Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

• Catanzaro 22 febbraio 1914 – La Jolla (California) 20 febbraio 2012. Scienziato. Premio Nobel per la Medicina 1975. «Dio potrebbe esserci. Ma non lo vedo».
• Il padre, Leonardo, «era ligure, di Imperia, ingegnere del genio civile, un esperto di cemento armato, fu chiamato in Calabria dopo il terremoto». Poi Genova e Torino, ancora dietro al papà, impiegato in una fabbrica di proiettili. La madre, Maria Virdia, «figlia di professionisti, era di Tropea». A 16 anni entrò all’Università di Torino, dove si laureò nel 1936. Allo scoppio della guerra fu richiamato come ufficiale medico: «In Russia, fronte del Don, io ero a capo del servizio sanitario. Tra le mie braccia posso dire che ho visto morire decine di ragazzi, sono tornati a casa solo il venti per cento di noi. Arrivavano in condizioni disperate, spesso fatti a pezzi, sangue ovunque, pance squarciate, ferite orribili. Qualcuno mormorava tra le lacrime, “non rivedrò più i miei figli”, e io gli dicevo “ti opereremo subito, ce la farai”, ma sapevo che non c’era proprio niente da fare. Una mattina sono caduto sul ghiaccio, mi sono rotto una spalla. E mi sono salvato». Rientrato in Italia, divenne il medico dei partigiani che combattevano sulle montagne di Cuneo: «A Torino entrai nel partito dei lavoratori cristiani portato da Giacomo Mottura, diventai membro del Cln, ma compresi subito che la politica non era il mio mestiere. A me interessava la ricerca sui geni. La intendevo e l’ho sempre intesa come l’opportunità di giocare attorno a un grande mistero, una cosa affascinante e divertente». Iscritto alla facoltà di Fisica, la frequentò fino al 1947, quando lasciò l’Italia per gli Stati Uniti. Ricercatore all’Università di Bloomington, nell’Indiana: «Mi chiamò Salvatore Luria. Cominciai a studiare nei fagi, i virus batteriofagi, i meccanismi cellulari che riparano il Dna quando è danneggiato da radiazioni». Un giorno la moglie di un amico e collega si ammalò di tumore al seno. Morì. Era il 1960. Da allora Dulbecco si è dedicato quasi esclusivamente alla battaglia contro il cancro.
• «È stato il padre della virologia moderna, uno dei pionieri dello studio del cancro, l’alfiere della lotta contro il fumo, l’ideatore del Progetto Genoma, un divulgatore di talento, un opinionista da prima pagina, il presentatore di un Festival di Sanremo, il testimonial d’onore del Telethon e, dulcis in fundo, l’ispiratore di un personaggio di fumetti chiamato Dulby» (Piergiorgio Odifreddi).
• «È un uomo che il mondo non finisce più di ringraziare, ma al quale l’Italia non ha saputo volere bene fino in fondo. Nel dicembre del 1975, proprio mentre a Stoccolma ritirava il Nobel per la Medicina, Roma gli revocava la cittadinanza. Perché lui voleva fare l’americano. Da allora è stato semplicemente un americano che ha lavorato anche con l’Italia» (Dario Cresto-Dina).
• A Torino col professor Giuseppe Levi, ebbe per compagni di studi Salvatore Luria e Rita Levi Montalcini. Tre premi Nobel: «Bisogna tener presente la personalità di Levi, che ha avuto un’influenza molto utile e benefica. Lui incoraggiava molto a fare, ma era estremamente critico: quando uno aveva un risultato e glielo faceva vedere, bisognava convincerlo. Il più delle volte trovava i punti deboli, che è quello che ci vuole per fare uno scienziato: può essere una ragione per cui queste tre persone sono poi arrivate a certi traguardi. Con Luria ho lavorato negli Stati Uniti per due anni. Con la Levi Montalcini dividevamo l’ufficio a Torino, e per combinazione siamo partiti per l’America sullo stesso vapore polacco, che si chiamava Sovietsky».
