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 2017  dicembre 13 Mercoledì calendario

• Castellace di Oppido Mamertina (Reggio Calabria) 20 giugno 1933. ’Ndranghetista. Pentito. Già capo dell’omonima cosca alleata ai Rugolo (a lui era subentrato Francesco, figlio del cugino Vincenzo, ora detenuto).
• Detto Saro, soprannominato il Playboy, ma anche Il malandrino dalle scarpe lucide.
• Arrestato il 31 agosto 1992, era detenuto in una località segreta, fino a quando non è evaso, 19 gennaio 2014 e i giornali, nel dare la notizia, hanno rivelato che abitava a Tivoli. Si è costituito tre settimane dopo alla caserma dei Carabinieri della frazione Castellace di Oppido Mamertina.
• Figlio di Francesco, boss di Castellace, ammazzato a colpi di lupara nel 1954 nel corso della faida coi Barbaro (finita nel 55, vinsero i Mammoliti alleandosi coi Rugolo). La cosca si affermò nel secondo dopoguerra angariando i proprietari terrieri, prima costringendoli a svendere i raccolti delle olive e degli agrumi, poi le terre. Insomma si arricchirono espropriando la terra. Tre fratelli, tutti malavitosi: Antonio, Francesco, Salvatore. Secondo gli inquirenti, insieme continuarono ad accumulare ricchezze coi sequestri di persona, uno tra tutti Paul Getty junior, nipote del petroliere inglese Paul Getty, rapito a 17 anni il 9 luglio 1973, a Roma, e liberato il 15 dicembre successivo all’imbocco dell’autostrada all’altezza di Lauria, sulla Salerno-Reggio Calabria (il riscatto costò alla famiglia 1 miliardo e 700 milioni, al ragazzo un orecchio). Informative dei carabinieri del 1980 denunciavano a carico dei Mammoliti anche attività di contrabbando di preziosi e droga. I profitti, riciclati costruendo moderni frantoi, che poi davano diritto anche al sussidio integrativo CEE per la produzione dell’olio d’oliva (previsto nell’ottica di assicurare competitività in ambito europeo).
• «Il primo grande boss calabrese a finire negli archivi della Dea (Drug Enforcement Administration), fu Saverio Mammoliti. Il quale nel 1973, contattato da due agenti sotto copertura, si impegnò a procurare loro cocaina a fiumi, anche direttamente negli Stati Uniti» (Nicola Gratteri, Antonio Nicaso).
• Finì in carcere per la prima volta nel 73, proprio per il sequestro Getty (ma poi fu assolto). In tasca aveva un’agendina coi numeri della presidenza del Consiglio e di uffici della Corte di Cassazione. Entrò e uscì nel carcere altre volte (una riuscì a evadere, nel 75).
• Durante uno dei vari periodi di latitanza si sposò, proprio nella chiesa del suo paese, con Nava Maria, di 19 anni più giovane (fu arrestata con lui).
• Secondo gli inquirenti nel frattempo entrò a far parte della commissione provinciale della ’ndrangheta costituita alla fine della seconda guerra di mafia per dar modo ai contendenti di spartirsi l’accaparramento degli appalti per la costruzione del Porto di Gioia Tauro (a dire di alcuni pentiti il fratello Antonio garantì per il gruppo degli Imerti nella pax mafiosa firmata nel 1991, vedi Pasquale Condello, Giorgio De Stefano). Nella classifica per valore di appalti affidati, i Mammoliti-Rugolo erano al secondo posto dopo i Piromalli. Pare che abbia anche esportato la malavita in Basilicata (c.d. “mafia dei basilischi”).
