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 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

• Palermo 20 luglio 1942. Mafioso. Detto “Totuccio”, soprannominato “il Barone”, nei pizzini che mandava a Bernardo Provenzano, si firmava «30». Latitante dall’83 (fra i trenta ricercati più pericolosi), è stato arrestato il 5 novembre 2007. Sposato con Rosalia, tre figli: Calogero, Sandro (detenuti), e Claudio. Ufficialmente imprenditore edile.
• Iniziò la sua carriera criminale come guardaspalle e autista di Rosario Riccobono (1929-1982), padrino di San Lorenzo, quartiere a nord ovest di Palermo, nell’82 vittima di lupara bianca per mano dei corleonesi. Passò anche lui nello schieramento dei corleonesi, facendo dei casermoni del quartiere Zen la sua roccaforte. Reclutava manodopera, custodiva armi e droga. Capo mandamento di San Lorenzo, nel territorio di Palermo aveva conquistato Capaci, Isola delle Femmine, Carini, Villagrazia di Carini, Sferracavallo e Partanna-Mondello. Con la cattura del capomafia trapanese Vincenzo Virga (vedi scheda), anche alcune zone della provincia di Trapani erano diventate sue.
• Provenzano a capo di Cosa Nostra, Lo Piccolo era al vertice di Cosa Nostra palermitana (insieme a Nino Rotolo, capomandamento di Pagliarelli, Antonino Cinà, il medico di Provenzano, e Francesco Bonura), quando gli venne in mente di far rientrare a Palermo gli “scappati”, detti anche i “perdenti”, gli Inzerillo che sconfitti dai corleonesi nella seconda guerra di mafia si erano rifugiati a New York. Motivo: restituire a Cosa Nostra il ruolo di protagonista nella scena internazionale. «(Lo Piccolo) scorge soltanto una possibilità per restituire a Cosa Nostra “centralità” e influenza, quindi il potere economico di un tempo. Occorre concedere agli “sconfitti” della guerra di mafia degli Anni Ottanta (...) di rientrare a Palermo, di essere “ponte” tra l’Isola e gli Stati Uniti, dove gli esiliati sono cresciuti, per restituire all’organizzazione siciliana una rispettata e riconosciuta funzione di broker nel mercato mondiale legale/illegale» (Giuseppe D’Avanzo). Ma al tempo Provenzano mangiava ancora di nascosto pane e cicoria nel suo covo in quel di Mezzojuso e in attesa del suo benestare era tutto uno scambiarsi pizzini su Inzerillo sì, Inzerillo no. Quello prendeva tempo senza dare ragione a nessuno, o dandola a ognuno, tanto che Vincenzo Marcianò, capo di Passo di Rigano-Boccadifalco, favorevole al rientro, fu intercettato mentre diceva: «C’è ancora il discorso aperto, il discorso degli Inzerillo, perché mi scrive il Provenzano, ed è la seconda volta che mi scrive. Ed ha sempre un modo di fare che, per conto mio, è ambiguo. Mi dice e non mi dice». Il problema era che non tutti erano d’accordo, uno tra tutti, Nino Rotolo, che per questo stava mandando il suo figlioccio a ucciderlo (vedi Antonino Rotolo).
• A facilitargli le cose ci si misero sbirri e magistrati. L’11 aprile 2006 arrestarono Provenzano, il 20 giugno successivo Rotolo, Cinà e Bonura. Lo Piccolo aveva la strada quasi libera per diventare capo di Cosa Nostra (unico contendente, Matteo Messina Denaro, boss del Trapanese, latitante). Ma non fece in tempo. Il 2 agosto 2007 arrestarono un suo uomo di fiducia, Salvatore Franzese. Come disse, intercettato, Vincenzo Marcianò, «Questo è il periodo più brutto di Cosa Nostra (...) Perché ad ogni arricugghiuta c’è un operaio». Nel senso che ad ogni retata c’è un pentito, e Franzese era un operaio.
• Alle 9.30 del 5 novembre 2007 aveva appena iniziato una riunione operativa nel garage di un casolare di campagna, a Giardinello, vicino a Carini (a trenta chilometri da Palermo), insieme al figlio Sandro, a Gaspare Pulizzi, boss di Carini, e ad Andrea Adamo, reggente del rione Brancaccio (tutti armati), quando fecero irruzione quaranta poliziotti della sezione Catturandi. Mentre alcuni agenti arrestavano il Pulizzi e l’Adamo in fuga, altri fermavano in tempo Lo Piccolo intento a disfarsi di un po’ di pizzini gettandoli nel water. Il figlio Sandro, quando era ormai in manette, non si vergognò minimamente di urlare: «Ti amo, papà!». «I poliziotti, che da mesi osservavano giorno e notte da lontano la villetta, subito dopo la cattura si sono lasciati andare anche a lacrime di gioia» (dal sito ufficiale della Polizia di Stato). Gli ultimi tre anni di latitanza li aveva trascorsi in una villa a Terrasini, sul mare, a 35 chilometri da Palermo.