• In occasione del Nobel prese una posizione netta contro il fumo: «Vennero quelli del gruppo di Richard Peto, che aveva dimostrato che il tabacco produce il cancro del polmone, e, siccome avevo preso il Nobel, mi dissero che era un’occasione da non perdere. Io mi sono entusiasmato e ho fatto quella dichiarazione: quando arriva il Nobel si diventa un po’ matti. Dopo il Nobel decisi di concentrarmi su cancri di significato medico, ad esempio quello del seno. Era chiaro che molti geni dovevano cambiare attività col cancro, ma non si sapeva quali. A quell’epoca se ne conoscevano pochissimi, e ho pensato che bisognava assolutamente studiarli sistematicamente e sequenziare il genoma. Lo proposi nella primavera dell’85, in una conferenza a Cold Spring Harbor, e mi ricordo lo scetticismo generale, pensavano fossi matto. Poi però qualcuno cominciò a dire che non era poi un’idea così pazzesca, e io scrissi l’articolo per Science. Era il marzo 1986. Avevo fiducia, e l’ho scritto. Non avevamo le tecnologie, ma se la gente ci si mette le tecnologie arrivano. E infatti sono arrivate».
• Nel 2007 fu tra i soci fondatori della Issnaf (Italian Scientists and Scholars in North America Foundation) con la quale i nostri cervelli costretti a emigrare all’estero intendono rilanciare le scienze e la ricerca in Italia e favorire il rapporto tra queste e l’industria.
• Dalla prima moglie, Giuseppina Salvo (sposata nel 1939, divorzio nel 1962), ha avuto i figli Peter Leonard e Maria Vittoria. Dalla seconda, Maureen Rutherford Muir, scozzese di 24 anni più giovane, ha avuto Fiona, cardiologa in un ospedale di San Francisco: «È stata Maureen a conquistare me, io non mi accorgevo di nulla. Ci siamo frequentati per anni prima di capire che c’era qualcosa tra noi». Dal 2005 alla morte è vissuto in California.
• Leggeva soltanto libri scientifici. Non andava al cinema perché «se la storia è bella ne vengo letteralmente rapito e la cosa mi mette l’ansia». Suonava il pianoforte, soprattutto Bach («raffinato e poliedrico»), pochissimo Mozart («troppo monotono»), il suo mito era Arturo Benedetti Michelangeli. Piangeva a tutte le feste e a tutte le opere di Puccini («Soprattutto alla Tosca, lacrime inarrestabili e tanta vergogna di fronte agli sguardi stupefatti dei vicini»). Da ragazzo era tifoso del Genoa. Appassionato di tennis, soprattutto quello femminile, capace di tenerlo incollato al televisore per ore: «Le tenniste, bellissime e eleganti. Sembrano volare sulla terra rossa».
• « Entrò nel salotto degli italiani nel 1999, in punta di piedi, quando condusse Sanremo accanto a Fabio Fazio con una grazia che oggi si può solo rimpiangere. La scelta di Fazio non fu capita subito: il professore fu accolto da una perplessità diffidente, forse figlia del pregiudizio che vuole gli uomini di cultura per forza noiosi. Il Festival ebbe ascolti stellari: oltre il 62 per cento di share la prima e l’ultima sera. Dulbecco – la classe non è acqua – si presentò con una frase di Galileo: “Sono venuto qui per fare esperienze”. Su quel palco ci fu l’incontro storico con un altro Nobel, Michail Gorbaciov e un ballo con Laetitia Casta, sulle note de La vie en rose. Qualche mese dopo disse: “È stata un’esperienza molto interessante. Dopo il Festival sento molta musica contemporanea e qualche canzone in più di quanto facessi prima e ogni tanto riascolto il disco del Festival che ho presentato, mi piacciono quelle canzoni” » (Fat 21/02/2012).
• È morto di infarto due giorni prima di compiere 98 anni.