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 2017  settembre 20 Mercoledì calendario

Biografia di Giovanni Giolitti

Mondovì (Cuneo) 27 ottobre 1842 - Cavour (Torino) 17 luglio 1928. Politico italiano (liberale). Cinque volte presidente del Consiglio. Dominatore della scena politica italiana nel primo quindicennio del Novecento.
• Era entrato ventenne nell’amministrazione statale, fino a ricoprire l’incarico di segretario generale della Corte dei conti e poi di consigliere di stato. Nel 1882 deputato, quindi ministro del Tesoro (1889-90) e una prima volta presidente del Consiglio (1892-93). Tornato al governo nel 1901 come ministro dell’Interno (con Zanardelli presidente del Consiglio), si era fatto promotore di una nuova politica liberale nei confronti dei conflitti sociali, garantendo la libertà di associazione e assumendo una posizione di neutralità in occasione degli scioperi. Politica perseguita anche nei successivi tre esecutivi (di diverso colore) che guidò quasi ininterrottamente dal 1903 al 1914. Nell’ultima fase nazionalizzò le assicurazioni sulla vita, introdusse il suffragio universale (limitato ai maschi con più di 30 anni) e un’indennità mensile per i deputati. Nel settembre 1911 diede inizio alla guerra di Libia. In vista delle elezioni del 1913 strinse un accordo elettorale con i cattolici (il patto Gentiloni) per fronteggiare l’avanzata della sinistra, ma dalle urne uscì indebolito: si erano infatti rafforzate le opposizioni del socialismo, del sindacalismo, del nazionalismo, del liberalismo conservatore. Passò la mano, il 4 marzo 1914, indicando al re come successore il capo della Destra Salandra.
• Scoppiata la guerra in Europa, si adoperò per mantenere l’Italia fuori dal conflitto, mentre nel paese cresceva il clima di antigiolittismo. Restò per lungo tempo lontano dalla capitale e quando vi tornò, il 9 maggio 1915 (il governo, d’accordo col re, aveva già firmato in segreto il Patto di Londra), raccolse la solidarietà di molti deputati e senatori, che dimostravano così la maggioranza neutralista del Parlamento. Per questo, il 13 maggio Salandra diede le dimissioni, respinte dal re il 16 dopo che Giolitti aveva rifiutato l’incarico di formare il nuovo governo ritenendolo in quel momento incompatibile con un politico come lui, considerato contrario all’entrata in guerra dell’Italia. Nel paese aumentavano intanto di intensità le dimostrazioni interventiste, che avevano proprio lui, oltre che il Parlamento, come bersaglio principale (il 13 maggio in un comizio D’Annunzio arrivò al punto di incitare la folla a fare giustizia sommaria del «mestatore di Dronero» che «tenta di strangolare la patria con un capestro prussiano»). Il 18, resosi conto dell’impossibilità di cambiare il corso delle cose, lasciò Roma e tornò a Cavour. Il 20 la maggioranza neutralista alla Camera, orfana del suo leader, si era dissolta: il Parlamento votava i pieni poteri al governo in caso di guerra.
• Restò ai margini della politica per tutta la durata del conflitto. Nel giugno 1920 fu chiamato a costituire il suo quinto governo, che durò poco più di un anno. Dovette affrontare i duri scontri sociali del cosiddetto biennio rosso (scioperi, occupazione delle fabbriche ecc.), risolse il contenzioso con l’Albania, chiuse con il Trattato di Rapallo la questione di Fiume (suscitando ancora una volta le ire di D’Annunzio che aveva occupato la città), fece modificare l’articolo 5 dello Statuto albertino rendendo necessaria un’autorizzazione preventiva del Parlamento per la dichiarazione di guerra. Poi, sciolte le Camere, non ritenne abbastanza solida la nuova maggioranza che si era creata intorno a lui e rifiutò l’incarico. Dopo l’iniziale voto di fiducia al governo Mussolini, nel 1922, dal 1924 si schierò all’opposizione.
• Nel 1869 aveva sposato Rosa Sobrero (nipote di Ascanio Sobrero, inventore della nitroglicerina): lui aveva 26 anni, lei 19, si erano conosciuti tre mesi prima. Sette figli, ai primi due aveva messo il nome dei genitori: Giovenale ed Enrichetta.