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 2018  maggio 23 Mercoledì calendario

• Reggio Calabria 16 maggio 1942. ’Ndranghetista, pentito. Inizialmente coperto dagli inquirenti con il codice “Alfa”. La sua collaborazione, incominciata nel 1992, ha consentito la ricostruzione processuale della prima guerra di mafia (che porta alla nascita della “Santa”, la nuova ’ndrangheta, anno 1976: vedi Umberto Bellocco e Giorgio De Stefano) e della seconda (tra destefaniani, affiliati di Paolo De Stefano, e gli altri, guerra che finisce con la pace di Reggio Calabria, nel 91, quando i capi delle famiglie si strutturano in un organo di vertice chiamato “Provincia”, ritenuto tuttora esistente, vedi Pasquale Condello). Nel raccontare i delitti di queste due guerre ha svelato gli intrecci tra ’ndrangheta e massoneria, e la matrice terroristica della strage di Gioia Tauro (deragliamento del treno Freccia del Sud, 22 luglio 1970, 6 morti e 72 feriti), per la quale fu ritenuto l’unico responsabile (con dichiarazione di non doversi procedere perché nel frattempo il reato si era prescritto). Dopo essersi pentito cambiò non solo le generalità (come tutti i collaboratori di giustizia), ma anche i connotati.
• Viene affiliato alla ’ndrangheta all’età di 21 anni, nell’organizzazione di don Antonio Macrì. «Quest’uomo era il capo crimine e rappresentava, secondo me, non “indegnamente”, quella che si riteneva fosse “l’onorata società”; egli, se si può dire, era il capo dei capi (…), il vero unico, rappresentante, con tutti i titoli di Cosa Nostra ed aveva le “chiavi” per entrare negli Stati Uniti (New Jersey), Canada (da Toronto a Montreal, fino ad Ottawa) e Australia (la zona di Melbourne, Adelaide, Griffith); (…) Aveva conosciuto, quando ancora portavano i pantaloni corti, sia Riina che Provenzano, i quali, negli anni Cinquanta, erano al servizio del dott. Michele Navarra di Corleone…». Don Macrì viene ammazzato nella prima guerra di mafia. Lauro fu dei traditori. È lui (come confesserà) a trovare, mentre sta giocando a carte (23 maggio 1976) due killer per far fuori Paolo Bruno Equisoni, boss di Bova (Reggio Calabria), che aveva messo in guardia Micu Tripodo, pupillo di don Macrì, dicendogli: « Stannu nasciendu fora du seminatu» («stanno uscendo fuori dal seminato»). Nella seconda guerra di mafia si schiera con Pasquale Condello contro i destefaniani.
• È latitante, il 19 marzo 1992, quando viene condannato in via definitiva a 5 anni 11 mesi 28 giorni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso, come affiliato, nel ruolo di consigliori, del gruppo Saraceno-Imerti-Condello. Viene arrestato il 9 maggio 1992 all’aeroporto di Amsterdam, perché trovato in possesso di passaporto falso. È in carcere in Olanda quando manifesta la volontà di collaborare con la giustizia italiana. Inizia a parlare il 19 agosto 1992, imbastendo la trama dell’operazione “Olimpia” (che si articola poi in “Olimpia” 2, 3 e 4, grazie anche alle dichiarazioni del pentito Filippo Barreca, in codice “Delta”). Oltre cento gli omicidi ricostruiti, coinvolti nelle indagini anche magistrati, politici, professionisti. Lo stesso Lauro, in seguito alle sue dichiarazioni, viene condannato a 20 anni di reclusione (grazie alla riduzione di pena prevista dalla legge sui pentiti e alla scelta del giudizio abbreviato, sentenza definitiva il 10 aprile 2002, che accoglie la sua impugnazione, fatta solo per ottenere una pena più mite).
• Oltre a delineare la geografia delle cosche e a snocciolare i nomi degli ’ndranghetisti e dei delitti commessi da ognuno, Lauro svela gli intrecci tra ’ndrangheta e massoneria: «È vero che al termine della prima guerra di mafia (anni 1976-77) molti capi della ’ndrangheta decisero di entrare in massoneria al fine di partecipare direttamente alla gestione del potere economico-politico e per poter intervenire direttamente nell’aggiustamento dei processi» (30 marzo 1994).
