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 2017  dicembre 11 Lunedì calendario

La morte di JFK

Cronologia della morte di JFK (22 novembre 1963)

Atterrano a Dallas Jfk e Jacqueline

• Ore 11. 40 (ora del Texas).  Atterra all’aeroporto Love Field di Dallas, proveniente dalla vicina città di Fort Worth, l’Air Force One con a bordo il presidente Kennedy, arrivato a Dallas per raccogliere fondi elettorali e cercare di placare una faida tra i democratici locali, divisi fra il senatore Yarborough e il governatore Connolly. Sulla porta dell’aereo appare Kennedy con accanto Jacqueline. Ai piedi della scaletta, il vicepresidente Lyndon Baines Johnson, texano, e sua moglie attendono da qualche minuto per dare ai Kennedy il benvenuto. Appena sbarcato dall’aereo, il presidente attraversa il campo d’aviazione inondato di sole, va incontro alla folla e distribuisce strette di mano. John e Jacqueline rispondono ai saluti e scambiano battute di spirito. Sul prato c’è la limousine Lincoln Continental scoperta sulla quale Kennedy con Jacqueline e il governatore del Texas John Connolly con la moglie, apriranno la parata attraverso la città. C’è un sole caldo e il servizio segreto fa togliere la volta di plastica che dovrebbe proteggere gli occupanti dagli attentati e dalla pioggia [Gianni Bisiach, Oggi 26/11/2003].
• Jfk indossa un completo monopetto due bottoni in grisaglia grigio-blù, una cravatta azzurro scuro a piccoli disegni e una camicia bianca a righine grigie confezionata su misura a Parigi da Pierre Cardin. Leggendo una pubblicità sul Dallas Morning News che lo minaccia (una pagina bordata a lutto, pagata da tre uomini d’affari, in cui viene messo sotto accusa per la sua attività politica), prova a rincuorare Jackie: «Se qualcuno vuole spararmi da una finestra col fucile, nessuno può fermarlo. Allora perché preoccuparsi?» [Sta 18/8/2013].

Il corteo presidenziale imbocca Main Street

• Ore 11.40 - 12.24. La durata del percorso dall’aeroporto al Trade Mart, luogo del banchetto ufficiale, è prevista di circa 45 minuti. Dietro l’ammiraglia presidenziale c’è una Cadillac scoperta con 8 agenti del servizio segreto, 4 seduti e 4 aggrappati in piedi ai predellini laterali. Il loro compito è quello di tener d’occhio le finestre, i tetti, gli incroci e i cavalcavia da dove potrebbe spuntare qualche attentatore armato. Segue la terza auto su cui viaggiano il vicepresidente Johnson con la moglie e il senatore democratico Ralph W. Yarborough. Poi c’è l’auto di scorta al vicepresidente e altre cinque vetture e tre pullman con autorità e giornalisti. Il presidente è scortato, ai lati, dai motociclisti della polizia di Dallas. Il corteo presidenziale si dirige verso il centro della città. Alla periferia, dirà in seguito Kenneth O’ Donnell, il consigliere speciale di Kennedy, la folla "non era né ostile, né entusiasta; salutava, ma mi sembrò piuttosto fredda". In prossimità del centro, la folla aumenta: "Ancora tiepida, ma plaudente". Al centro di Dallas l’entusiasmo cresce, tanto che perfino O’ Donnell ne è soddisfatto. L’auto svolta e imbocca Main Street, col presidente che saluta felice, Jacqueline orgogliosa al suo fianco e la signora Connolly, Nellie, che dice: «Non potrete certo dire che la gente di Dallas non vi ha fatto una buona accoglienza!». [Gianni Bisiach, Cit.].

Jfk scende dalla macchina per salutare un gruppo di ragazzi

•  Ore 12.25. Il corteo presidenziale si snoda lungo le vie del centro a Dallas: John e Jacqueline hanno davanti (seduti sugli strapuntini) il governatore democratico del Texas, John Connolly, e la moglie di lui. Tutti e quattro rispondono sorridendo agli applausi della folla assiepata lungo il percorso. Alcuni tratti del percorso sono completamente deserti; nel sole del mezzogiorno a Jackie bruciano gli occhi; fa il gesto di inforcare gli occhiali da sole, ma il presidente le fa cenno di lasciar perdere. La gente vuole vedere anche lei, e gli occhiali le avrebbero mascherato il viso. All’incrocio con Lomo Alto Drive una fila di ragazzi inalbera un cartello: «Signor presidente, venga a stringerci la mano». Kennedy fa fermare la macchina, scende ed è quasi travolto dai ragazzi. In Harwood Street lo aspetta una folla fittissima, mentre attorno al Book Depository, edificio grigio che ospita libri scolastici, le fila di spettatori sono più rade. Tra questo edificio e il cavalcavia sotto cui il corteo deve passare, Abraham Zapruder, fabbricante di indumenti femminili, ha piazzato, su una spalletta di cemento, una cinepresa. [Gianni Bisiach, Cit.].  

