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 2017  dicembre 13 Mercoledì calendario

• Carate Brianza (Milano) 2 aprile 1957. Comico. Visto a Zelig e Colorado Cafè.
• «“Non ho chiuso con la tivù, è la tivù che non vuole più frequentarmi”. C’è stato un tempo in cui Alberto Patrucco era uno dei punti di forza di Zelig, invitato perfino a Ballarò. Scriveva libri per Mondadori, vendeva. Poi è successo qualcosa, ad esempio l’incisione di un (bel) disco di traduzioni di George Brassens. “È piaciuto a critica e pubblico, ma in tivù non mi ha chiamato nessuno (…) Brassens ha lasciato un repertorio sconfinato. In Francia ha venduto più dei Beatles, da noi è solo ‘quello di De André’. Purtroppo non c’è più curiosità intellettuale, Brassens rappresenta un altro punto di vista e quindi fa paura. Il vero luogo artistico era e resta il teatro, dove alterno canzoni e miei monologhi. Il teatro è calcio, la tv è calcetto (...) in tivù ormai ci sono solo due filoni: l’inutile e il gurismo. L’inutile è il comico che non fa male a nessuno. Il gurista è quello che non si limita a distruggere, ma dà anche consigli su come ricostruire. Ruolo, quest’ultimo, che non compete alla satira. Penso a Grillo, a Luttazzi, a Crozza. Che poi la satira, di fatto, non cambia assolutamente nulla (...) Ho sempre cercato di evitare il buffo da una parte e il comizietto dall’altro. Vengo dalla vecchia scuola milanese, quella che ti insegnava a diffidare dei comici, a frequentare altri mondi per non inaridirsi: musicisti, scrittori, filosofi. Oggi nessuno frequenta più nessuno. Ed io riprendo la chitarra, per raccontare il presente (...) A Zelig era bello ma frustrante. Ogni volta preparavi un pezzo e ti tagliavano, controllavano, vivisezionavano. Mi sarebbe piaciuto sul palco, dire ‘Andate tutti affan….’, scendere giù e poi chiedere a Bisio e agli autori: sono stato abbastanza conciso e generico? (...) Da Costanzo avevo libertà totale. Anche con Funari. Rarità (...) A me non interessa far cambiare idea alla gente: mi interessa farlo ridere con intelligenza (…) Un comico deve toccare anche gli argomenti tabù, come la morte. A teatro immagino gli epitaffi dei personaggi famosi (...) Romano Prodi: ‘Finalmente faccio parte di una maggioranza stabile’. (...)”» (Andrea Scanzi) [Sta 2/3/2009].