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 2017  novembre 20 Lunedì calendario

Roma 14 novembre 1849 – Roma 31 gennaio 1937. Militare di carriera fino al grado di tenente generale. Politico. Ministro della Guerra nel 1914.
• Nato da un’agiata famiglia borghese di origini marchigiane, dopo gli studi ginnasiali dai gesuiti entrò a 18 anni nella scuola militare di Modena, uscendone due anni più tardi con i gradi di sottotenente. Partecipò alla presa di Roma, quindi frequentò la scuola superiore di guerra di Torino. Già a partire dal 1879, quando fu incaricato come ufficiale di stato maggiore presso la segreteria generale del ministero della Guerra, alternò la carriera burocratica con più sporadiche esperienze in ruoli operativi di comando. Tenente colonnello nel 1891, colonnello nel 1895, anno in cui sposò Anna Gandolfi, dalla quale ebbe due figli, Piero e Mario.
• Riformista moderato, sulla linea Crispi, fu deputato per il collegio di Senigallia nella XVIII e XIX legislatura (1892-97). Non ottenne la riconferma alla successiva tornata elettorale: «Caddi da deputato perché osteggiato in modo vergognoso dal ministero allora in carica» (il governo Di Rudinì), perché «rimasto fedele a Crispi» (da Alcuni appunti sulla mia vita scritti da Domenico Grandi per i figli Piero e Mario). Continuò a questo punto piuttosto anonimamente la carriera militare: maggiore generale nel 1900, tenente generale nel 1908.
• La svolta il 24 marzo 1914, quando fu nominato dal capo del governo, Antonio Salandra, e dal re ministro della Guerra (e il 29 dello stesso mese senatore). La scelta di «una candidatura in certo modo quasi “istituzionale”, “tecnica”, anche se sbiadita e incolore» (Nicola Labanca, Dizionario biografico degli italiani, Treccani), faceva seguito al rifiuto opposto alla stessa carica dal generale Alfredo Dallolio e dal generale Carlo Porro, il quale aveva posto come condizione che fossero assicurati all’esercito oltre 550 miliardi di stanziamenti straordinari. Grandi si accontentò i 200 miliardi da destinare alle spese straordinarie per rafforzare un esercito fortemente provato dalla guerra di Libia.
• Allo scoppio della guerra in Europa, rimase allineato alle posizioni attendiste del governo e in particolare del ministro degli Esteri, marchese di Sangiuliano. Mentre il capo di stato maggiore Luigi Cadorna (nominato in luglio) premeva per un intervento immediato e proponeva la mobilitazione generale e un immediato riarmo, Grandi mirava a una mobilitazione parziale di due sole classi di leva. Nei mesi successivi crebbero, con le spinte interventiste, i contrasti con Cadorna e si intensificò la campagna contro il marchese di Sangiuliano e lo stesso Grandi. Salandra prese quindi le distanze dai due ministri davanti al re, fino a ottenere, l’8 ottobre 1914, le dimissioni di Grandi dal dicastero (incarico lasciato il 4 novembre).
• Uscito dal governo, Grandi tornò al comando del X corpo d’armata. «Qui, il 5 gugno 1915, lo colse il richiamo per esigenze belliche. Subordinato ora a quel Cadorna che aveva contribuito a estrometterlo dal ministero, ebbe incarichi non di primo piano (…). Ma alla prima occasione importante, il comandante supremo italiano, con un pesante intervento, si disfece del suo antico ministro e il X corpo d’armata fu assegnato alla 3° armata (e non alla più importante 2°)» (Labanca). Seguì un lento declino: il suo corpo d’armata passò alle retrovie ma partecipò poi al contrattacco italiano che seguì la Strafexpedition austriaca. Il generale fu trasferito quindi al XIV corpo d’armata, di riserva, nel dicembre 1916, spostato al comando del corpo d’armata territoriale di Verona, posto in posizione ausiliaria e infine, il 1° giugno 1917, in congedo.
• Nel dopoguerra non si fece sedurre dalle sirene militariste e patriottiche del regime fascista. Si oppose al progetto di riforma delle forze armate proposto (e peraltro mai realizzato) nel 1925 dal ministro della Guerra Antonino Di Giorgio.