Il sarto Zaprunder filma il corteo presidenziale

•  Ore 12.29. Il vento scompiglia i capelli di John e minaccia di portarsi via il cappellino di Jacqueline, che lo trattiene con la mano sinistra. La Lincoln presidenziale raggiunge la Dealey Plaza, un vasto spiazzo erboso aperto su tre lati che segna il confine occidentale della città. L’auto presidenziale gira prima a destra, poi fa uno stretto gomito verso sinistra, proprio mentre passa sotto il brutto edificio pubblico di sei piani, il deposito dei libri scolastici di Dallas, che diventerà presto sinistramente famoso. La velocità del corteo, dopo la curva a gomito, scende al di sotto dei 18 chilometri orari. La Lincoln passa davanti al sarto Abraham Zapruder, che ne segue il movimento spostando lentamente la cinepresa verso destra, Jackie non vede l’ora di imboccare l’ombra del tunnel del cavalcavia, per via del sole che picchia forte. Il presidente alza la mano per rispondere al saluto di un bambino di cinque anni. [Gianni Bisiach, Cit.].

Kennedy è colpito da una rapida sequenza di spari

•  Ore 12.30. L’automobile del presidente scende lungo la Elm Street. «Echeggia improvvisamente una rapida sequenza di spari, deboli e terrificanti. Tutto avviene in poche frazioni di secondo e, nel ricordo, tutto si dilata con la lentezza di un film al rallentatore. Il presidente viene colpito davanti e si porta le mani alla gola, con i gomiti sollevati lateralmente. Un’altra pallottola lo colpisce alla schiena, barcolla, lo sguardo sconcertato. Il governatore Connolly, attirato dal rumore d’uno sparo, guarda a destra verso la collina, poi fa per girarsi verso il presidente, ma sente una fitta alla schiena, al braccio destro e al ginocchio, e s’abbatte, ferito, in braccio alla moglie. Intanto Jacqueline grida: "Oh, no, no... Dio mio, hanno colpito mio marito". Dopo un’ altra frazione di secondo Kennedy viene colpito di nuovo. La testa ha due rapidi movimenti: prima in avanti, poi un proiettile lo colpisce alla tempia destra e la sua testa va repentinamente indietro mentre il cranio esplode e frammenti del suo cervello vengono proiettati indietro sul bagagliaio della macchina, insieme a una parte della calotta cranica. Jacqueline Kennedy, nello slancio istintivo di raccogliere quei frammenti, si arrampica come impazzita sul bagagliaio mentre l’auto accelera verso l’ospedale. Jackie potrebbe cadere e restare uccisa, ma l’agente Clint Hill scende di corsa dall’auto di scorta che segue, e balza al volo sulla Lincoln respingendo a forza Jackie sul sedile, salvandola. La fulminea sparatoria è ormai finita, ma la moglie del governatore Connolly tiene ancora la testa abbassata temendo altri proiettili. Un piede del presidente che si è accasciato sul fondo della macchina sporge sopra il sedile posteriore dell’automobile. John Kennedy non ha fatto in tempo, dopo essere stato raggiunto dai vari proiettili, a pronunciare nemmeno una parola. La natura e la vastità della ferita al capo, oltre quella al collo, non consentono illusioni: eppure Jackie spera ancora. Il corteo presidenziale muta percorso dirigendosi velocemente verso il Parkland Hospital che dista sei chilometri. Gli agenti di scorta hanno nel frattempo imbracciato le armi pronti a rispondere a eventuali attacchi ulteriori. Il vicepresidente Lyndon Johnson, che si trova con la moglie sulla terza automobile del corteo, viene guidato dalla sua scorta in un luogo sicuro in attesa di ordini. Gli agenti del servizio segreto scortano il prossimo presidente degli Stati Uniti in una stanza senza finestre dell’ospedale di Dallas. La mancanza momentanea di informazioni lascia aperta ogni ipotesi, anche un attentato da parte dell’Urss, cui potrebbe seguire un attacco militare agli Stati Uniti. Quando l’auto di Kennedy arriva all’ospedale Parkland, Jacqueline tiene nascosta la testa del suo John, mentre Ken O’ Donnell si ferma accanto al parafango sinistro, eretto in tutta la sua altezza, pietrificato con le braccia lungo il corpo: è sull’attenti. L’agente Hill si toglie la giacca per coprire la testa del presidente orribilmente ferita. In quattro afferrano il corpo afflosciato, lo depongono sulla barella. Kennedy viene portato in sala di emergenza. I chirurghi concentrano la loro attenzione sulla vasta ferita alla fronte e alla testa del presidente e su un piccolo foro del diametro di sei millimetri sul davanti del collo. Il chirurgo Malcolm Perry lo considera un foro d’entrata di una pallottola e lo allarga per farvi entrare un tubo tracheale per dare ossigeno al ferito che respira ancora molto faticosamente. Il chirurgo cerca inutilmente di praticargli un massaggio cardiaco. Ma i tentativi dei chirurghi di salvare Kennedy, anche con abbondanti trasfusioni di sangue, falliscono» [Gianni Bisiach, Cit.].  

