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 2017  ottobre 23 Lunedì calendario

• Nettuno (Roma) 17 aprile 1966. Economista. Politico. Eletto alla Camera nel 2013 col Pd, partito che ha abbandonato nel giugno 2015 in polemica con la linea renziana. Dal 7 novembre 2015 di Sinistra Italiana. Già viceministro dell’Economia nel governo Letta.
• «Mio papà era operaio, falegname nella Asl di Anzio, mamma in casa. Si votava comunista, questo sì, ma non si respirava la politica, non se ne parlava mai, non sono nemmeno figlio d’arte. Abitavo in una casetta acquistata da mio padre con mutuo ventennale dopo 45 anni di lavoro, di cui 5 senza contributi. Perdoni, se ripeto: casetta, mutuo ventennale, 45 anni, 5 senza contributi. Se sento parlare con nonchalance di come si campa bene con 1.000 euro in 4, oppongo buone e sentite ragioni».
• «Arrivai a Milano nel 1985, quasi vergine. Alla Bocconi ero il meno strutturato dell’università. Gli altri ragazzi sapevano più di me, mi affascinava il loro rigore intellettuale, morale... li seguii». «Ricorda il momento in cui scelse la militanza nel partito comunista? “Eccome”. Vuole dircelo? “L’esimio professore di storia contemporanea della Bocconi aveva letto un mio scritto. Mi convocò una mattina: “Proprio sicuro, col suo background familiare e culturale, di frequentare un corso tanto impegnativo? Non vorrebbe cambiare?”. Era l’inizio di primavera del 1986. Presi la tessera del Pci nel pomeriggio» (ad Andrea Marcenaro) [Pan 10/1/2013].
• Laureato in Economia, dal 1990 al ’92 è segretario nazionale degli studenti universitari di Sinistra giovanile, con il governo Prodi nel 1996 è consigliere economico del ministero delle Finanze, poi nel 1999 al dipartimento Affari economici della presidenza del Consiglio. Dal 2000 al 2005 ha lavorato a Washington al Fondo monetario internazionale, dal 2006 al 2008 al ministero dell’Economia e delle Finanze. È stato anche direttore scientifico dell’associazione Nens (Nuova Economia Nuova Società, think tank di Vincenzo Visco).
• «È un uomo intelligente. Laureato alla Bocconi, cinque anni di esperienza al Fondo Monetario, si fece le ossa tra i giovani comunisti quando il segretario della Fgci era Cuperlo. È un dalemiano-dalemiano, quindi appartenente alla sinistra del partito, cioè agli ex Ds, il che non vuol dire che non abbia nemici a sinistra, nel variegato insieme delle tribù democratiche esistono pure i bersaniani antifassiniani. Il suo grande avversario è Ichino, non vuole discorsi intorno all’articolo 18, è chiaramente un avversario di Renzi sulle politiche economiche, anche se ha un curriculum che il responsabile economia scelto dal segretario – cioè Filippo Taddei –, bocciato agli esami di abilitazione a professore associato (dove passa l’80% dei candidati) – si sogna» (Giorgio Dell’Arti).
• «È allievo di Vincenzo Visco, il famoso Dracula del Fisco, ed è della sua stessa pasta: detesta i ricchi, i beni al sole, le pensioni superiori al minimo. Ha già fatto sapere che risolverebbe il problema del debito pubblico con una supertassa. Perciò, è conosciuto nel suo stesso partito come “Mister patrimoniale” (…) Fassina è il classico pollo in batteria del partito, di quelli che un tempo uscivano a frotte da Botteghe Oscure. Possiamo considerarlo un frutto tardivo o la primizia di una nuova generazione di cloni telecomandati da Largo Nazareno. Romano di nascita, Fassina si è laureato in Economia nella milanese Bocconi. Ciascuno però è bocconiano a modo suo e secondo un condiscepolo, Stefano era “bocconiano sì, ma che occupava le aule”. Nell’Ateneo guidava Sinistra Giovanile, l’ex Fgci degli universitari comunisti. Con la laurea, lo Stato consegnò Fassina al partito che ne ha completata la formazione, proprio come il Pci, negli anni ’50, plasmava in proprio agitprop, funzionari e intellettuali organici» (Giancarlo Perna) [Grn 15/10/2012].
