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 2017  dicembre 13 Mercoledì calendario

Enzo Mari

Biografia di Enzo Mari

• Cerano (Novara) 27 aprile 1932. Designer. Sedia Tonietta, sedia Box, ha vinto quattro volte il Compasso d’oro (l’ultimo alla Carriere nel 2011). «Uno dei designer più celebri del Novecento» (la Repubblica).
• «Mio padre era guardato male dai più poveri dei poveri. Mai posseduto un conto in banca. Aveva solo un sogno, che diventassi professore universitario. Ho lavorato duro fin da quando avevo 14 anni. Ho mantenuto la famiglia. Ho fatto di tutto. Quando ho potuto mi sono iscritto all’Accademia di Brera. Ma non ho visto soldi fino ai quarant’anni».
• Primo lavoro: «Un cartello per pubblicizzare il vino nuovo in un’osteria sotto casa».
• «A Roma, di fronte alla cappella Sistina, mi sono reso conto che non avrei mai potuto raggiungere quei livelli. E allora mi sono posto l’obiettivo di diventare il Michelangelo dei fiammiferi. Per molti anni la mia attività fu di progettare giocattoli in legno per la Rinascente».
• «Oggi c’è ridondanza, non si pensa più a cosa può essere utile e umano, alla vera invenzione come fu la plastica negli anni Cinquanta».
• «Nani, ballerine… I designer sono i primi tra i miei nemici. Il 95% è totalmente ignorante. Sono dei piccoli robot che accettano come valore solo il mercato. Poi c’è un 5% che capisce, ma cinicamente accetta le distorsioni dello stesso mercato: oggetti costruiti per durare solo qualche mese… Non servono a chi li acquista, ma a chi li produce per fare profitto. È legittimo, ma non si riempiano riviste e volumi per dire che questi lavori contengono qualcosa di cui la società ha bisogno» (a Vittorio Zincone).
• «Nel 2003 ha tenuto una conferenza in Giappone in cui ha descritto la morte imminente di ogni sogno di progetto. La sua concezione del design è quella di abbassare i costi di produzione senza far perdere qualità all’oggetto. Il risultato è stato esposto alla Triennale in una mostra aperta in occasione del Salone del Mobile di Milano e intitolata Enzo Mari e diecimilamilioni di alberi: sei sedie, tre tavoli, due poltroncine, due divani, due armadi, una specchiera-appendiabiti, due librerie, alcuni cubi contenitori e altri tavoli e sedute tradizionali giapponesi. Mari incarna perfettamente il design italiano contemporaneo, le sue aspirazioni, le sue difficoltà, i suoi limiti e insieme le sue riuscite. Il design rappresenta un prodotto di lusso che aspira, grazie alla grande produzione, ad essere alla portata di molti, se non di tutti. Quando Mari parla di qualità formale e qualità sociale vuole indicare proprio questi due aspetti: oggetti di qualità a prezzi bassi, ma anche dotati di valori estetici riconoscibili e apprezzabili. Il problema non è di poco conto, visto che dietro il lavoro di un designer come Mari c’è la volontà di coniugare estetica e politica, utopia del gusto e utopia sociale» (Marco Belpoliti).
• «Non c’è più quell’illusione per cui il mio mestiere è nato: l’utopia, produrre oggetti per una società diversa. La nascita del design ha coinciso con quella dell’utopia socialista. Persone, lavoro, cose pratiche e giuste. Oggi tutto è condizionato da imprenditori sciocchi, da un mercato dell’immagine, dal professionismo. La normalità è il vero nuovo da cui ripartire».
• «Distinguo l’ambito progettuale in paranoico e metanoico. I paranoici sono i maestri come Ettore Sottsass ed Enzo Mari, che affermano in modo perentorio ciò che è bello e il pubblico dovrebbe capirlo. In realtà la gente non capisce. L’esempio estremo è la frase di Mari, che dice: “Quando faccio un progetto e si vende davvero bene, comincio a dubitare che non sia un buon design”» (Alberto Alessi, imprenditore).
• «Pensa creativamente e costruisce logicamente» (Max Bill), «La coscienza dei designer» (Alessandro Mendini), «Massima autorità morale nel campo del design italiano» (Giovanni Klaus Koenig), «Fa della contraddizione un vero e proprio materiale creativo, si impegna a ridurre nell’uso della cosa la possibilità dell’errore» (Vittorio Gregotti).
• Ultime pubblicazioni: Lezioni di disegno (Rizzoli, 2008), 25 modi per piantare un chiodo (Arnoldo Mondadori, 2011).
• «Sono comunista. Intendiamoci, non sono mai stato iscritto al partito. Anche perché quando esponevo le mie idee e cercavo di contattare qualcuno, mi rispondevano immancabilmente: sei un bravo ragazzo, ma di queste cose si parlerà fra quarantamila anni».
• Due figli, lo scrittore Michele Mari (vedi) e Cristina, avuti dal primo matrimonio con la disegnatrice Gabriella Ferrano (nome d’arte Iela Mari). Ha poi sposato la critica d’arte Lea Vergine. «È da cinquant’anni che litighiamo. Ho avuto una prima moglie, ho avuto delle fidanzate. Ho conosciuto Lea per caso, a Napoli, dopo che aveva chiesto a Giulio Carlo Argan di consigliarle qualcuno che potesse curare la grafica di una rivista. Quindi vado a Napoli, in un albergo, entro verso mezzogiorno, nella grande hall non vedo nessuno. In fondo alla sala vedo un uomo e lei, che allora aveva 26 anni. Ero fermo in piedi come un cretino. Lea era una bella ragazza, ma io ero troppo timido e pensavo in termini vagamente mitologici alle belle ragazze. Per me erano una specie di regalo della divinità che ti arrivava dal cielo».
• «Una volta Enzo mi ha detto: “Sei troppo. Vestiti di marrone scuro”. Mi ha disegnato un vestito e io, come una monaca, l’ho portato per un anno intero”» (Lea Vergine) (Lauretta Colonnelli).