Kennedy muore in ospedale

•  Ore 13. Alle 13 ogni segno di vita scompare. Il presidente Kennedy è morto. «La notizia si diffonde in tutto il mondo provocando una grande emozione e sollevando molti dubbi: si tratta di una congiura e da parte di chi? O è l’azione di un pazzo isolato?  I motociclisti di scorta che seguivano Kennedy, e che sono stati investiti dalla materia cerebrale del presidente, sono convinti che si è sparato dalla collina erbosa sulla destra e davanti al corteo. Anche il governatore Connolly, ferito ma non mortalmente, dichiara (con la sua esperienza di combattente della seconda guerra mondiale e di appassionato cacciatore) che sono stati in diversi a sparare contemporaneamente. (…) Il sarto Zapruder ha girato con una cinepresa in super 8 millimetri un film a colori, che viene poi sequestrato dalla Commissione di inchiesta. È convinto che il presidente è stato colpito davanti e che gli sparatori sono stati più di uno. Mary Moorman, una testimone vicinissima all’auto di Kennedy, dichiara subito di aver sentito sei o forse otto colpi ed è convinta che provenivano dalla collina dove poi ha visto un uomo fuggire. Viene procurata una bara per Kennedy. Ma la polizia di Dallas pretende di opporsi alla partenza della salma prima che gli sia stata fatta l’autopsia. Gli agenti della Casa Bianca si fanno largo a viva forza e la bara viene caricata su un’auto funebre. Jacqueline non ha nemmeno il tempo di dare sfogo al proprio dolore. Dopo avere assistito alla chiusura provvisoria nella bara del corpo del marito, segue il bianco carro funebre al Love Field, l’aeroporto di Dallas» [Gianni Bisiach, Cit.].

La Cbs annuncia la morte di Kennedy

•  Ore 13.38. Il cronista Walter Cronkite, dagli studi della Cbs, annuncia la morte di Kennedy: «Da Dallas, Texas, un flash apparentemente ufficiale: il presidente Kennedy è morto all’1 p.m. ora centrale del continente, le due sulla East Coast, circa 38 minuti fa» [Leggi anche l’articolo di Vittorio Zucconi].  

Johnson è il nuovo presidente

• Ore 14. Sono le 14 quando la bara viene collocata nella parte posteriore dell’Air Force One, l’aereo presidenziale. Jackie viene invitata nella cabina anteriore, dove sono assiepate 27 persone. Lyndon Johnson sta pronunciando la formula di rito: «Giuro solennemente che eserciterò con fedeltà la carica di presidente degli Stati Uniti e che con tutte le mie forze preserverò, proteggerò e difenderò la Costituzione». E Jacqueline, finalmente, scoppia in lacrime, mentre l’aereo decolla verso Washington. [Gianni Bisiach, Cit.].

