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 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

• Dubrovnik (Croazia) 11 febbraio 1921 - Sumirago (Varese) 9 maggio 2013. Stilista. In coppia con la moglie Rosita Jelmini (Rosa Maria, Varese 20 novembre 1931), nipote dei Torrani che facevano tessuti ricamati, sposata il 18 aprile 1952: «I primi 35 anni di matrimonio sono stati un disastro, poi tutto bene».
• Figlio di Teresa Devidovich, contessa di Capocesto e di Ragosniza e del capitano di mare Vittorio Missoni. Nell’infanzia si trasferì a Zara, studiò a Trieste e a Milano. Nel 1937 batté all’Arena di Milano l’americano Elroy Robinson, primatista mondiale dei 400 piani. Nel 1948 fu 6° nella finale olimpica dei 400 ostacoli. Due anni dopo fu 4° agli Europei.
• «Avevo fatto la guerra in Africa, niente di eroico. El Alamein? Ero in una buca, arrivò un neozelandese, mi disse: “Come on”. Così, per quattro anni, sono stato ospite di Sua Maestà Britannica. Dormivo e leggevo, i miei due passatempi preferiti».
• «È grazie allo sport che ho conosciuto mia moglie. Ai giochi di Londra del 1948. Lei aveva 17 anni, era a Londra in collegio a studiare l’inglese, venne allo stadio, era seduta proprio sopra il tunnel dal quale escono gli atleti. Tutte le sue amiche si voltarono a guardarmi. Ero alto, magro da far spavento, era la prima Olimpiade dopo la guerra, avevo il numero 331. Restò impressionata da quanto sputavo. Credeva fossi più giovane, invece avevo 27 anni. La domenica dopo andammo insieme in gita a Brighton» (da un’intervista di Emanuela Audisio).
• «A Gallarate, appena sposati, abitavamo in un piccolo appartamento. Nel seminterrato di casa aprimmo il nostro primo laboratorio di maglieria. Ogni mattina chi si svegliava per primo doveva scendere nel laboratorio per accendere la stufa ma, chissà come mai, era sempre lei ad alzarsi. Da allora, per la verità, ho riconosciuto che le donne sono molto più sveglie di noi uomini».
• «Il clan di mia moglie si fidava poco di me perché loro si alzavano alle sette di mattina per andare a lavorare in fabbrica, mentre io non lavoravo quasi, mi arrangiavo. Solo per sopravvivere avevo avviato una maglieria a Trieste, dopo il matrimonio la portai a Gallarate. Un giorno Anna Piaggi, allora caporedattore della rivista di moda Arianna, trovò interessante il nostro lavoro e venne a trovarci. Ci dette così spazio redazionale e fotografie. Da lì andammo al Pitti Moda con il prêt-à-porter, però il secondo anno ci hanno cacciato perché avevamo fatto sfilare abiti trasparenti e si vedevano i seni delle modelle. Sei mesi dopo, a Parigi, Yves Saint-Laurent lanciava il nude look. Il vero successo lo avemmo a Firenze l’autunno successivo. Abbiamo avuto una standing ovation e, quando siamo tornati in albergo, ci siamo detti per la prima volta “ce l’abbiamo fatta”. La collezione ebbe successo in tutto il mondo e il New York Times scrisse: “Missoni è quello che vorrebbe fare Chanel se fosse ancora viva”. Da quel momento in là non abbiamo più avuto il nostro conto in banca in rosso e questo devo dire che è il punto più importante da raggiungere. Quando nel lavoro non hai più una lira di debito, sei un signore» (da un’intervista di Alain Elkann).
• I Missoni sono «celebri per aver rivoluzionato, grazie a brillanti innovazioni tecniche, il mondo della maglieria e imposto uno stile inconfondibile - le righe, gli zig zag, le onde, i motivi fiammati, i patchwork - denso di citazioni sofisticate (dalla natura, all’arte contemporanea alle culture più lontane)» (Chiara Beria di Argentine).
• Tre figli: Vittorio, cura la parte commerciale, Luca la collezione uomo, Angela (vedi) ha sostituito la mamma per la collezione donna.
• Nel 2006 vinse a Linz (Austria) il titolo mondiale over 85 di lancio del peso (7,59 metri), nel 2008 fu medaglia di bronzo («certo, non posso più fare i risultati dei giovani, quelli che vengono su adesso, quelli di 80, 81 anni»).