• Nei pizzini sequestrati erano scritte le cifre estorte ogni mese agli imprenditori taglieggiati, da 500 euro (ai negozianti), a 10 mila euro (alle imprese edili). Tra le carte sequestrate anche la mappa aggiornata di tutti i mandamenti e un foglietto dattiloscritto con il decalogo del mafioso.
Comandamenti Primo: «Non ci si può presentare da soli ad un altro amico nostro, se non è un terzo a farlo». Secondo: «Non si guardano mogli di amici nostri». Terzo: «Non si fanno comparati con gli sbirri». Quarto: «Non si frequentano né taverne e né circoli». Quinto: «Si ha il dovere in qualsiasi momento di essere disponibile a cosa nostra. Anche se c’è la moglie che sta per partorire». Sesto: «Si rispettano in maniera categorica gli appuntamenti». Settimo: «Si deve portare rispetto alla moglie». Ottavo: «Quando si è chiamati a sapere qualcosa si dovrà dire la verità». Nono: «Non ci si può appropriare di soldi che sono di altri e di altre famiglie». Il decimo stabilisce «chi non può entrare a far parte di Cosa Nostra»: «Chi ha un parente stretto nelle varie forze dell’ordine»; «chi ha tradimenti sentimentali in famiglia»; «chi ha un comportamento pessimo e che non tiene ai valori morali».
• Nella borsa che aveva con sé al momento dell’arresto furono trovate anche alcune istantanee scattate in vacanza con la famiglia durante la latitanza. Una lo ritrae in tenuta da mare (pantaloncini, maglietta, ciabatte), con al fianco la moglie, Sandro, Claudio, sua moglie Maria Grazia e la figlia.
• Nel libro contabile sequestrato nel covo di Franzese al momento del suo arresto, erano registrati tra l’altro gli stipendi mensili che Lo Piccolo aveva fissato per i componenti della famiglia: 40 mila euro per sé, 25 mila al figlio, 11 mila alla moglie. D’altronde padre e figlio furono arrestati entrambi con un Rolex modello “Daytona” al polso.
• Al momento dell’arresto pendevano su Lo Piccolo otto ordinanze di custodia cautelare, e due pene definitive, una a dodici anni per rapina (di fucili pregiati, nel circolo di tiro al volo “Paolo Tosca” di Palermo, fatto commesso il 10 febbraio 1972), e una all’ergastolo per omicidio (vittima Giuseppe Messina, ucciso nel 1974, a rivelare il responsabile era stato il pentito Mannoia, nell’89).
Ultime condanne Il 10 aprile 2009, all’ergastolo, con isolamento diurno per tre anni, per gli omicidi di Badalamenti Antonino (in Villagrazia di Carini, il 19 agosto 1981), Gallina Stefano (in Palermo, il I ottobre 1981), Mansueto Gioacchino (in Palermo, il 30 ottobre 1974), Pedone Carmelo e Pedone Filippo
(in Palermo, il 30 aprile 1982) (quasi tutti consumati nel corso della “seconda guerra di mafia”).
Il 7 maggio 2013, all’ergastolo, con isolamento diurno per diciotto mesi, per il rapimento e l’omicidio di Tocco Giampiero (in Palermo, il 20 ottobre 2000 – in concorso col figlio Sandro, classe 75, condannato alla stessa pena). Per risparmiarle di assistere all’esecuzione, i killer lasciarono incustodita la figlia di sei anni, che, scambiando i rapitori per poliziotti, chiamò in lacrime la mamma col cellulare, chiedendole che cosa aveva fatto di male il papà.
Il 27 settembre 2012 è stato condannato in via definitiva a dieci anni di reclusione per associazione mafiosa ed estorsione anche il figlio Calogero (classe 72), con ruolo direttivo dal 4 aprile 1998 al gennaio 2008.
Privacy Nel 2010 ha ottenuto dal Tribunale di Sorveglianza di non essere ripreso dalle telecamere mentre va in bagno, per violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (nel 2011 la Cassazione ha respinto il ricorso del Procuratore Generale, ritenendo che, per eventuali necessità di prevenzione di aggressioni al detenuto, siano sufficienti i mezzi tradizionali – feritoie e oblò) (a cura di Paola Bellone).