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 2017  ottobre 23 Lunedì calendario

• Roma 3 settembre 1947. Economista. Banchiere. Presidente della Banca Centrale Europea (Bce). Già governatore della Banca d’Italia (2006-2011) e presidente del Financial Stability Forum, poi Financial Stability Board (2006-2011). «Una colomba con l’occhio da falco» (Die Welt) [novembre 2011].
Ultime Nel febbraio 2009, al termine del G7 finanziario di Roma dedicato alla crisi, esortò i banchieri alla «massima trasparenza»: «Tutte le banche devono tirare fuori tutti gli asset tossici dai loro bilanci», poiché «la cosa più importante è che si faccia luce esattamente sulla qualità dei bilanci bancari». In luglio, colpì per ruvidità il suo intervento all’assemblea dell’Associazione bancaria italiana (Abi): «Non credevano ai loro occhi e alle loro orecchie i banchieri quando ha preso la parola il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Che, pur ripetendo giudizi in gran parte già formulati in passato, ha usato toni insolitamente aspri. Fin dall’inizio, quando ha messo in chiaro che “il credito al settore privato rallenta ancora”, che “la contrazione riguarda le imprese” e non le famiglie, che “è particolarmente intensa la decelerazione dei prestiti erogati dai gruppi bancari maggiori”. Alla seconda pagina delle 13 previste, il sudore cominciava a imperlare la fronte di molti banchieri. Ma Draghi, imperturbabile, ha continuato nella sua filippica. “Ho già detto, e torno a ripeterlo, che è necessario comunque un rafforzamento” del capitale. Sbrigatevi quindi a emettere i Tremonti bond e a fare tutto quanto contribuisce a migliorare i coefficienti patrimoniali. Il colpo finale è sulla commissione di massimo scoperto: ve l’avevo detto all’inizio del 2007, toglietela, non è difendibile sul piano della trasparenza e dell’efficienza» (Orazio Carabini) [S24 9/7/2009].
• In settembre, il G20 di Pittsburgh recepì tutte le proposte da lui avanzate in qualità di presidente del Financial Stability Board (Fsb), sia in merito all’imposizione di un limite ai compensi dei banchieri sia, soprattutto, riguardo all’elaborazione di nuove linee guida per la finanza mondiale: «Sulle nuove regole della finanza, almeno un altro anno di lavoro sodo il Fsb ce l’ha davanti; il G-20 ne ha approvato ieri una carta di princìpi, che lo consolida come organo permanente “per coordinare a livello mondiale il lavoro delle autorità finanziarie nazionali”, con lo scopo di “promuovere efficaci politiche di regolamentazione dei mercati finanziari”. Con segretariato centrale a Basilea, il Fsb ha in questo momento una grandissima visibilità». Fu in quell’occasione che, il 25 settembre, il Wall Street Journal (Wsj) lo definì «un uomo a cui guardare» per la guida della Banca Centrale Europea (Bce) quale successore di Jean-Claude Trichet, il cui mandato sarebbe scaduto oltre due anni dopo, il 31 ottobre 2011: era, di fatto, la prima candidatura.
• Assai netta e critica, in novembre, la sua presa di posizione al convegno “Il Mezzogiorno e la politica economica dell’Italia”, tenuto a Palazzo Koch: «Il governatore ha ricor­dato anzitutto alcuni dati fon­damentali. Il divario tra il Pil (prodotto interno lordo) del Sud e del Centro-Nord è rima­sto invariato per trent’anni. Il Sud è abitato da un terzo degli italiani, ma produce un quar­to del Pil ed è “il territorio ar­retrato più esteso e popoloso dell’area dell’euro”. Il tasso di attività nel mercato del lavoro “resta tra i più bassi d’Europa, soprattutto per i giovani e le donne”, e “un quinto del lavo­ro è ancora irregolare”. Se ho ben capito il suo pensiero, non ha molto senso dare più denaro al Mezzogiorno se non si fan­no fruttare “le risorse che ci sono già, che i bilanci pubbli­ci trasferiscono dalle aree più ricche”. Dalla relazione di Draghi emerge con chiarezza che la crisi del Sud è molto più politi­ca e morale di quanto non sia economica e finanziaria. Tra i fattori elencati dal Governato­re vi sono “la carenza di fidu­cia tra cittadini e tra cittadini e istituzioni, la scarsa attenzio­ne prestata al rispetto delle norme, l’insufficiente control­lo esercitato dagli elettori nei confronti degli amministrato­ri, il debole spirito di coopera­zione”» (Sergio Romano) [Cds 5/12/2009].
