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 2017  agosto 19 Sabato calendario

Clusone (Bergamo), 28 ottobre 1970. Carpentiere, residente a Mapello (Bergamo), sposato con Marita Comi, tre figli, sempre a messa la domenica. Arrestato nel giugno 2014 per il delitto di Yara Gambirasio, la tredicenne scomparsa il 26 novembre 2010 da Brembate di Sopra e ritrovata cadavere il 26 febbraio 2011 – uccisa a coltellate - in un campo a Chignolo d’Isola. Condannato in primo grado all’ergastolo il 1°luglio 2016. «È una mazzata grossissima. Avevo fiducia nella giustizia».
• Gli investigatori sono arrivati a Massimo Bossetti dopo aver scoperto che il profilo genetico isolato sugli slip e sui leggings della tredicenne uccisa era simile a quello del camionista di Gorno Giuseppe Guerinoni, morto nel 1999. La probabilità che Guerinoni fosse il padre del killer di Yara era del 99,99999987%: una paternità, in pratica, provata scientificamente. Poiché il dna isolato sul luogo del delitto era diverso da quello dei suoi figli, è nata la pista di un figlio illegittimo, ribattezzato Ignoto 1. Dopo aver esaminato migliaia di profili genetici, il 13 giugno 2014 gli investigatori hanno scoperto che la madre di Ignoto 1 era Ester Arzufi, 67 anni. Nel 1966 si era sposata con un signore di nome Giovanni Bossetti e con lui viveva a Parre, lo stesso paese di Guerinoni, di cui è stata l’amante. Nel 1970, quando rimane incinta di Guerinoni, decide di andare via e si trasferisce a Terno d’Isola dove dà alla luce i due gemelli: al maschio dà lo stesso nome di battesimo del suo amante, la femmina invece viene chiamata Laura, come la moglie di Guerinoni. Suo marito li riconosce, li tratta proprio come fossero suoi. Dopo qualche anno arriva anche un terzo figlio e la famiglia decide di spostarsi a Brembate.
• Il 16 giugno 201 Bossetti viene arrestato. L’esame del dna dice che l’assassino è lui e dice anche che è lui il figlio illegittimo di Guerinoni.
• Sempre a giugno 2014 il dna conferma che il carpentiere non è figlio di Giovanni Bossetti. Ester Arzuffi, madre di Massimo Giuseppe Bossetti, intervistata dal Corriere della Sera dice che l’esame del Dna mente: «Ne sono la prova. So che vado alla gogna, che mi criticheranno, ma è così». Conosceva Guerinoni: «Vivevo a Ponte Selva come lui. Non lo nascondo. Ma era solo una conoscenza. Mio marito aveva chiesto a lui e a Vincenzo Bigoni di portarmi al lavoro, in auto, alla Festi Rasini, perché già andavano in zona. Poi la sera tornavo in autobus. Ma tra conoscere una persona e avere intimità con lei ce ne passa». Si sono trasferiti a Brembate perché il marito voleva cambiare lavoro: «Ci siamo trasferiti nel 1969, sarà stato marzo o aprile, e i gemelli sono nati a ottobre del 1970, per altro con un mese di anticipo. Come possono essere figli di Guerinoni?».