• I giudici gli hanno creduto nella parte che è servita a condannare i mammasantissima della seconda guerra di mafia (processo “Condello Pasquale + 202”, Cassazione, 10 aprile 2002), mentre non gli hanno dato sufficiente credito nei processi celebrati prima contro Totò Riina, Bernardo Brusca, Pietro Aglieri, Pippo Calò e Salvatore Buscemi, e poi contro Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Benedetto Santapaola, accusati tutti di essere i mandanti dell’omicidio di Antonio Scopelliti, sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione che avrebbe dovuto sostenere l’accusa nel maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino davanti alla prima sezione penale della Corte di Cassazione (Scopelliti fu ammazzato a colpi di fucile caricato a pallettoni mentre era alla guida della sua autovettura, in Villa San Giovanni, il 9 agosto 1991). Secondo l’accusa, fondata sulle dichiarazioni di Lauro, Filippo Barreca e altri, i componenti della cupola di Cosa Nostra avrebbero tentato, tramite loro amici calabresi appartenenti alla ’ndrangheta, di corrompere lo Scopelliti e, non riuscendoci, avrebbero incaricato dell’esecuzione il clan calabrese facente capo alle famiglie De Stefano-Tegano, operanti nella zona di Villa San Giovanni, dove la vittima trascorreva le vacanze estive. Tutti gli imputati furono condannati in primo grado e assolti in secondo, con sentenza confermata dalla Corte di Cassazione, il 21 giugno 1999, e il 1° aprile 2004. I giudici non gli hanno nemmeno creduto quando ha accusato un giudice del Tribunale di sorveglianza di Reggio Calabria, Giacomo Foti, di avere favorito appartenenti ai gruppi Tegano e De Stefano mentre erano detenuti. Il Foti fu arrestato e poi assolto, mentre il Lauro fu sottoposto a processo per calunnia contro di lui.
Freccia del Sud Nel luglio 1993 si autoaccusa di avere fornito l’esplosivo che fece deragliare il direttissimo Palermo-Torino (Freccia del Sud), poco prima che entrasse nella stazione di Gioia Tauro (ore 17 e 10 del 22 luglio 1970). Duecento passeggeri (tra cui una comitiva di 50 diretti a Lourdes), 72 rimangono feriti, 6 muoiono. Subito dopo la strage era stata esclusa, ignorando le conclusioni dei periti, l’esplosione di una bomba, perché i passeggeri sopravvissuti non avevano sentito detonazioni. La colpa fu data ai macchinisti (errore umano), che poi andarono assolti (unici ad aver sentito il rumore di un botto, ma ritenuti irrilevanti come testimoni). Lauro rivela che si trattò di un attentato: indica gli esecutori materiali in Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo (morti da tempo), e dichiara di essere stato pagato per l’esplosivo da persone appartenenti al Comitato d’Azione per Reggio capoluogo, che il 14 luglio 1970 aveva organizzato la rivolta dei “Boia chi molla” a Reggio Calabria (per protesta contro l’elezione di Catanzaro a capoluogo di regione). Dichiara anche che non era la prima volta, che la ’ndrangheta sosteneva l’estrema destra caso mai i progetti eversivi avessero avuto successo. Tra annullamenti e rinvii, il processo contro Lauro si chiude il 6 giugno 2007: giuridicamente non gli viene addebitata la strage (perché non era nelle sue intenzioni), bensì il concorso nel delitto di omicidio (ma siccome anche l’omicidio non era nelle sue intenzioni, la pena è diminuita e il reato prescritto). In pratica è l’unico che alla fine è stato ritenuto responsabile della strage.
• Il 30 marzo 1994 disse la sua anche sul “pacchetto Colombo”, dal nome del ministro dell’Industria Emilio Colombo, che, a seguito della rivolta di Reggio Calabria, nel 71 assegnò alla Calabria quasi duemila miliardi per la costruzione di un centro siderurgico e altri interventi, che avrebbero dato occupazione a quindicimila persone (non se ne fece quasi nulla): «Ecco cosa fu il “pacchetto Colombo”, un vero e proprio “pacco” per la Calabria, ma soprattutto per la provincia di Reggio (…) Ora, se mi consentite, devo dirvi una verità purtroppo amara per voi. Quando alcuni imprenditori portarono dinanzi all’allora prefetto, questore e procuratore della repubblica di Reggio Calabria, il problema che la mafia, senza dubbio, avrebbe messo le mani sulla torta, ebbene questi ebbero una facile risposta e cioè “bisogna accontentare tutti”» (dichiarazioni del 30 marzo 1994).
• Nel processo per l’uccisione del giornalista Mino Pecorelli (imputati, tra gli altri, Giulio Andreotti, Claudio Vitalone, Giuseppe Calò, Michelangelo La Barbera), dichiarò di avere ricevuto lui consegna di uccidere – salvo non eseguire l’omicidio –, da parte di Tonino Saccà, custode del museo militare dell’artiglieria dell’esercito, che gli aveva dato ospitalità durante la latitanza a Roma. Il mandante sarebbe stato un ufficiale di Finanza, movente il fastidio dato dal giornalista ad alcuni alti ufficiali in combutta con la P2 implicati nello scandalo dei Petroli (l’inchiesta che nei primi anni 80 aveva fatto saltare in tutta Italia un sistema di evasione delle imposte per il 20 per cento sul consumo dei carburanti). La Corte non mise in dubbio Lauro, ma Saccà, che avrebbe orchestrato la messinscena al fine di depistare le indagini (a cura di Paola Bellone).