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 2017  dicembre 13 Mercoledì calendario

• Torino 22 aprile 1909 – Roma 30 dicembre 2012. Scienziato. Premio Nobel per la Medicina 1986. Dal 2001 senatore a vita. «La mia intelligenza è mediocre, e il mio impegno è poco più che mediocre. Credo di avere due sole qualità: l’intuito e la capacità di vedere un problema nella sua globalità».
• Padre ingegnere elettronico, madre pittrice. Laurea in Medicina a Torino nel 1936, allieva del famoso istologo Giuseppe Levi, le leggi razziali la costrinsero a lasciare la specializzazione in Neurologia e Psichiatria: nel 1938 andò a Bruxelles, nel 1947 negli Stati Uniti, dove restò 26 anni dedicandosi alla ricerca e giungendo alla scoperta del fattore di crescita delle cellule nervose (Ngf).
• «Mio padre aveva deciso che mio fratello doveva andare all’università, mentre le sue tre figlie erano destinate alle scuole femminili per affrontare il ruolo che spettava loro di future mogli e madri. Alla donna, da bambina, nell’era vittoriana, si insegnava ad essere graziosa e gentile. Che ingiustizia. Ne ho sofferto moltissimo» (a Leonetta Bentivoglio).
• «Mi sentivo inferiore da ogni punto di vista, intellettuale e fisico. Intellettualmente il mio idolo era Gino, il fratello più grande, mentre Paola, la mia gemella, era molto portata per l’arte. Tra loro due ero come il brutto anatroccolo, perennemente giudicata e inibita da un padre severo, che mi incuteva timore. Ogni suo desiderio doveva essere esaudito. È stato questo a farmi decidere di non sposarmi mai. Avevo tre anni quando ho pensato: da grande non farò la vita che sta facendo mia madre. Mai avuto più alcuna esitazione o rimpianto in tal senso. La mia vita è stata ricca di ottime relazioni umane, lavoro e interessi. Non ho mai sperimentato cosa volesse dire la solitudine».
• Essere ebrea non è mai stato per lei motivo d’orgoglio né d’umiliazione: «Non sono ortodossa, non vado mai in sinagoga. Sono totalmente laica, non ho ricevuto alcuna educazione religiosa. Mio padre ci diceva: siate liberi pensatori».
• Nel 1951, alla Washington University di St. Louis, osservò per la prima volta l’effetto esercitato dal trapianto di un tumore di topo sul sistema nervoso dell’embrione di un pulcino. Quel fenomeno, la cui scoperta le avrebbe fatto meritare il Nobel, fu chiamato “Nerve Growth Factor”: «Ci arrivai con la fortuna e l’istinto. Conoscevo in tutti i dettagli il sistema nervoso dell’embrione e ho capito che quello che stavo osservando al microscopio non rientrava nelle norme. Una vera rivoluzione: andava, infatti, contro l’ipotesi che il sistema nervoso fosse statico e rigidamente programmato dai geni. Per questo decisi di non mollare».
• Sul Nobel: «Abitavo già a Roma. Ricordo che era quasi notte quando mi telefonarono per darmi la notizia. Stavo leggendo un giallo di Agatha Christie. Lo rammento perché è raro che io legga romanzi, prediligo i saggi di filosofia. Ho fatto eccezione per Tolstoj, Michael Crichton e Agatha Christie, appunto. La cerimonia della consegna del Nobel a Stoccolma non fu particolarmente eccitante, piuttosto una specie di grande festival».
• È stata legatissima alla gemella Paola, artista morta il 29 settembre 2000. Nel Cantico di una vita (Raffaello Cortina Editore 2000) ha raccolto le lettere che si sono scritte, in Un universo inquieto (Baldini e Castoldi 2001) ne ha narrato l’apprendistato con Felice Casorati, l’isolamento nel dopoguerra, il passaggio al non-figurativo e all’astratto, l’approdo a tecniche non pittoriche: «Paola non è stata valorizzata quanto meritava, ma a lei non importava nulla dei mercanti. Ora che è scomparsa si moltiplicano i riconoscimenti. Quando vivevo in America, mi chiedevo se un mio rientro in Italia mi avrebbe dato modo di godere della sua vicinanza e di comunicare con lei. Mi domandavo se saremmo finalmente vissute vicine, godendo del vincolo affettivo che ci ha sempre legate, e se avrei avuto accesso al mondo da cui Paola attingeva la sua straordinaria capacità creativa».
• «Sapevo cucinare bene, anche se non mi piaceva molto. Ricordo che in America stavo con molti fisici ebrei russi e facevo loro una cucina piemontese che in realtà era totalmente inventata».
• È tra i sette senatori a vita che, con il loro appoggio, consentirono al Prodi II di resistere quasi due anni nonostante una risicatissima maggioranza (tra quelli che l’attaccarono più pesantemente si distinse Francesco Storace).
• «Invidio chi ha la fede. Io non credo in dio. Non posso credere in un dio che ci premia e ci punisce, in un dio che ci vuole tenere nelle sue mani. Ognuno di noi può diventare un santo o un bandito, ma ciò dipende dai nostri primi tre anni di vita, non da dio. È una legge di una scienza che si chiama epigenetica, in altre parole si può definire il risultato del dialogo che si instaura tra i nostri geni e l’ambiente familiare e sociale nel quale cresciamo. Prenda una bicicletta o un insetto, oggi sono pressoché uguali a com’erano duecento anni or sono. Noi no. L’uomo è darwiniano al cento per cento. Ebbene, io a tre anni, a tre anni, glielo giuro, ho deciso che non mi sarei mai sposata e che non avrei avuto bambini» (a Dario Cresto-Dina).
• «Pochi sanno essere vecchi, sentenziò Le Rochefoucauld. Di quei pochi la sovrana è Rita Levi Montalcini. Il piglio è principesco, l’eleganza è molto piemontese: asciutta, senza sfarzo; ma curatissima nei dettagli. Capigliatura bianca modellata con morbidezza e amore, piccoli e raffinati gioielli al collo e ai polsi, scarpe molto femminili, con il tacco alto. “Credo che il mio cervello, sostanzialmente, sia lo stesso di quand’ero ventenne. Il mio modo di esercitare il pensiero non è cambiato negli anni. E non dipende certo da una mia particolarità, ma da quell’organo magnifico che è il cervello. Se lo coltivi funziona. Se lo lasci andare e lo metti in pensione si indebolisce. La sua plasticità è formidabile. Per questo bisogna continuare a pensare”» (Leonetta Bentivoglio).