Arrestato Lee Harvey Oswald

• Ore 14. Al cinema Texas di Dallas, la polizia arresta Lee Harvey Oswald, 24 anni compiuti da un mese. Oswald fa il fattorino nel deposito di libri della biblioteca che si trova proprio su Elm Street, nel punto dove hanno sparato a Kennedy. Subito dopo l’omicidio, la polizia ha scoperto che dal deposito mancava uno dei dipendenti: Oswald, appunto. E via radio era già partito l’allarme a tutte le auto: fermate un uomo sui 24 anni, bianco, capelli scuri, un metro e 70 d’altezza. Secondo la polizia, nell’ora e mezzo passata tra l’omicidio Kennedy e l’arresto di Oswald, questi era scappato dal deposito, aveva ucciso con una pistola calibro 38 sulla decima strada il poliziotto J.D. Tippit, che voleva fermarlo per un controllo, si era infilato al Texas Theatre di Jefferson Boulevard per vedersi un film di guerra. Al cinema, appena vede i poliziotti Oswald cerca di reagire: secondo la versione ufficiale estrae anche una pistola, che però s’inceppa. (…) Interrogato per tutto il pomeriggio, Oswald si protesta innocente sia del delitto Kennedy sia dell’omicidio del poliziotto J.D. Tippit. Nega di essere proprietario del fucile trovato al sesto piano del deposito di libri. Dice di essere andato regolarmente a lavorare, quel giorno, ma di essersi allontanato dopo pranzo perché «dopo che avevano sparato al presidente c’era troppa confusione, non si riusciva più a far niente». E aggiunge: «Mentre passava Kennedy, io ero al primo piano. Al sesto oggi non ci sono mai stato». Ma la polizia non gli crede. Ha già in mano indizi formidabili. Come una fotografia trovata durante la perquisizione di casa Oswald in cui il giovane militante castrista mostra orgoglioso un fucile identico a quello trovato al sesto piano del deposito, un Mannlicher Carcano calibro 6,5. Oswald obietta: «È un fotomontaggio». Ma l’Fbi incalza: di Oswald è un’impronta digitale trovata sul fucile; dalla camicia di Oswald viene il ciuffo di fibre tessili rimasto impigliato nella canna; nella cucina di casa Oswald è stata trovata una mappa con il percorso del presidente segnato a penna. In più ci sono le simpatie castriste e il passato sovietico ad accusare Oswald. Lui, l’indiziato, non riesce a parlare con un avvocato (né ci riuscirà mai, verrà ammazzato prima) ma in serata, in tempo per i telegiornali, può mormorare qualche frase ai giornalisti: «Sono innocente», dice. Il capo della squadra omicidi di Dallas, Will Fritz, controbatte: «L’assassino è lui, per me il caso è chiuso» [Alessandro Gilioli, Eur 1/9/2011].

Jack Ruby spara a Oswald

• Dopo un giorno e mezzo di interrogatori per l’omicidio di Jfk, Lee Oswald dev’essere trasferito nel carcere della Contea. È domenica 24 novembre, Lyndon B. Johnson ha già giurato come 36° Presidente degli Stati Uniti. Lee Harvey Oswald è formalmente accusato di aver ucciso John Kennedy e l’agente Tippit. L’indiziato più famoso d’ America viene trasportato negli scantinati del commissariato. Due agenti, tenendolo per le braccia, lo accompagnano verso un furgone blindato. Un uomo grosso con un cappello scuro gli sbarra la strada e gli spara un colpo, secco, nel petto, a due centimetri dal cuore. Oswald contorce il volto in una smorfia di dolore che milioni di americani vedono, in diretta, sulla rete televisiva Nbc. Oswald muore pochi minuti dopo, nello stesso ospedale dove era stato ricoverato Kennedy, sotto i ferri dello stesso chirurgo che aveva tentato di salvare il presidente. Il suo assassino, Jack Ruby, 53 anni, non oppone resistenza. Scapolo, corpulento, nato a Chicago da una famiglia di ebrei polacchi, ex barista, ex pugile, ex sindacalista mezzo malavitoso e mezzo informatore della polizia, Jacob Rubenstein (questo il suo vero nome) di mestiere gestisce con la sorella Eva un locale notturno di dubbia fama a Dallas, il Carousel. Come fa a trovarsi nello scantinato di mattoni rossi del commissariato di Dallas quella mattina? Addosso non gli viene trovato alcun lasciapassare, ma Ruby è amico di molti poliziotti, forse è per questo che nessuno lo blocca all’ingresso. O forse, prima di sparare a Oswald, si è liberato di un tesserino fornitogli dai suoi mandanti. Ai poliziotti (prima) e ai giudici (poi) Ruby ripete senza scomporsi la sua verità: ha agito da solo, sparando a Oswald per vendicare Kennedy. Ma Ruby non era mai stato un kennediano, non si interessava di politica. Solo una volta, subito dopo la condanna a morte a cui lo destina una giuria di Dallas, Ruby si lascia scappare parlando ai giornalisti: «II mondo non saprà mai i veri motivi di quel che è successo: quelli a cui è convenuto mettermi in questa situazione non lasceranno che le cose vengano a galla». Nient’ altro. La pena capitale non verrà eseguita, perché Jacob Rubenstein muore per tumore ai polmoni il 3 gennaio 1967 [Alessandro Gilioli, Eur. 1/9/2011].