• Fu scelto da Bersani come responsabile della politica economica del Pd. «Fassina sostiene che il Partito democratico abbia come sua ragione d’essere quella di mostrarsi di fronte ai propri elettori come il portabandiera di un pensiero anti blariano, anti liberista e anti giavazziano dell’economia. Tradotto significa: no alla riforma in senso europeista del mercato del lavoro e no alla riforma delle pensioni come scelta prioritaria per stimolare la crescita del paese» (Claudio Cerasa) [Fog 22/10/2011].
• «Finché Berlusconi era a Palazzo Chigi, il fatto che Stefano Fassina in politica economica avesse una linea diametralmente opposta non solo a quella di Veltroni e Franceschini, ma anche a quella di un esponente di spicco della maggioranza del partito, ossia il vicesegretario Enrico Letta, sembrava non destare troppo imbarazzo. Era motivo di confronti accesi, come quello sulla lettera della Bce. Con Fassina che sparava a zero contro le indicazioni della Banca centrale europea: “La sua ricetta non funziona”. E Letta che insisteva sulla necessità di seguire le soluzioni prospettate dalla Bce. Interveniva Bersani, a dirimere i nodi, senza mai sconfessare del tutto il “suo” responsabile economico, ma cercando di frenarne gli ardori. Nessuna questione anche quando Fassina incrociava la spada con Pietro Ichino, che a suo avviso proponeva “fatue illusioni ai giovani impigliati nella precarietà”» (Maria Teresa Meli) [Cds18/11/2011].
• Nel luglio 2013 scatenarono un putiferio le sue parole durante un convegno della Confcommercio: «La pressione fiscale è insostenibile e c’è una connessione stretta tra questa, la spesa ed il sommerso. Sì, in Italia c’è anche un’evasione di sopravvivenza. Ci sono ragioni profonde che spingono molti soggetti a comportamenti di cui farebbero a meno».
• Il 4 gennaio 2014 si dimise da viceministro dell’Economia in seguito a una provocazione di Renzi. Il giorno precedente, su Repubblica, era uscita un’intervista in cui Fassina sosteneva la necessità di procedere a un rimpasto di governo, e in primo luogo a un rimpasto della rappresentanza democratica dato che la squadra di ministri e sottosegretari del Pd che affiancava Letta rappresenta l’epoca bersaniana. Si diceva pronto a rimettere il proprio mandato, nelle mani del presidente del Consiglio e del segretario. Interrogato da un cronista a riguardo, Renzi rispose: «Fassina chi?». La replica di Fassina: «Le parole del segretario Renzi su di me confermano la valutazione politica che ho proposto in questi giorni: la delegazione del Pd al governo va resa coerente con il risultato congressuale. Non c’è nulla di personale. Questione politica. Un dovere lasciare per chi, come me, ha sostenuto un’altra posizione. Responsabilità di Renzi, che ha ricevuto un così largo mandato, è quella di proporre uomini e donne sulla sua linea. Io darò una mano al governo dai banchi della Camera».
• «Il mondo di Stefano Fassina non è più lo stesso. Il suo giornale, l’Unità, a parole dovrebbe essere rilanciato da Renzi, ma in realtà chiude i battenti. La sua corrente, i “Giovani Turchi”, sceglie il renzismo: l’ex luogotenente romano di D’Alema, Matteo Orfini, diventa presidente dell’Assemblea e liquida senza riconoscenza il Lìder Massimo; Andrea Orlando diventa guardasigilli; Valentina Paris entra in segreteria. Stefano Fassina no. Lui resta coerente all’opposizione interna. Da economista prova a dire qualcosa sulla legge di stabilità, sul Jobs Act. Viene zittito; nella migliore delle ipotesi è la voce di un uomo che grida nel deserto democratico, dove l’unica lingua ufficiale è diventata nel frattempo il verbo renziano. Il Pd imbocca la strada del New Labour di Blair, ma in salsa molto più italica. Cioè guarda al centro, al bipartitismo, alla semplificazione del linguaggio, all’immediatezza delle decisioni che sfiora il deficit democratico. Insomma, per dirla con Cupero, il Pd cambia ragione sociale, rinnega la cultura ex Ds, la mette ai margini. Si sposta a destra nel disagio generale di quella che una volta era la Quercia. Fassina non ci sta e prova a far sentire la propria voce. Fa il grillo parlante su tutto, cercando di raddrizzare una linea che porta ormai da un’altra parte. Ma, malignano i detrattori, ormai sembra più Renat Brunetta o Raffaele Fitto, quando constata amaramente che l’Italicum, la legge elettorale voluta dal suo segretario, combinata insieme a quelle riforme costituzionali volute sempre dal suo capo, traghettano il Paese e la demcorazia italiana verso “un presidenzialismo di fatto senza compromessi”. Annunciando il Vietnam in Parlamento» (Daniele Di Mario) [Il Tempo 30/3/2015].
