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 2017  agosto 20 Domenica calendario

• Viareggio (Lucca) 16 maggio 1915 – Roma 29 novembre 2010. Regista.
• «Il cinema è la settima arte; cioè l’ultima. Non è niente, è una congerie, un accumulo di teatro, musica, fotografia. Almeno un tempo era un’arte popolare. Ora il cinema italiano ha pretese di alta cultura; ma il borgataro va a vedere gli americani. E il cinema che non passa la prova del borgataro non ha futuro».
• «Mio padre era un giornalista molto noto, mia madre una contadina. Tomaso Monicelli era stato direttore dell’Avanti! prima di Mussolini. Erano amici. Papà si schierò con i nazionalisti, le camicie azzurre, e appoggiò il Duce fino al delitto Matteotti. Poi passò all’opposizione. Non poteva più firmare i giornali ma divenne direttore editoriale della Rizzoli, lavorò anche per Mondadori, che era nostro cugino».
• «Nel 1934, a diciannove anni, presentò al Festival di Venezia un film semiamatoriale girato col cugino Alberto Mondadori, che gli fruttò come premio l’ingaggio come aiuto dell’aiuto dell’aiuto in un film vero, quello che il regista boemo Gustav Machaty, trionfatore di quello stesso Festival con Estasi e le nudità di Hedy Kiesler poi Hedy Lamarr, avrebbe girato l’anno dopo a Cinecittà. Su quel set il giovane Mario fu molto colpito dalla personalità di Machaty, un creatore e un despota, che per esempio quando gli mancava l’ispirazione esigeva il buio e il silenzio totale nel teatro di posa: tutti, interpreti e maestranze, dovevano trattenere il respiro anche per molti minuti, finché il Maestro non si riscuoteva e tornava all’azione. Subito dopo quell’esperienza Monicelli trovò lavoro in un altro film, questa volta nell’Africa italiana, dove Augusto Genina girava Lo squadrone bianco. Genina era un romano pacioso e conciliante: addirittura con raccapriccio Monicelli notò che non soltanto non impartiva disposizioni precise all’operatore, ma addirittura ne sollecitava i consigli, in base ai quali talvolta modificava le proprie decisioni. Ricordando la sprezzante sicurezza di Machaty, Mario disprezzò Genina per questa mancanza di personalità. Quando però i due film uscirono quasi contemporaneamente ebbe la rivelazione: Ballerine di Machaty era un disastro, e fu addirittura sbeffeggiato dai pochi spettatori; Lo squadrone bianco era, e sarebbe rimasto, uno dei non molti film italiani memorabili tra le guerre. Imparai la lezione, dice Monicelli, che quando diventò regista a sua volta non solo evitò gli atteggiamenti dell’artista dispotico e pieno di sé, ma stabilì sempre un clima cordiale con gli attori e con la troupe, badando non a imporsi ma a convincerli a collaborare» (Masolino D’Amico).
• Tra i suoi film: Totò cerca casa (1949), Guardie e ladri (1951), Totò e Carolina (1955), I soliti ignoti (1958), La grande guerra (1959), I compagni (1963), L’armata Brancaleone (1966), La ragazza con la pistola (1968), Vogliamo i colonnelli (1973), Romanzo popolare (1974), Amici miei (David di Donatello 1976), Un borghese piccolo piccolo (David 1977), Speriamo che sia femmina (David e Nastro d’argento 1986), Il male oscuro (David 1990). Da ultimo de Le rose del deserto (2006), tratto da Il deserto della Libia di Mario Tobino: ambientato nel 1940 in un’oasi sperduta, dove una sezione sanitaria militare italiana attende di entrare in Alessandria («il film più difficile e complicato della mia carriera»).
