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 2017  dicembre 13 Mercoledì calendario

• Cefalù (Palermo) 13 maggio 1946. Magistrato. Capo della Procura di Palermo (dal 12 luglio 2006, nel voto del Csm prevalse sugli altri due concorrenti Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone grazie all’appoggio delle correnti Unità per la Costituzione, centrista, e Magistratura democratica, sinistra). Capo della Direzione distrettuale antimafia di Palermo (prese il posto di Pietro Grasso).
• Laurea a Palermo nel 1967, dal 1970 in magistratura, nel 1973 lasciò Alcamo, dove era pretore, per diventare sostituto procuratore della Repubblica a Palermo. Dal 1977 all’80 giudice del Tribunale di Caltanissetta, vi tornò nel 1986 con la carica di sostituto procuratore generale, dopo una parentesi al Tribunale di Palermo (dove era sostituto procuratore generale). Dall’89 al 1994 procuratore circondariale a Caltanissetta, dal 1994 al 2002 procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Termini Imerese. Dal 16 maggio 2002 procuratore della Repubblica a Caltanissetta, dove subentrò a Tinebra.
• Nel 2007 protagonista di una querelle col superprocuratore Pietro Grasso (vedi) sulla riorganizzazione della Dia (Messineo assegnò le competenze con una parcellizzazione del territorio che a detta di molti pm avrebbe reso impossibile il coordinamento del lavoro di magistrati e investigatori).
• Nel 2008 ha definito «apprendisti stregoni» i giornalisti di Repubblica che hanno pubblicato i “pizzini” del boss Salvatore Lo Piccolo (Francesco Viviano e Alessandra Ziniti, indagati per favoreggiamento a Cosa Nostra): «Rivelare nominativi in codice con le cifre accanto di chi pagava non è stato un servizio al lettore, ma un danno per le indagini e un assist lanciato a qualcun altro. Noi esortavamo i commercianti a presentarsi in forma riservata cercando di suscitare la loro collaborazione. Ma dopo la pubblicazione dell’elenco, la reazione è stata opposta con un coro di voci che smentivano il pagamento del pizzo».
• Nel giugno 2013 rischiò il trasferimento d’ufficio da parte del Csm. Gli fu contestata «una gestione debole dell’ufficio e che non garantirebbe la necessaria indipendenza. Da Palazzo dei Marescialli, nell’atto di incolpazione, citando l’accusa del pm Leonardo Agueci, si spiega che il magistrato non ha favorito la circolazione delle informazioni all’interno dell’ufficio. E “conseguenza di questo difetto di coordinamento sarebbe stata la mancata cattura del latitante Matteo Messina Denaro”. Messineo ha avuto rapporti privilegiati con Antonio Ingroia che lo avrebbe condizionato nelle sue decisioni. Una situazione che avrebbe determinato spaccature e incomprensioni nella procura di Palermo» (HuF 12/6/2013). La pratica fu poi archiviata.