• Nel gennaio 2010 ancora il Wall Street Journal candidò alla presidenza della Bce Axel Weber, governatore della Bundesbank (Buba), la banca centrale tedesca, aggiungendo però di considerare unico suo concorrente l’italiano Mario Draghi. «Il Wsj ha approfondito i pro e i contro delle due candidature. Weber è un falco in politica monetaria, cioè portatore della tradizionale linea tedesca del rigore di bilancio e dell’utilizzo dei tassi d’interesse come mezzo di guerra all’inflazione; difensore del primato europeo nella gestione di crisi in Paesi interni all’euro; di formazione accademica e poi sempre “civil servant”, cioè direttore del Tesoro e quindi a capo della Bundesbank. Draghi è più cosmopolita, e ha alle spalle un curriculum misto pubblico-privato: anche lui già direttore del Tesoro, è stato top manager alla Goldman Sachs, “un’esperienza che oggi potrebbe remare contro di lui”, chiosa il quotidiano. La stessa presidenza del Fsb lo rende naturale interlocutore del mondo bancario, uomo di confine tra istituzioni e mercato. Tuttavia, come aggiunge il Wsj, Draghi è difficilmente incasellabile nello schema falchi-colombe: caratteristica che in tempi di ricerca di un’exit strategy dalla crisi mondiale potrebbe rivelarsi una buona carta. Inoltre la sua duttilità anche caratteriale potrebbe facilitargli i rapporti con i maggiori Paesi europei, tutti ultraindebitati e alle prese con tortuose politiche di rientro» (Il Foglio) [21/1/2010]. Se, però, il sostegno del governo tedesco a Weber fu da subito solido e netto (per quanto tatticamente dissimulato), il governo italiano diede inizialmente l’impressione di non credere fino in fondo alla candidatura di Draghi, se non addirittura di averla subita: per questi e per altri motivi, il favorito appariva Weber.
• In febbraio, in concomitanza con l’aggravarsi della crisi greca, concluse il suo discorso al Forex di Napoli parlando di euro e di integrazione europea. «Un Mario Draghi europeista che a tratti ricorda la passione di uno dei suoi predecessori, Carlo Azeglio Ciampi. Ieri sembrava che il governatore della Banca d’Italia avesse in mente un pubblico anche al di là dei nostri confini; come si conviene a chi aspira a dirigere la Banca centrale europea. Si comincia a distinguere meglio che cosa lo distingue dal rivale, il presidente della Bundesbank Axel Weber. Lo spunto è ovviamente nella crisi greca, che attira l’attenzione sui debiti pubblici di vari paesi e sui possibili punti deboli dell’euro. “L’euro è saldo”, proclama Draghi, ma nello stesso tempo non ci si può nascondere che gli gioverebbe “un più forte governo economico dell’Unione”. Dieci anni fa, quando la moneta unica fu avviata, prevalsero al contrario “i cori entusiasti che celebravano la meta raggiunta insieme all’impegno a resistere a ogni ulteriore integrazione”» (Marco Sodano) [Sta 14/2/2010].
• Alla tradizionale assemblea della Banca d’Italia del 31 maggio, le sue Considerazioni finali furono particolarmente incisive. «Parla a braccio più spesso del previsto, scaglia invettive contro “gli evasori responsabili della macelleria sociale” (definizione fuori ordinanza a Palazzo Koch), si toglie qualche sassolino dalle scarpe. Entra nel merito della politica economica, promuovendo la manovra del governo: “Inevitabile”. E lancia la palla in avanti con una enfasi davvero inusuale, tanto da sembrare, a momenti, il nuovo ministro dello Sviluppo» (Stefano Cingolani) [Fog 1/6/2010].