• «Anche se la fisiognomica comporta scontati rischi e forzatissimi abbagli, a ben vedere sembra il volto stesso di Fassina che proprio non si concilia con quello degli eroi imprenditoriali e finanziari della Leopolda, così come più in generale con lo stile “Rignano da bere” o con l’arietta un po’ arrogantella del “partito dei carini“. A pensarci bene, pure troppo tempo era rimasto nel Partito di Renzi. Quando quest’ultimo in una conferenza stampa disse l’ormai famoso «Fassina chi?», si può pensare che a colpire il povero Stefano sia stato prima il sorrisetto compiaciuto con cui il giovane leader aveva accompagnato la battuta e poi la personalissima morale che da quella vicenda aveva tratto: “Se un viceministro si dimette per una battuta, mi dispiace per lui; se è per motivi politici – concluse Renzi – grande rispetto”. In realtà su nessun riguardo Fassina ha potuto contare da allora nel suo partito. Nè lui risulta aver mai apprezzato le scenografie giovanilistiche o le consuetudini che con frettolosa prepotenza venivano imposte a un sempre più mansueto gruppo dirigente (…) L’unico, insieme con Civati, a pronunciare ad alta voce quello che un po’ tutti pensano o si dicono tra loro in segreto: che nel Pd vige “un tasso di conformismo superiore a quello del Partito comunista nord coreano”. Una volta osò rifiutare un incontro con Boschi e, serio com’è, spiegò che doveva andare allo zoo con il figlio. Era vero. Lì concesse anche un’intervista. Alle sue spalle, in lontananza si scorgeva una giraffa: l’animale che Togliatti evocava per indicare la virtuosa diversità del Pci» (Filippo Ceccarelli) [Rep 25/6/2015].
• «Ricordo quel giorno del 1988. Eravamo tutti seduti al mio tavolo delle riunioni alla Bocconi, io e i rappresentanti degli studenti: comunisti, socialisti, repubblicani, liberali, cattolici popolari, che era poi la sigla di Comunione e Liberazione. Alcuni giorni prima avevo visto Stefano Fassina che volantinava a favore dell’aborto, e siccome era presente anche lui a quella riunione io inizio la riunione dicendo: “Certo, Fassina, che tu sei un comunista di merda. Ti definisci il difensore dei proletari, dei poveri, degli emarginati, degli ultimi e poi proponi di uccidere i bambini nella pancia della mamma invece di fare di tutto affinché questa società accolga tutti”. È successo un casino terribile (…) dopo una lunga discussione con urla e grida, ci lasciamo. Ma, stranamente, proprio il Fassina si trattiene un po’ di più, mi aspetta fuori, mi prende sottobraccio e mi dice: “Forse ho capito”. Va be’, la cosa finisce lì, è stata una bella cosa ma amen, non gli ho dato peso più di tanto. Passano alcuni mesi e una sera passa davanti al mio ufficio del Pensionato lo stesso Fassina con i suoi amici di sinistra. Si stacca da loro e con il tono un po’ dimesso mi dice che vuole parlarmi. Va prima al self-service e dopo aver cenato mi dice: “Ti ricordi quando avevamo parlato dell’aborto e tu mi avevi detto che io ero un comunista di merda? Bene, era venuta a trovarmi a Milano la mia ragazza e in quella occasione era rimasta incinta, stavamo per abortire ma abbiamo cambiato idea. E nove mesi dopo è nato nostro figlio”. Ma in tutta questa storia di abortisti che scelgono la vita, il fatto più assurdo è che i genitori della ragazza, cattolici di ferro, l’hanno più o meno buttata fuori di casa. Mamma e bambino sono stati accolti dai genitori comunisti di Fassina» (Salvatore Grillo) [Via Bocconi 12, Melampo, 2006).
• Il 7 novembre 2015 assieme ad altri 30 deputati (in tutto 25 di Sel e 6 ex Pd) fonda il gruppo parlamentare Sinistra Italiana: «Sinistra italiana ha una proposta di governo alternativa al liberismo da Happy days del segretario del Pd».
• Sposato con Rosaria, maestra elementare, tre figli: Andrea, Cecilia e Livio.
• Appassionato di baseball, sport che ha praticato a buoni livelli.