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 2017  dicembre 14 Giovedì calendario

• Palermo 5 luglio 1946. Ex calciatore. Mediano. Con la Juventus vinse otto scudetti (1972, 1973, 1975, 1977, 1978, 1981, 1982, 1984) record condiviso con Virginio Rosetta e Giovanni Ferrari (ci sarebbe pure Ciro Ferrara che però ne ha perso uno causa “Moggiopoli”), però lui con una sola maglia, quella della Juve. Vinse anche una coppa Uefa (1977). Tre presenze in Nazionale, nel 1970 fu vicecampione del mondo (nel match con l’Uruguay sostituì Domenghini all’inizio del secondo tempo). «Una sola partita completa, a Istanbul nel ’73 (...). Vincemmo e in spogliatoio Valcareggi disse ai giornalisti che con me avevano risolto il problema del mediano per qualche anno. Mazzola era seduto di fianco a me: “Beppe, non devi credergli, disse”. E infatti non fui più convocato».
• «Mio padre napoletano, mia madre di Ustica, dove passavamo le vacanze. Nonno Peppino era stato sindaco dell’isola (...). Nasco a Palermo, dopo sei mesi la famiglia si trasferisce ad Avellino, poi a Napoli. Quando mio padre è mandato a Torino ho 15 anni e sono già inguaribilmente juventino».
• «Nella sua storia leggendaria la Juve ha avuto eccelsi gregari. Ma nessuno all’altezza di questo nano portentoso, incontrista e cursore, immenso agonista, indomabile nella fatica, i piedi come uncini dolorosi in certe circostanze» (Vladimiro Caminiti).
• «Basso di statura, gambe arcuate da fantino, capigliatura non abbondantissima, però quanto a gioco sporco e cattivo si vedeva di peggio. Era sempre appiccicato come un tafano o un polpo, toglieva aria, spazio e fantasia. Boniperti un giorno disse che Furino aveva due cuori» (Gianni Mura) [Rep 10/2/2014].
• «Numero quattro, versione italiana di Nobby Stiles, è il cuore e il polmone d’acciaio della squadra che segna gli anni Settanta. Memorabili i suoi duelli con Gianni Rivera. Se “baron” Causio assicura l’estro, Furino garantisce tutto il resto, la grinta indispensabile per emergere, la voglia di vincere e rivincere, sempre. Furino-Tardelli-Benetti: che centrocampo, quel centrocampo» (La Stampa).
• «Ruvido? Beh, se si deve utilizzare un solo aggettivo per definirmi da calciatore, potrebbe anche andare», ma «mi sono sempre sentito un giocatore tecnico, veloce e anche tattico, non solo un cursore assiduo, come si diceva allora. Il calcio è anche corsa, ieri come oggi. Rispetto a quelli di oggi noi camminavamo e avevamo un ritmo costante più basso (...). Da ragazzo, tra giovanili Juve, Savona e Palermo credo di aver indossato tutte le maglie, tranne l’1 e la 9. Sì, ho avuto la 10, tiravo rigori e punizioni. Ma un giorno ho visto Luis Del Sol e ho deciso che il mio vero ruolo era quello di mediano (...). Più che il guardiano di un avversario, mi sentivo il custode di un territorio. Per questo la canzone che Ligabue ha scritto pensando a Oriali la sento anche un po’ mia, perché una vita da mediano l’ho vissuta» (a Gianni Mura).
• «A proposito, Beppe, cos’è la juventinità?
“È senso di appartenenza, condivisione dei valori. È saper accettare le vittorie e anche le sconfitte, questo vale per i giocatori e anche per i tifosi. Troppo comodo tifare solo quando si vince. Le racconto una cosa: torniamo da Bilbao sull’aereo dell’Avvocato con la coppa Uefa, primo trofeo europeo nella storia della Juve. Scendo dalla scaletta a Caselle con la coppa in mano e sulla pista ci sono i tifosi, e in prima fila osannante uno che conosco di vista. Uno che l’anno prima, quando il Toro ci sorpassò e vinse lo scudetto, ci aveva gridato gli insulti peggiori (...). A questo dico secco: o vai via o ti spacco la coppa in testa. Non l’avrei mai fatto, ma lui ci ha creduto ed è sparito” Il Toro, annessi e connessi. «Se c’era casino, io c’ero. Ma anche loro. A Causio cominciavano a stuzzicarlo già nel sottopassaggio, lui s’innervosiva e rendeva la metà. Noi facevamo la partita, loro i gol. Loro vincevano molti derby, ma il campionato no, tranne uno». (Mura, cit.).
• «Arriva il momento in cui ti senti o ti fanno sentire troppo vecchio per il pallone. Mi manca di più il clima dello spogliatoio, le visite di Gipo Farassino, lui sì un tifoso vero, le partite a scopa col dottor La Neve, gli scherzi, l’allegria. Del calcio ho molti ricordi e un buco nello stinco che m’ha fatto Perico ad Ascoli. Ero amico di tutti i compagni ma, al di fuori, non frequentavo nessuno».
• Ha un’agenzia di assicurazioni a Moncalieri, vicino a Torino, gioca a golf e vuole imparare a suonare il mandolino: «uno dei primi ricordi è di mio padre che suona il mandolino sotto il pergolato. Quel mandolino ora ce l’ha mio fratello, ma ho deciso che quest’anno prenderò lezioni». Una figlia Ludovica, giornalista a Gioia.