• Il 9 febbraio 2011, la svolta: in polemica con le ultime mosse di Trichet, Axel Weber annunciò le proprie dimissioni anticipate dalla presidenza della Bundesbank, ritirandosi dalla corsa per l’Eurotower di Francoforte e spianando così di fatto la strada a Draghi. «Il governatore Mario Draghi si spende per ammonire i banchieri a rafforzare i patrimoni delle banche, sorvegliare la trasformazione delle scadenze, adottare comportamenti e accettare norme che consentano a chi non ce la facesse più di fallire senza trascinare nel gorgo il sistema. È il manifesto del candidato di miglior reputazione alla presidenza della Bce» (Massimo Mucchetti) [Cds 6/3/2011]. Memorabile, per scompostezza e grossolanità, la reazione del quotidiano tedesco Bild, che titolò: «Mamma mia! Per gli italiani l’inflazione è come la salsa sulla pasta». «Contro Draghi vengono usati tre argomenti: la brava gente tedesca non accetterebbe di buon grado un governatore della Bce col passaporto di un paese dell’Europa meridionale, Debitolandia; ha lavorato a Goldman Sachs e le banche d’affari anglosassoni sono guardate con antipatia nell’Europa “sociale”; infine, un diffuso pregiudizio anti-italiano che cronache e processi in corso tra Roma e Milano certo non contribuiscono a fugare. A queste obiezioni si potrebbe replicare punto per punto, citando il rigoroso lavoro di Draghi come leader globale al Financial Stability Board, la sua azione contro la cultura del debito che svende il futuro, e perfino l’aplomb riservato, che non lascia prevedere davvero nulla di meno che impeccabile a Francoforte» (Gianni Riotta) [S24 17/2/2011].
• Nei mesi successivi, il consenso intorno al suo nome si estese e rafforzò rapidamente, fino all’esplicito assenso del presidente francese Nicolas Sarkozy (in cambio della promessa, da parte del governo Berlusconi, di consentire la sostituzione con un francese dell’italiano Lorenzo Bini Smaghi all’interno del Comitato esecutivo della Bce: per tutti i risvolti e le ripercussioni della questione, vedi BINI SMAGHI Lorenzo), in aprile, e infine anche del cancelliere tedesco Angela Merkel, in maggio. In pochi mesi, infatti, grazie a una studiata teoria di dichiarazioni, Draghi era riuscito a convincere anche i “falchi” dell’opinione pubblica tedesca di conoscere bene l’importanza, nell’affrontare la crisi, di politiche economiche improntate al rigore: addirittura, «Herr Draghi appare “così tedesco” da meritarsi l’elmetto prussiano in testa, come l’ha disegnato il tabloid Bild, rimangiandosi gli attacchi sferrati soltanto due mesi fa all’inquilino di Palazzo Koch» [Il Foglio 3/5/2011]. Seguirono poi la designazione da parte dell’Eurogruppo, dell’Ecofin e del Parlamento Europeo.
• Il 31 maggio tenne le sue ultime Considerazioni finali: una sorta di consuntivo della sua esperienza di governatore della Banca d’Italia, incentrato su una lucida disamina dei mali della società italiana e dei provvedimenti da intraprendere. «L’Italia che Draghi ha chiesto anche ieri deve tornare a crescere, e la politica dovrebbe capire che “le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano” (Cavour). La lista del Governatore è fatta di otto proposte e si apre con l’efficienza della giustizia civile, il sistema dell’istruzione, la concorrenza, il mercato del lavoro e gli investimenti nelle infrastrutture. Si tratta di riforme alcune delle quali, da sole, valgono un punto di Pil e che vanno realizzate pensando “a quale Paese lasceremo ai nostri figli”» (Dario Di Vico) [Cds 1/6/2011].
