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 2018  settembre 25 Martedì calendario

• Novara 10 agosto 1927. Architetto. Designer. In Italia fra i più importanti della sua generazione. «Oggi ha successo soltanto lo showman: l’artista è diventato più importante delle cose che fa e le opere si sono trasformate in eventi. Gli architetti oggi in Europa sono società di servizi che passano attraverso l’arte per avere successo».
• Esordì con opere ispirate a inizio secolo: Case d’affitto (1957) ed Edificio per uffici (1960). Nel 1966 pubblicò il libro Il territorio dell’architettura nel quale vengono esposte le sue teorie sull’architettura come modificazione dell’ambiente fisico su grande scala. Sue opere più importanti: il quartiere Zen di Palermo (1969-73), gli edifici nella Lützowstrasse a Berlino (1979-82), il Centro ricerche Montedison a Portici (1977-82), il Centro olimpico di Barcellona (1983-85), la Pirelli-Bicocca (1986-88), lo stadio Giuseppe Ferraris di Genova (1986-88), il Centro culturale Belém a Lisbona (1988-92). Più di recente il teatro di Aix-en-Provence e la nuova sede del Corriere della Sera.
• «Ero arrivato all’architettura passando prima attraverso la musica. La nostra è una famiglia di industriali tessili, io ho trascorso i primi anni della mia vita a Novara. È importante il fatto che sia cresciuto in una fabbrica, ero abituato al lavoro di gruppo. Presto mi accorsi di voler realizzare un’attività creativa, di gruppo. Avrei potuto diventare anche un regista. Ero un bravo studente liceale ma la facoltà d’Architettura fu invece per me una grande delusione, al di sotto delle mie aspettative. I professori mi sembravano di scarsa qualità. Ero compagno di scuola di Gae Aulenti, solo più tardi abbiamo lavorato insieme» (ad Alain Elkann).
• «Nell’estate del 1952 stavo per laurearmi in Architettura a Milano: lavoravo già in studio con Ernesto Rogers che mi aveva chiesto di organizzare la partecipazione italiana a un seminario del C.I.A.M. (Comité International de l’Architecture Moderne) nei dintorni di Londra. Soddisfatto per il mio primo lavoro, l’architetto Rogers decise di mandare anche me in Inghilterra. Ricordo che partii in treno con l’architetto Franco Albini con cui poi divisi la stanza. Io avevo ventiquattro anni, Albini una cinquantina, era un bellissimo uomo, elegante, gli piacevano le donne e le corteggiava quasi tutte. Durante il lungo e disagevole viaggio in treno lo interrogavo sulle donne e lui mi disse che una delle cose fondamentali per piacer loro era di essere sinceramente interessati. Ero già stato a Parigi per otto mesi nel primo dopoguerra. Ero un provinciale che usciva dalla guerra e naturalmente vedere Jean-Paul Sartre al Café Flore, o le donne portare i pantaloni, o una certa libertà di costumi, mi affascinò moltissimo. A Londra andavo nei pub, bevevo molta birra. Mi costò una certa fatica ma finii per abituarmi ad amare la birra scura, tiepida. In Italia non si vedevano per strada borghesi con la cravatta ubriachi. Il cibo inglese mi piacque subito moltissimo. Mi piacciono la carne, le patate. Se ho un vizio è quello di essere un pò troppo intellettuale. Quell’agosto del 1952 in Inghilterra è stato molto importante per il mio futuro. A quel seminario partecipavano tra gli altri Walter Gropius e Le Corbusier. Nel refettorio, c’erano dei tavoli dove si mangiava in sette o otto e chi sedeva a capotavola serviva gli altri. Fu una strana impressione per un ragazzo di ventiquattro anni farsi servire a tavola da Gropius, un mito vivente, l’ex marito di Alma Mahler. Le Corbusier, che poi rividi in altre circostanze quando cominciai a lavorare per la rivista Casabella, non era un uomo simpatico. Era molto svizzero, meticoloso, e quando parlava non parlava all’interlocutore che aveva davanti ma al mondo. Era un piccolo borghese, un geniale orologiaio. Gropius era diverso, un tedesco elegante, un po’ come Thomas Mann. Fumava il sigaro, era un grande borghese. A quel seminario partecipò anche Alexander Calder, l’ho conosciuto molto bene, diventammo amici, e io andai a trovarlo negli Stati Uniti. Ero una vera spugna, non avevo ancora strategie. Guardavo Le Corbusier rovesciare tutto un concetto con un breve schizzo. Io avevo il mito dell’avanguardia tra le due guerre e Gropius mi faceva sognare».
• «Tutto cominciò nel 1953, a Novara, negli anni in cui si avviava a conclusione la ricostruzione e si avvicinava il boom. Fu allora che Vittorio Gregotti, fresco di laurea, fondò con Lodovico Meneghetti e Giotto Stoppino lo studio Architetti Associati. Oggi la Gregotti Associati, di cui fanno parte, con lo stesso Gregotti, Augusto Cagnardi e Michele Reginaldi più una sessantina tra architetti e collaboratori, è il primo studio italiano che appare nella lista di World Architecture, che statuisce i duecento maggiori studi del mondo e che da soli, complessivamente, impiegano oltre ventimila architetti. Ovviamente ha lasciato Novara, opera da Milano» (Paolo Vagheggi). «Quando ho cominciato, l’architettura non aveva una grande popolarità. Non ce l’ha nemmeno adesso ma oggi gli architetti si sono trasformati in qualcosa che somiglia al modo di essere dei calciatori o dei cantanti. Cercano di conquistare il pubblico, la massa. L’architettura è diventata più popolare ma nei suoi aspetti più estetici e più esteriori. Un tempo l’architetto portava pochi progetti nella società che venivano guardati e discussi con attenzione. Ora gli architetti sono migliaia. Questo è il guaio. In Italia ci sono sessantamila studenti di architettura, in Francia tredicimila».