• È morta nel primo pomeriggio, nella sua casa romana, Rita Levi Montalcini. La senatrice a vita e premio Nobel per la medicina aveva 103 anni. Sarà sepolta a Torino, sua città natale, accanto alla sorella.

• Ricorda Caprara sul Cds: «Nata a Torino nel 1909 da genitori ebrei sefarditi, fu maneggiando pezzi di pollo nella sua minuscola camera da letto in quella città che la giovane Rita gettò le basi delle ricerche capaci di farle ricevere nel 1986 il Nobel per la medicina con l’americano Stanley Cohen. Per avere idea di quanto non fosse provinciale, era in Danimarca per una conferenza mentre nel 1939 scoppiò la Seconda guerra mondiale. Tornata, le leggi razziali imposte dal Fascismo le impedivano di compiere le sue ricerche in laboratori universitari. La campagna antisemita era cominciata nel 1936 “in modo subdolo, con attacchi prima sporadici poi più frequenti sui quotidiani”, come ha ricordato in Elogio dell’imperfezione, Garzanti, 1990, serbando un distaccato ribrezzo per quei giornalisti e per i delatori. E lei, incapace di star ferma, si inventò il suo laboratorio dal 1941 al 1943 nella casa di Torino, poi in una vicino Asti nella quale sfollò. (…) La fuga a Firenze per non finire nei campi di sterminio nazisti. Rita attutì il senso di colpa per non essersi messa a combattere da partigiana sfidando un’epidemia di tifo addominale nei feriti che curava da medico e infermiera. Nel 1947, in epoca di pace, nuovo incontro con Renato Dulbecco, già compagno di studi, su una nave diretta in America. Restò quasi trent’anni, lei, nell’Università di St. Louis. A chi l’ha conosciuta meglio è rimasto impresso un intreccio tra tenacia, capacità esplorativa e attenzione per l’estetica tra le qualità che hanno permesso la sua principale ricerca. Il Nobel lo ebbe per aver messo a fuoco il Nerve growth factor, Ngf, fattore di crescita dei nervi. Le sue scoperte hanno spinto in avanti le cure per patologie della vista e affinato la comprensione dei meccanismi attivati da farmaci già in uso per la depressione e altre malattie».

• Era nata lo stesso giorno di Indro Montanelli, il 22 aprile 1909. [Cazzullo, Cds]

• Fu la prima donna a entrare all’Accademia Pontificia. [Cazzullo, Cds]

• La sua casa di Roma con un De Chirico, piante e molta luce. [Caprara, Cds]

• Raccontava di aver deciso fin da piccola che non si sarebbe sposata: «Giurai a me stessa che non avrei mai obbedito a un uomo come mamma obbediva a mio padre. La prima volta che andai in America, mi chiesero chi fosse mio marito. Non erano abituati a una donna che conducesse la sua vita di studiosa da sola. “I’m my own husband”, sono il marito di me stessa, risposi. Non capirono. Pensarono non sapessi l’inglese». [Cazzullo, Cds]

• Negli ultimi anni udito e vista erano calati, ma usava uno speciale visore che ingrandiva le parole di libri e giornali. Mangiava una sola volta al giorno e dormiva due ore per notte: «Di giorno leggo e lavoro. Di notte penso». [Cazzullo, Cds]

• «Non ho mai avuto paura né della morte né delle persecuzioni né delle malattie: ho un totale disinteresse alla mia persona» (Rita Levi Montalcini nel 2001). [Caprara, Cds] [Leggi anche il Fatto del giorno del 31 dicembre 2012]