• «Certo non doveva trovarsi male, nel carcere di Cinque Fronde, il padrino della ’ndrangheta Saro Mammoliti. Il carcere era minuscolo, i detenuti sei o sette, le guardie premurose, la pasta con le melanzane e la ricotta ottima. L’ideale, per uno come lui che (…) si era sempre trattato alla grande, come quando, latitante e ricercatissimo, girava per Roma con una chiassosa Jaguar color rosa confetto. A rovinargli le ferie dietro le sbarre, un dannatissimo giorno, fu una scampanellata. Era il giudice di sorveglianza che, quando gli venne aperto il cancello d’ingresso, si trovò davanti non una guardia ma lui, il Mammasantissima. Spiegarono i secondini: “Signor giudice, ci fidavamo, è così a modo...”» (Gian Antonio Stella).
• L’ultimo arresto il 31 agosto del 92, insieme ad altri 35 affiliati, tra cui la moglie (operazione “Pace tra gli ulivi”). Rifiutò di farsi ammanettare da un capitano: «A mia i manetti mi l’avi a mettiri sulu nu culunnellu». In contestazione estorsioni di terreni per un valore di oltre 15 miliardi. I proprietari venivano intimiditi appiccando incendi (19 addebitati a lui), danneggiando le coltivazioni (15 episodi a suo carico), tagliando alberi (lui, o chi per lui, oltre 1.100 ), rubando prodotti e attrezzature (14 furti a suo carico). Lo accusarono anche di essere il mandante dell’omicidio del barone Antonio Carlo Cordoprati, ammazzato il 10 luglio 1991 con tre colpi di pistola da un killer dei Mammoliti, Salvatore Larosa, perché non voleva svendere a don Saro le sue terre (fu assolto, furono condannati il cugino Vincenzo e il di lui figlio Francesco).
• Si pentì nel 2003. Comparso in videoconferenza davanti ai giudici della corte d’appello di Reggio Calabria, ripreso di schiena, il 21 maggio 2003 rivolse un appello ai suoi ex affiliati: «Collaborate con la giustizia, pentitevi». Disse anche: «La mia casa era un porto di mare... in quanto nel paese il vero Maresciallo ero io e le denunce venivano fatte a me».
• Nel 2005 fece istanza di liberazione condizionale, ma il Tribunale di sorveglianza di Bologna la rigettò in quanto non aveva risarcito i familiari delle vittime dei reati commessi (quindi non aveva dimostrato ravvedimento). Il suo difensore impugnò sostenendo che era nullatenente e che nei 24 anni passati in carcere aveva dato prova di comportamento ineccepibile, ma i giudici della Cassazione, l’8 febbraio 2006, respinsero il ricorso. Pensare che Teresa Cordopatri (sorella del barone ucciso, presente ai fatti, sarebbe morta anche lei se non si fosse inceppata la pistola), perse tutti i suoi beni per risarcire i pm del danno morale subito a causa di un suo esposto al Csm, presentato per chiedere spiegazione delle loro «disattenzioni» tutte le volte che aveva denunciato i Mammoliti (finché non uccisero il fratello e per poco anche lei).
• Nel 2012 era tornato in carcere, in via cautelare, con l’accusa di avere fatto tagliare, all’inizio dell’anno, 640 ulivi secolari nei terreni confiscati al clan nella Valle del Marro, gestiti da Libera. I giudici gli concedevano di nuovo gli arresti domiciliari in località protetta, ma il Tribunale di Reggio Calabria il 28 gennaio 2014 lo ha condannato a 13 anni e 10 mesi (il figlio Antonio, di 23 anni, a 7 anni e 2 mesi). Per paura di tornare in carcere, il giorno dopo si è dato alla macchia, ma tre settimane dopo si è costituito alla caserma dei carabinieri del suo paese in Calabria.
• «La verità è che i carabinieri hanno cominciato a perseguitarmi, anni fa, perché ero bello, piacevo alle donne e avevo una spider rossa per portarci le ragazze. Ero un bracciante, e i carabinieri dicevano: ma dove li prende i soldi, quello?» (così aveva detto a un giornalista in aula durante un processo) (Cesare De Simone). (a cura di Paola Bellone).