• In Italia i suoi lavori sono stati contestati: lo stadio di Genova, detto per non vedenti, il quartiere Zen di Palermo...: «Il progetto del quartiere Zen lo rifarei uguale. Non è mai stato finito. Non è mai stato completato. Non ci sono servizi, energia elettrica. È rimasta un’idea, che ancor oggi è valida. Come tessuto urbano è infinitamente migliore dei quartieri speculativi di Palermo. Si è creata una leggenda metropolitana intorno allo Zen. È come il Corviale di Roma dove non sono mai stati portati i servizi. Io lo difendo. Quanto a Genova... Abbiamo lavorato in condizioni pessime, il presidente della Sampdoria voleva ricattare l’amministrazione. È uno slogan inventato dai media. Non è vero che c’è una zona dove non si vede. È rimasta l’etichetta».
• Ideò le architetture della Carmen di Alberto Arbasino a Bologna «il più grande flop degli anni Sessanta».
• Progettò il quartiere residenziale nell’ex area industriale della Bicocca, nella periferia nord di Milano.
• «Lo spot era accattivante: “La città dei tuoi desideri”. Quindici anni dopo la Bicocca è ancora “un quartiere incompiuto”. I residenti, mille famiglie della periferia nord-est, ragionano da urbanisti: sugli ex stabilimenti Pirelli sono spuntati sì i palazzi, l’ università, il Teatro degli Arcimboldi, “ma non c’ è ancora un asilo, una scuola, una stazione di polizia. Neppure una chiesa”. La Collina dei Ciliegi è un monumento al parco modello, mai inaugurato. L’architetto della Grande Bicocca, Vittorio Gregotti, spiega: “La realizzazione del progetto è ancora lontana dall’ essere terminata”, soprattutto per “ciò che concerne la crescita della sua vita”»( Corriere della Sera).
• Gabriele Albertini, al tempo in cui era sindaco di Milano, definì la Bicocca una spianata di cemento tipo Berlino Est. Replica di Gregotti: «Solo un incompetente può dire una cosa del genere. Evidentemente il sindaco non ha mai visitato Berlino Est, che è bellissima dal punto di vista architettonico».
• Progettò anche il nuovo Teatro degli Arcimboldi che Stefano Zecchi, al tempo in cui era assessore alla Cultura di Milano, ha paragonato a “un deretano nel deserto”. Replica: «Zecchi è un docente di Estetica, ma come Albertini di architettura non sa nulla. L’Arcimboldi è nato per servire tutta l’area Nord della città, fino alla Svizzera. È e rimarrà un’ottima occasione per il bacino di tutto il Nord. Avrebbe un destino facilmente individuabile. Basta volerlo e avere i soldi.. Come è noto i teatri non si mantengono da soli» (ad Andrea Montanari) . Sgarbi: «È il teatro più brutto del mondo».
• «L’ ultima tentazione di Sgarbi, affascinato com’è dalle vernici sul Leoncavallo, è ammirare “graffiti di qualità anche sui muri grigi” del teatro disegnato da Gregotti, “che pare una scatola da scarpe”. Il motivo? “Probabilmente lo migliorerebbero”» (Corriere della Sera).
• Solo undici giorni dopo l’inaugurazione venne giù uno dei pannelli acustici di plexiglas da duecento chili, mentre sul palco si ballava l’Excelsior e in sala c’erano poco meno di duemila persone. «Il sovrintendente Carlo Fontana, il maestro Riccardo Muti, lo stesso direttore tecnico Franco Malgrande hanno passato due anni a ripetere che i pannelli acustici, da che mondo è mondo, sono di legno. Gregotti li ha voluti di vetro perché dietro ha previsto l’illuminazione. Ma in Scala, a parte le riserve estetiche, sono rimasti forti dubbi: il maestro Muti, in particolare, temeva che il vetro potesse rimandare un suono troppo freddo. Gregotti e Daniel Commins, l’esperto di acustica, sono rimasti sicuri del fatto loro. Ma nel Teatro si pensa che alla fine il vecchio legno avrà la meglio» (Gian Guido Vecchi).
• Il suo studio è stato ingaggiato per il progetto One City with nine towns del governo cinese che prevede la costruzione, attorno a Shanghai, di nove città di 100 mila abitanti, progettate da architetti di nove diversi paesi. Ora sta costruendo Pujiang, la nuova città satellite a trenta chilometri da Shangai. Guido Morpurgo pubblica nel 2008 una ampia, documentata ed esaustiva monografia dei suoi progetti a scala cittadina: Gregotti & Associati. L’architettura del disegno urbano (Rizzoli). (a cura di Lauretta Colonnelli).