati pubblici il passaggio dal fascismo alla repubblica era stato molto meno radicale di quanto si pensasse» (Leopoldo Fabiani).
• «Mio padre era avvocato. Morì relativamente giovane, a 58 anni nel 1943. Era stato direttore dell’ufficio trasporti della Confindustria. Credo che la mia passione per i treni sia dovuta a lui che era un esperto di mobilità. Ad ogni modo, papà era laico e la mamma cattolica. Strinsero il patto di dividersi la mia educazione. Frequentai asilo ed elementari dalle monache inglesi, senza peraltro imparare mai bene la lingua, e gli otto anni di ginnasio e liceo li feci al Tasso. Tra i compagni di scuola c’erano, oltre ad Andreotti, anche i figli di Mussolini, Bruno e Vittorio. (...) Fui per lungo tempo a-fascista. Mio padre, che aveva sei figli, si iscrisse al fascio. In casa imprecava contro il regime, lo sentivo a volte dire: “Quel porco di Mussolini!”, fuori invece era tutto un elogio. Cosa vuole: questa è stata la doppiezza degli italiani. E non sono per niente d’accordo con Renzo De Felice, grande storico intendiamoci, che sosteneva che per lungo tempo gli italiani diedero spontaneamente il loro consenso al regime. La verità è che non teneva conto del conformismo italiano: fuori fascista e in casa antifascista» (ad Antonio Gnoli) [Rep 27/10/2013].
• Fu partigiano: «Avevo ventidue anni ed ero a Roma in licenza proprio l’8 settembre del 1943: potei assistere al disfacimento delle forze armate e dell’intero apparato statale. Presi contatto con il Psiup, il Partito socialista di unità proletaria, persuaso che il fascismo fosse scaturito dalla debolezza dello Stato liberale. Insieme a Giuseppe Lopresti, diventai l’aiutante di Eugenio Colorni».
• Il 25 aprile a Milano: «Un’incredibile anarchia, tra pulsioni di festa e spettacolo di morte. Esplodeva la libertà, in uno scenario luttuoso (...) Stavo in una formazione dal nome altisonante, Partito italiano del lavoro, con radicamento a Sesto San Giovanni e in Romagna. Soprattutto operai, intellettuali, ex ufficiali. Eravamo estremisti, alla sinistra del Pci (...) Ci convocò il nostro capo nella sede clandestina di via Uberti. “Dovete andare in fabbrica, a Sesto San Giovanni”, ci intimò severo. “E lì dovete convincere il padrone a riprendere un nostro compagno licenziato”. Noi partimmo, armi in pugno. Bandiere rosse ovunque: sulle ciminiere delle officine, sui cancelli. Sembrava l’Ottobre Rosso. Spavaldi entrammo nell’ufficio del dirigente, il quale ci freddò con una bella ramanzina: ma che vi siete messi in testa, questi sono metodi fascisti. Ce ne andammo con la coda tra le gambe: in fondo non cambiava niente. Forse la tesi sulla continuità dello Stato fascista – da me sviluppata in diversi saggi – è nata allora».
• Su piazzale Loreto: «Osservai la folla, mossa da sentimenti di curiosità, odio e disprezzo. Nella mia intransigenza giovanile, pensai che molti di coloro che erano lì non si meritavano quello spettacolo. Non ne coglievano la gravità, l’immane tragedia (...) L’orrore va sempre condannato. Ma uccidere il dittatore era l’unico modo per voltare pagina» (a Simonetta Fiori).
• Sposato con la storica Anna Rossi Doria figlia dell’economista Claudio Rossi Doria (conosciuto a Regina Coeli nel 43).