• Nel gennaio 2015 Bossetti parla con Repubblica attraverso il suo avvocato Claudio Salvagni. Dice fra l’altro: «Dal 16 giugno, il giorno del mio arresto, le hanno provate tutte per farmi confessare. Speravano che prima o poi sarei crollato. Ma non confesso un delitto che non ho commesso. Il killer di Yara non sono io, lo dimostrerò in aula, davanti ai giudici. [...] Sul mio dna deve essere stato fatto un errore. Io, come ho sempre detto, non ho mai conosciuto né visto Yara. Ammesso sia davvero mia, quella traccia potrebbe essere finita lì, come ho detto ai magistrati, a causa dell’epistassi di cui soffro da sempre. Anche sul lavoro. Il mio sangue potrebbe essere finito su degli attrezzi usati dall’assassino. In cantiere ho perso spesso sangue dal naso, lo sanno anche i miei colleghi. Non ho accusato nessuno, ma ho offerto spunti, piste alternative. Finora non mi hanno ascoltato [...] Yara aveva la stessa età di uno dei miei tre figli (gli altri due hanno 8 e 10 anni, ndr ). Non potrei mai fare una cosa così atroce. È come se la facessi a uno dei miei bambini. Immagino il dolore devastante dei familiari di Yara, mi sono sempre messo nei loro panni, fin dal primo giorno. A Yara rivolgo un pensiero ogni giorno. A lei e anche alla mia famiglia, che continua a credere nella mia innocenza e mi sta vicino» [Paolo Berizzi, la Repubblica, 6/1/2015]
• La principale prova contro Bossetti è il Dna, che i suoi avvocati difensori definiscono «solo un’indizio». Ma colpisce che proprio Bossetti sia stato categorico con la madre Ester Arzuffi sul valore del Dna. Nel febbraio 2015, dopo la chiusura delle indagini che ha incriminato Bossetti per omicidio aggravato, è venuto fuori che lei, in un colloquio in carcere dell’8 novembre 2014, gli aveva detto: «tuo padre è Giovanni Bossetti, non l’autista di Gorno». Ma lui le aveva risposto: «La scienza non sbaglia. Lì non puoi smentire. Perché tutti i miei 21 cromosomi corrispondono ai 21 cromosomi del Dna di Guerinoni?. Lì è al cento per cento, non puoi sbagliare». [Fiorenza Sarzanini, Giuliana Ubbiali, Corriere della Sera 28/2/2015]
• Il carpentiere, che giura sulla sua innocenza, raccontò dopo l’arresto di essere stato a lavorare tutto il giorno quel 26 novembre e di essere tornato a casa passando velocemente per Brembate. Ma neanche la moglie Marita Comi, come dimostrano le intercettazioni dei loro colloqui in carcere, riesce più a credergli: «Massi, come mai ti ricordi che quella sera avevi il cellulare scarico ma non ricordi cosa hai fatto o dove sei stato?». «Massi, hai capito? Riesci a girare lì a Brembate per tre quarti d’ora… è tanto! Capito? Non puoi girare lì tre quarti d’ora così… a meno che non aspettavi qualcuno!». «Ci ho pensato Massi... eri lì quella sera, non mi ricordo all’ora che sei venuto a casa, non mi ricordo neanche cosa hai fatto… perché all’inizio eravamo arrabbiati, comunque non te l’ho chiesto, mi è uscito dopo, non mi hai mai detto cosa hai fatto! Non me l’hai mai detto!». [Paolo Colonnello, La Stampa, 28/2/2015]
• Marita Comi, che ha visto le foto del ritrovamento del cadavere di Yara, non si spiega come mai la bambina avesse una scarpa slacciata. Bossetti, durante un colloqui in carcere, secondo i pm a quel punto rivela perfino un dettaglio dell’omicidio: «Eh, però il campo era bagnato, la terra impelliccita e tutto, se tu corri in un campo è facile che le scarpe si perdano!». Poi se ne accorge, cambia discorso. «Io voglio uscire di qua, ma nessuno mi crede». [Paolo Colonnello, La Stampa, 28/2/2015]