Johnson istituisce la commissione Warren

• Il presidente Johnson, per indagare sull’assassinio di Kennedy, istituisce la commissione Warren.  «A uccidere il presidente Kennedy è stato un solo killer. Non ci sono elementi per ritenere che ci siano stati complici né, tanto meno, mandanti. L’unico responsabile dell’omicidio Kennedy è dunque Lee Harvey Oswald, ammazzato da un altro assassino solitario, Jack Ruby. È questa la verità ufficiale che emerge dagli otto tomi e dalle 18 appendici (300mila parole in tutto) del rapporto Warren sul delitto di Dallas. Earl Warren, presidente della Corte suprema (il più alto magistrato di tutta l’America), ex governatore repubblicano della California, un paio d’ occhialetti leggeri su un volto per bene, capelli bianchi tirati all’indietro, conservatore moderato, un tentativo fallito di arrivare alla Casa Bianca nel 1948 come vice di Thomas Dewey, è l’uomo incaricato dal presidente Johnson di indagare sulla morte di Kennedy. Warren si circonda di big: senatori, diplomatici, governatori. C’è, nella Commissione, anche il futuro presidente degli Stati Uniti Gerald Ford, a quel tempo deputato repubblicano. Ci sono, infine, 27 fra i migliori avvocati d’America assunti come consulenti. Dopo dieci mesi di lavoro, alla vigilia delle elezioni presidenziali (in cui Johnson sconfiggerà il repubblicano Barry Goldwater), Warren pubblica il suo rapporto. Sulla dinamica dell’omicidio la Commissione non ha dubbi: sono stati sparati tre colpi da un unico fucile che si trovava al sesto piano del deposito di libri, in Elm Street. Il primo di questi colpi ha ferito Kennedy alla schiena e alla gola, trapassandola, prima di ferire il governatore Connolly; il secondo proiettile è andato a vuoto, mentre il terzo ha colpito Kennedy alla testa. Quando i colpi sono partiti la limousine presidenziale aveva già superato la curva di Elm Street (sopra la quale si trova il deposito di libri), perciò tutti i proiettili sono arrivati da dietro. Il passaggio meno verosimile è quello che riguarda il primo colpo sparato da Oswald. Si tratta del cosiddetto "proiettile magico": sarebbe entrato nella schiena del presidente, sarebbe stato deviato dall’osso della clavicola per poi uscire dalla gola di Kennedy, conficcandosi nella schiena di Connolly (che era seduto davanti al Presidente) per spezzare una costola del governatore, trapassandone il busto, rimbalzare poi sulla mano destra dello stesso Connolly, ferirlo infine al ginocchio sinistro ed essere ritrovato, intatto, sulla barella del governatore. Come mai la Commissione Warren sostiene questa tesi tanto improbabile? Il punto è che il fucile trovato al sesto piano del deposito di libri, questo è certo, ha sparato soltanto tre colpi. La primissima indagine, quella compiuta dall’ Fbi, aveva stabilito che il primo proiettile aveva ferito Kennedy, il secondo aveva colpito Connolly e il terzo aveva spappolato il cervello del presidente. Ma i risultati dell’indagine dell’Fbi erano stati smentiti dal filmato girato dal sarto Abraham Zapruder, un cittadino di Dallas che stava riprendendo, con la sua cinepresa da dilettante, il passaggio di Kennedy. Dal filmato si ricava che tra il momento in cui il primo proiettile colpisce Kennedy e il momento in cui viene ferito Connolly passano 2,3 secondi. Ora, è impossibile ricaricare il fucile Mannlicher Carcano in un lasso di tempo così breve. Non è dunque assolutamente ipotizzabile che la prima ferita di Kennedy e la ferita di Connolly siano state causate da due colpi sparati dallo stesso fucile. La Commissione Warren deve fare i conti con questo imbarazzante filmato. Ma pur di non ammettere la possibilità che un altro fucile abbia sparato quel giorno a Dallas, la Commissione preferisce sposare la teoria del proiettile magico che ferisce in più punti sia Kennedy sia Connolly». [Alessandro Gilioli, Eur. 1/9/2011]  [sulle teorie a proposito del delitto Kennedy, leggi anche gli articoli di Vittorio Zucconi e di Federico Rampini].