• Il 14 giugno, nella sua ultima audizione da candidato dinanzi alla Commissione economica del Parlamento Europeo, si schierò convintamente a favore del salvataggio della Grecia, abbracciando così la linea della Bce, sostanzialmente avversata dalla Germania. «Rilassato e convincente, il candidato ha affrontato quasi tre ore di interrogatorio da parte dei parlamentari e si è permesso anche di scherzare sulla sua presunta “germanizzazione”: “Fino a qualche mese fa i giornali tedeschi mi dipingevano con la pizza o gli spaghetti. Adesso dicono che mi sono germanizzato. In realtà ripeto adesso le stesse cose che ho detto per tutta la mia vita. Sono italiano. E proprio per questo, avendo vissuto gli anni dell’inflazione a due cifre e quelli dei conti pubblici fuori controllo, ho imparato sulla mia pelle il valore della stabilità dei prezzi e della disciplina di bilancio”». Superati brillantemente tutti i passaggi previsti, il 24 giugno Draghi ricevette finalmente la nomina ufficiale da parte del Consiglio Europeo quale presidente “in pectore” della Bce.
• Il 5 agosto sottoscrisse insieme a Trichet due lettere programmatiche indirizzate ai governi d’Italia (Berlusconi IV) e di Spagna (Zapatero II), Paesi allora oggetto di una gravissima speculazione finanziaria internazionale: all’applicazione dei provvedimenti in esse dettagliatamente elencati il presidente della Bce e il suo successore designato subordinavano l’acquisto da parte della Bce dei titoli di Stato dei due Paesi sul mercato secondario (secondo quanto previsto dal Securities Markets Programme, Smp), allo scopo di evitarne il fallimento fino a quando non fossero stati nuovamente in grado di affrontare i mercati. Nella lettera indirizzata al governo italiano, in particolare, si sollecitavano «privatizzazione dei servizi pubblici locali e liberalizzazione dei servizi professionali, riforma del mercato del lavoro, nuove forme di contrattazione salariale collettiva, drastica riduzione della spesa pubblica, anticipazione di un anno del deficit di bilancio, controlli finanziari più stretti sulle spese di regioni, province e comuni, riduzione degli stipendi pubblici, riforma delle pensioni pubbliche e private. Tutte misure da adottare nell’immediato con decreto legge e da ratificare con voto parlamentare entro la fine di settembre» (Alessandro Campi e Leonardo Varasano) [Fog 25/1/2013]. I due governi accettarono, e l’acquisto di Btp italiani e Bonos spagnoli da parte della Bce fece rapidamente abbassare il differenziale (o «spread») degli interessi che essi pagavano rispetto ai Bund tedeschi, impennatosi nelle settimane precedenti, consentendo così ai due Paesi di riprendere temporaneamente fiato. In aperto dissenso con l’acquisto dei titoli di Stato italiani e spagnoli, in settembre il rappresentante tedesco presso il Comitato esecutivo della Bce, Jürgen Stark, rassegnò le dimissioni, e fu sostituito dal viceministro delle Finanze Jörg Asmussen.
• Il 1° novembre Mario Draghi, congedatosi dalla Banca d’Italia (sostituito, dopo mesi di polemiche e di tentennamenti all’interno del governo, da Ignazio Visco, fino ad allora vicedirettore generale), divenne presidente della Banca Centrale Europea: il terzo della sua storia (fu fondata nel 1998) e il primo italiano, dopo l’olandese Wim Duisenberg e il francese Jean-Claude Trichet. «La Bce che Trichet lascia in eredità a Draghi è in piena crisi d’identità, fra il modello americano della Fed e quello tedesco della Bundesbank. Poiché è l’unico organismo a governare la moneta europea, è anche l’unico che può farsi carico di una politica di espansione dell’economia, in stile Bernanke. Ma non è questo che avevano in testa i tedeschi, quando hanno accettato l’euro. Il conflitto è culturale, prima ancora che ideologico. Per gli uni, l’unico modo di uscire dalla crisi del debito pubblico sono tagli spietati che riportino i bilanci verso il pareggio. Per gli altri, nessuna riduzione del debito è sostenibile, se, accanto ai tagli della spesa, non c’è una crescita dell’economia che aumenti le entrate. Qualcuno l’ha già definita “la battaglia per l’anima della Bce”, e toccherà a Draghi gestirla» (Maurizio Ricci) [Rep 7/10/2011].