• Quel lontano pomeriggio di novembre di cinque anni fa, Bossetti non andò a lavorare e non incontrò nessuno a Brembate, non il commercialista, non il fratello, non l’amico con cui dice di essere andato a bere una birra. Gli uomini del Ros del colonnello Michele Lorusso, hanno fatto un lavoro di ricostruzione incredibilmente preciso, ascoltando centinaia di testimoni, verificando ogni dettaglio, anche ogni accusa di Bossetti che prima ha adombrato «una vendetta» verso il padre di Yara Gambirasio, poi ha cercato di gettare la colpa su un collega di lavoro: «… Quindi ipotizzo di aver perso un guanto o uno straccio sporco di sangue e qualcuno è andato a depositarla su… su questa bambina qua». Un’idea? «Sì, il Massimo Maggioni che mi aveva prestato uno straccio rosa scuro una volta che mi ero ferito una mano… lui provava invidia per la mia bellissima famiglia… Io non voglio accusare nessuno, però l’ho visto allo stato come fa… cioè un cane che sbava». Ma il Maggioni nei giorni in cui scomparve Yara era ricoverato in ospedale [Paolo Colonnello, La Stampa, 28/2/2015]
• Colonnello: «Al di là delle menzogne quasi infantili del carpentiere di Mapello, al di là delle visite sui siti porno alla ricerca di “tredicenni senza pelo” oppure “mentre danzano in palestra”, parlano i fatti che si riassumono in tre elementi schiaccianti: il Dna ritrovato sui leggings e le mutandine di Yara incontrovertibilmente di Bossetti; le immagini del suo furgone, il camion Iveco, che passa avanti e indietro per tre quarti d’ora davanti alla palestra di Brembate e alla casa della ragazzina la sera della sua scomparsa; i frammenti di tessuto del plaid usato per rivestire i sedili dell’abitacolo del camioncino, (giallo, rosso e verde) trovato sempre sui leggings di Yara. Più la testimonianza di un uomo che lo riconosce quella sera vicino alla palestra e di una donna che è sicura di averlo visto appena tre mesi prima, settembre 2010, incontrarsi con Yara e farla salire sulla sua Volvo grigia station wagon nel parcheggio del cimitero di Brembate, guarda caso, proprio attiguo alla palestra: “Me ne sono ricordata perché lui aveva gli occhi incredibilmente azzurri, di ghiaccio”» [Paolo Colonnello, La Stampa, 28/2/2015].
• La stessa teste che sostiene di aver visto Massimo Bossetti con Yara, racconta che qualche giorno dopo al supermercato Eurospin ha rivisto il carpentiere che faceva la spesa. Dell’intera famiglia Gambirasio, l’unica che ci andava era Yara, in compagnia della zia Nicla. È là che lui l’ha «puntata»? [Paolo Berizzi e Piero Colaprico, la Repubblica 27/2].
• Il movente dell’omicidio di Yara Gambirasio è in 133 pagine: una radiografia dell’attività informatica, «costante», «mirata», dell’uomo accusato di averla uccisa, Massimo Bossetti. Una radiografia che rivela – dice il gip Vincenza Maccora – «la personalità di un soggetto indagato per l’omicidio di una ragazzina tredicenne». Bossetti, «come si evince dall’analisi del materiale informatico sequestrato nella sua abitazione, in particolare dal pc», manifesta un forte interesse per il «sesso delle tredicenni»: stessa età di Yara che era rossiccia di capelli. Più precisamente: «ragazzine rosse tredicenni, vergini». [Paolo Berizzi, la Repubblica 12/2/2015]
• Bossetti dal suo profilo Facebook è anche andato in cerca dei profili di alcune vicine di casa, giovanissime. [Paolo Berizzi e Piero Colaprico, la Repubblica 27/2/2015]
• Ai detenuti che gli dicevano «confessa, così puoi avere uno sconto di pena. Altrimenti rischi l’ergastolo», Bossetti, intercettato dalle cimici, ha risposto: «Rischierò l’ergastolo, ma non confesso per la mia famiglia». [Giuliana Ubbiali, Corriere della Sera, 22/2/2015]
• Il processo inizia il 17 luglio 2015.
