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 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

• Catania 28 aprile 1945. Ex boss della mafia. Pentito. Detto “il Tebano”. Arrestato il 30 settembre 1984, condannato a 29 anni di reclusione, ha scontato la pena quasi integralmente fuori dal carcere. Libero dal gennaio 2007, nuovo nome e cognome per ragioni di sicurezza. Sposato, due figli.
• Milanese di seconda generazione, si trasferisce con la famiglia a Milano negli anni 60 (il padre è custode del cimitero). Allo studio preferisce i soldi, ma scaricare cassette ai mercati generali non gli va giù. Si fa conoscere presto nel giro delle bische e a vent’anni è il braccio destro di Francis Turatello, detto “Faccia d’angelo”, il boss catanese alleato con i Santapaola. Arrestato Turatello, Epaminonda si prende le sue bische e parte del controllo degli stupefacenti, scatenando una guerra di bande senza precedenti. Il suo alleato è Jimmy Miano, che comanda un gruppo di fuoco formato dai “cursoti”, così detti perché a Catania si radunavano sull’Antico Corso e transfughi a Milano dopo avere perso la guerra contro i Santapaola (vincitori sugli storici nemici i killer di Epaminonda e Miano a Milano si fanno chiamare “indiani”) (Sergio Leszczynski)
• Viene arrestato il 30 settembre 1984 dalla Squadra Mobile di Torino, che due giorni prima ha arrestato Salvatore Parisi, detto “Turinella”, killer pendolare dei catanesi, che faceva la spola tra Milano, Torino e Catania. Il capo della Mobile, Piero Sassi, gli ha fatto credere di essere stato venduto, e lui, a sua volta, si vende Epaminonda, svelando il suo covo e la parola d’ordine per accedere. Epaminonda ci casca e viene sorpreso con otto chili di cocaina. Venduto da Turinella, anche Epaminonda si venderà tutti: seguono quattrocento arresti, molti malviventi e qualche mafioso ammanettati assieme a giudici, ufficiali dei carabinieri, poliziotti, liberi professionisti. Il PM che raccoglie le sue dichiarazioni fiume, Francesco Di Maggio.
• Nel 91 ha raccontato la sua vita ai giornalisti Antonio Carlucci e Gian Paolo Rossetti, che ne hanno fatto un libro, Io, il tebano. «Comincia la sua confessione al giudice fornendo una prova contro se stesso: la tomba di Giulio Colavito, fatto ammazzare per non aver voluto dire dove si nascondevano i fratelli Mirabella, decisi ad uccidere Epaminonda. Strozzato e sotterrato sotto due sacchi di calce viva pur di non tradire (…) È una storia che provoca un certo turbamento perché mostra, evitando di dimostrare, quel legame simbiotico fra Stato e Anti-Stato criminale, mancando il quale nessun trionfo malavitoso sarebbe probabilmente possibile; senza il quale nessun impero del bassifondo potrebbe mettere radici che stritolano come tentacoli (…) Epaminonda racconta, tra l’altro, di essersi sentito proporre l’eliminazione di un colonnello ancora poco conosciuto, “un certo Muhammar Gheddafi”, e di aver rifiutato. Fa accenni alla storia di Roberto Calvi e alla P2, ma solo per ricordare un’epoca. Non spiega perché, in definitiva, abbia ceduto alle pressioni del giudice Di Maggio per parlare: alcuni dettagli provocano domande senza risposta, ma non importa» (Paolo Guzzanti nel 1991) [Sta. 6/3/91].
• Omicidi Al processo istruito grazie alle sue dichiarazioni, iniziato davanti alla Corte d’Assise di Milano nel 1986, ha dovuto rispondere di 17 omicidi, come esecutore solo della morte di quel Giulio Colavito.
• Tra gli anni 70 e 80 a Milano si contavano in media 150 omicidi l’anno: «Nelle statistiche sugli omicidi a Milano c’è un prima e un dopo il pentimento di Epaminonda: da allora in città la media è scesa a 35-40 delitti all’anno» (la Repubblica). (a cura di Paola Bellone).