• Il 3 novembre il G20 dei capi di Stato e di governo riuniti a Cannes approvò il pacchetto di provvedimenti in ambito finanziario (il più importante dei quali era la ricapitalizzazione delle banche di rilevanza sistemica, considerate «too big to fail», troppo grandi per fallire) da lui proposto in qualità di presidente del Financial Stability Board: rassegnò quindi le dimissioni da tale carica (assunta dal governatore canadese Mark Carney), «soddisfatto per aver completato l’agenda di lavoro che aveva programmato all’inizio della crisi, quando l’Fsb era stato chiamato dal G20 a disegnare la riforma delle regole della finanza» (Stefania Tamburello) [Cds 5/11/2011].
• Il giorno seguente, rientrato a Francoforte, sorprese tutti tagliando il tasso di sconto dall’1,50% all’1,25%, a pochissimi giorni dal suo insediamento. In realtà quella era solo la prima mossa del nuovo corso espansionistico della Bce: nei due anni successivi avrebbe infatti continuato a tagliare progressivamente il tasso, fino al minimo storico dello 0,25% (novembre 2013). Tale atteggiamento (dimostrato anche in molte altre iniziative orientate nella medesima direzione) gli sarebbe valso, nel corso dei mesi, il plauso sempre più convinto della Federal Reserve (Fed), la banca centrale statunitense guidata da Ben Bernanke, e le critiche sempre più aspre della Bundesbank presieduta dal “falco” Jens Weidmann, frattanto subentrato ad Axel Weber.
• In novembre cambiò anche lo scenario politico italiano: caduto il Berlusconi IV sotto la pressione della speculazione finanziaria internazionale (da qualche settimana, infatti, la Bce, constatata l’incapacità del governo di dare piena attuazione alle misure indicate nella lettera del 5 agosto, aveva smesso di acquistare titoli di Stato italiani, lasciandoli così in balia dei mercati, che ne avevano fatto schizzare il differenziale rispetto agli omologhi tedeschi fino al limite dell’insostenibilità), nuovo presidente del Consiglio divenne Mario Monti (16 novembre), chiamato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano proprio allo scopo di attuare i provvedimenti necessari a evitare il fallimento del Paese (primi tra tutti quelli raccomandati dalla Bce), grazie al sostegno di un’amplissima maggioranza parlamentare (Pd, Pdl, Udc). E fu proprio con Draghi che Monti discusse in modo particolarmente approfondito, sin dai primi giorni, l’agenda economica del suo governo: aveva così inizio una lunga e proficua collaborazione tra i due, entrambi presto pigramente soprannominati “Super Mario” dalla stampa internazionale.
• A inizio dicembre, nel suo primo discorso al Parlamento Europeo di Bruxelles, Draghi individuò «tre pilastri necessari per uscire dalla crisi: il primo è la creazione di norme che unifichino la responsabilità di bilancio, “come unica è la banca centrale”; il secondo è il rafforzamento degli strumenti di intervento sul mercato, come il Fondo salva-Stati a cui “occorre dare credibilità”; il terzo è il comportamento dei singoli governi nel mettere ordine nei conti pubblici e rilanciare la crescita» (Andrea Bonanni) [Rep 2/12/2011]. Fondamentale, in tale quadro, sarebbe stato l’allestimento, da parte dei Paesi dell’Unione Europea, del «Fiscal compact» o Patto di bilancio, un «nuovo contratto» di finanza pubblica, «un trattato in cui i Paesi cedono sovranità nazionale per accettare regole comuni e molto vincolanti nelle politiche di bilancio, accettano una sorveglianza e accettano che queste regole siano inserite nella loro legislazione in modo da non poter essere cambiate facilmente», «l’elemento più importante per iniziare a restaurare credibilità».