• Il colonnello Michele Lorusso, ora comandante del Ros di Torino, per 4 anni ha dato la caccia all’assassino di Yara. In tribunale, raccontando le fasi dell’arresto di Bossetti (16 giugno 2014): «Bossetti, appena vide arrivare i carabinieri in borghese che erano entrati nel cantiere di Seriate con la scusa di un controllo sugli extracomunitari, prova a fuggire. Lo si vede chiaramente in un filmato che abbiamo realizzato per evitare future contestazioni».• La mattina del 25 dicembre 2015 muore Giovanni Bossetti, suo padre. Ai funerali: «Papà, questa tua perdita ha lasciato un vuoto incolmabile. Dolore nel dolore. Non c’è sofferenza peggiore, i genitori sono il pilastro della nostra esistenza». Perché, continua, «si può avere tutto dalla vita, una moglie, dei figli, sorelle e fratelli, zii, ma quando mancano i genitori non sei più nessuno. Sono insostituibili, come lo eri tu». Poi scende gli scalini e va a baciare la foto del padre sopra la bara. Quando torna nel banco con gli occhi gonfi per le lacrime, la mamma Ester Arzuffi lo stringe in un lungo abbraccio. In seconda fila c’è la moglie Marita Comi. Lui si volta, piange disperato e anche lei lo stringe forte [Armando Di Landro e Giuliana Ubbiali, Corriere della Sera 30/12/2015]. Dopo la cerimonia torna in carcere.
• Il 1° luglio 2016 arriva la condanna all’ergastolo dalla Corte d’assise di Bergamo. Il Dna è stato ritenuto la «prova» regina, ma al muratore sono stati contestati anche altri quattro indizi: l’aggancio delle celle telefoniche sulla palestra frequentata da Yara; le sfere di metallo — caratteristiche di luoghi dove ci sono cantieri edili — trovate nelle scarpe della vittima; la mancanza di alibi; le fibre tessili sui vestiti della giovane ritenute «compatibili» con quelle del suo furgone. Bossetti ascolta la lettura della sentenza e alza gli occhi al cielo, scuote la testa, si gira per cercare lo sguardo della moglie Marita, lo trova per pochi secondi. Con lei può scambiare solo un breve saluto. Poi le guardie penitenziarie lo portano via in manette, a passo svelto [Sarzanini, Cds 2/7/2016; Di Landro e Ubbiali, Cds 2/7/2016].
• Dopo la sentenza Maura Panarese e Fulvio Gambirasio, i genitori di Yara, hanno detto: «Nessuno ci ridarà indietro Yara ma almeno ora sappiamo chi è stato». E ancora: «Non abbiamo mai avuto dubbi sulla sua colpevolezza» (Giusi Fasano, Cds 2/7/2016).
• Dopo la sentenza Marita Comi, la moglie di Bossetti, ha pianto disperatamente [Giusi Fasano, Cds 2 /7/2016].
• Nel suo ultimo appello ai giudici, qualche ora prima della sentenza disse: «Signori, restando nelle vostre mani accetterò il verdetto qualunque esso sia. Ringrazio tutti di cuore e ricordatevi: se mi condannerete sarà il più grave errore giudiziario di questo secolo. La mia vita, è già rovinata da due anni di ingiusta detenzione». Ma spera che la verità alla fine trionfi. «Mi rendo conto che è molto difficile assolvere Bossetti, ma è molto più difficile condannare un innocente» [Colonnello, lastampa.it 1/7/2016].
• «Quando comincerà il secondo capitolo del processo? Le stime portano a indicare la primavera del 2017. I suoi difensori avranno 45 giorni di tempo per impugnare la sentenza e depositare il ricorso. La partita si sposterà quindi a Brescia, sede distrettuale della Corte d’Appello. È lì che si celebrerà il processo di secondo grado (aperto al pubblico) . Considerando le tempistiche, la prima udienza potrebbe essere fissata a primavera 2017.Non sarà però un processo lungo come quello di Bergamo. L’appello infatti si celebra sugli atti del processo di primo grado. C’è una variabile di non poco conto che potrebbe cambiare le carte in tavola e dilatare i tempi. La difesa intende infatti riproporre la sua richiesta di nuovi accertamenti genetici. La Corte d’Assise d’appello concederà oppure respingerà l’istanza, come già fatto dai giudici di primo grado? Questo sarà il nodo cruciale del processo» [Ecodibergamo.it 3/7/2016].