• «Inventore di un genere cinematografico più personale che italiano, grande regista, ha girato oltre cinquanta film, ha raccolto vasti successi, ha avuto nei Cinquanta con la censura persino più guai di Luchino Visconti. Il vero massacro fu per Totò e Carolina, che satireggiava la polizia, il clericalismo, ed esaltava in chiave comica le sezioni comuniste: quaranta tagli circa. Quasi quanti Guardie e ladri, diretto con Steno, protagonisti Totò ladruncolo e Aldo Fabrizi ansimante poliziotto: siccome i due fraternizzavano, al ministero dello Spettacolo considerarono questa fraternizzazione come una bomba posta sotto le istituzioni, una maniera per minare la società italiana. A Monicelli, Totò piaceva moltissimo, per lui ideò il “primo film comico neorealista”, Totò cerca casa. Diretto con Steno: proponendo il tema degli alloggi mancanti, degli sfollati, dei senzatetto, fu il primo film comico a trattare un argomento reale, di attualità, e da allora questa fusione verità-comicità diventò una tendenza. La commedia italiana degli anni Cinquanta era un’evoluzione della farsa, gradatamente mutatasi in commedia di costume. I Soliti ignoti era già una commedia di costume su ladri inetti e poveri, comprendeva persino il primo morto d’un film del genere. Per il divertentissimo film divenuto proverbiale, rifatto da Louis Malle negli Stati Uniti, portatore di battute indimenticate (“Ma come ti sei vestito?”. E il vecchio Capannelle, l’attore Carlo Pisacane in pantaloni da equitazione e stivali: “Sportivo!”), le invenzioni di Monicelli furono tante: l’idea di sfruttare le grandi costruzioni di Visconti per Le notti bianche e quella di affidare a Totò un piccolo ruolo di professore di scasso; le alterazioni alla faccia di Vittorio Gassman, cotone nelle narici, spessore sotto il labbro, mascheramento della gobba del naso, parrucca; l’assunzione di Claudia Cardinale che veniva dalla Tunisia; il sardo Tiberio Murgia trasformato in siciliano. Per il film che è forse il capolavoro di Mario Monicelli, La grande guerra con Gassman e Sordi, altre gravi difficoltà: produttore e distributore non potevano accettare che i due protagonisti d’un film che doveva essere comico finissero fucilati, né che la coralità del film (una massa di gente, soprattutto di origine contadina, che per quattro anni combatte una guerra assurda) prevalesse a volte sulle star della risata. In più, toccare Caporetto era ancora un tabù e la Grande guerra “era avvolta nella retorica più fastidiosa e sciocca”. Ma, insistendo e lottando, il film venne completato, ebbe un successo clamoroso, è rimasto a rappresentare la guerra dei bisnonni, l’improvvisazione dell’esercito, il coraggio e la viltà degli italiani. Così come un altro dei film più belli e popolari di Monicelli, il suo preferito, L’armata Brancaleone (“Branca, branca, branca/leon, leon, leon”) ha impresso nell’immaginario italiano, colmo di pittura squisita e lussuosa, un Medioevo realistico, popolato da analfabeti, malattie, guerre assurde e tornei grotteschi, squattrinato, straccione, spaccone, impasticciato in un linguaggio incomprensibile. E I compagni con un magnifico Marcello Mastroianni, sulle origini del sindacalismo italiano, sulle prime grandi battaglie operaie alla fine dell’Ottocento, sulla lotta di classe, in un mix di commedia e dramma, rimane l’unico esempio italiano di epica proletaria. Eppure Mario Monicelli non è affatto l’inventore e neppure il capofila della commedia all’italiana. Questa commedia è spesso complice, compiacente, indulgente, accarezza i vizi nazionali mentre ne ride; la durezza severa di Monicelli invece è irriducibile quanto la classicità senza sbavature del suo stile. Monicelli giudica i suoi personaggi, non si limita ad osservarli; ne fa emergere gli errori e i comportamenti disgustosi senza pietà. È cattivo come dev’essere un satirico e mai sentimentale. Sono pochi i suoi film commoventi ma la commozione che suscitano è alta, mai melensa, non ti fa vergognare d’esserti commosso» (Lietta Tornabuoni).
• «Mi atteggio da freddo, ma lo sono meno di quello che appare. Mi hanno attribuito una fama di cinico e di uomo smitizzante. Non so se sono così, ma mi sono accorto che la cosa pagava. Il personaggio che mi sono messo addosso lo coltivo anche adesso».
• «Quando i maschi indossano una divisa diventano subito bravi attori e la stessa cosa succede quando alle donne si chiede di fare le puttane».
• «Non ci si innamora delle attrici, si perde la libertà, è uno sbaglio clamoroso. L’attore è uno strumento, e non ci si innamora di uno strumento. Il falegname non si innamora di una sedia o il pittore non s’innamora del pennello» (da un’intervista di Alain Elkann).
• Del regista portoghese Manuel De Oliveira ha detto: «È bravissimo, ma non vedo l’ora che muoia così rimango l’unico novantenne in attività, divento il più grande regista morente». Di Gabriele Muccino: «Fa dei film simpatici, anche divertenti, che rispecchiano un certo modo di muoversi e di parlare della sua generazione. La commedia all’italiana trattava qualcosa di più profondo». Nel discorso pronunciato in occasione della morte di Dino Risi (23 dicembre 1916-7 giugno 2008): «Avevamo scommesso su chi sarebbe morto prima, ma non mi ricordo chi ha vinto» Degli italiani: «Sono stupidi, adorano Berlusconi. Chiunque prometta agli italiani benessere, riceve il loro voto».
• Tre figlie di madri diverse e una moglie. «Ci si sente quel poco di cui abbiamo bisogno, ci si saluta, ci si conforta. Ma io non ho bisogno di nessuno».
• Negli ultimi anni ha vissuto a Roma, «con poco, sto in una casa di 45 metri quadri in un quartiere dove tutti mi conoscono. E va bene così».
• Alla vigilia delle Politiche 2008 annunciò il suo sostegno alla Sinistra-l’Arcobaleno: «Di Bertinotti sono amico, lo stimo e lo frequento con piacere, e lo incontro, spesso, a cena, con sua moglie Lella... solo che, davvero, io sarei un bel po’ più a sinistra di lui e della Sinistra Arcobaleno. Ma cosa c’è in Italia più a sinistra di loro? Così mi tocca accontentarmi» (da un’intervista di Fabrizio Roncone).