• Una settimana dopo annunciò il varo della «Long term refinancing operation» (Ltro), un’«operazione di finanziamento a lungo termine» del sistema bancario mediante due aste di prestiti illimitati alle banche della durata eccezionale di 36 mesi e a un tasso dell’1%, volta a favorire indirettamente lo sblocco del credito interbancario, la ripresa del credito alle imprese e l’acquisto sul mercato primario (interdetto alla Bce) dei titoli di Stato dei Paesi più colpiti dalla speculazione finanziaria. Le aste si svolsero il 22 dicembre e il 29 febbraio, e complessivamente finanziarono con oltre mille miliardi di euro centinaia di istituti di credito che ne avevano fatta richiesta; oltre un quarto del totale andò a banche italiane. «L’operazione ha funzionato solo a metà: gli istituti di credito sono tornati a comprare titoli di stato alle aste italiane e spagnole aiutando il calo dei rendimenti. Ma non prestano soldi a imprese e cittadini» (Ettore Livini) [Rep 17/1/2012]. «Un machiavello finanziario gestito da un italiano che ha studiato dai gesuiti di Roma, Istituto Massimo, ha sparso indifferenza apparente sulle sorti del sistema (la banca non compra titoli di debito pubblici) e insieme ha agito perché fosse ridotta la letale differenza di una moneta senza garante di ultima istanza (la banca compra i titoli del debito pubblico degli Stati attraverso le banche private generosamente finanziate). Politica e finanza combinate, scelta dei tempi rigorosamente scadenzata. Culturalmente, a parte i risultati pratici, è una bella lezione di immoralismo efficiente» (Giuliano Ferrara) [Fdf 23/1/2012].
• Il 2 marzo 2012 fu varato il «Patto di bilancio europeo» (il «Fiscal compact» lanciato da Draghi), sottoscritto da venticinque dei ventisette Stati membri dell’Unione europea (tutti tranne Regno Unito e Repubblica Ceca). «Il Trattato segna il più importante trasferimento di sovranità dagli Stati nazionali verso Bruxelles dopo la nascita della moneta unica. La sostanza dell’accordo è che gli Stati membri dell’Unione europea, i loro governi e i loro parlamenti rinunciano in larga misura alla sovranità che hanno esercitato per secoli sui bilanci nazionali. Avranno ancora un certo margine per decidere come raccogliere le entrate e come distribuire le spese. Ma non avranno più veramente voce in capitolo sui saldi di bilancio. Il pareggio di bilancio sarà una regola iscritta nelle Costituzioni, o comunque nelle legislazioni nazionali con valore preminente su altre leggi e sulle deliberazioni dei parlamenti. E il compito di sorvegliare il rispetto di questa norma non sarà più affidato alle Corti dei Conti di ciascun Paese, ma alla Corte di Giustizia europea, le cui sentenze prevalgono su quelle delle magistrature nazionali. Il debito pubblico che eccede il sessanta per cento del Pil previsto dal Trattato di Maastricht dovrà essere ridotto al ritmo del cinque per cento all’anno. I governi che non dovessero rispettare queste norme subiranno dure sanzioni finanziarie che inevitabilmente aggraverebbero gli squilibri dei loro conti pubblici. Non ha torto dunque la cancelliera Angela Merkel quando dice che il Trattato è “una pietra miliare nella storia dell’Unione europea e un primo passo verso l’Unione politica”» (Bonanni) [Rep 3/3/2012]. Il 25 aprile Draghi dichiarò: «Ora abbiamo un Fiscal compact, ma quel che è più presente nella mia mente è che abbiamo bisogno anche di un Growth compact», cioè di un «Patto per lo sviluppo», da far marciare insieme al Patto di bilancio (esso però stentò a decollare, soprattutto a causa delle resistenze tedesche).
• «Anche se davvero il rapporto fra Draghi e Angela Merkel è iniziato ruvidamente, come si racconta, è proseguito in modo molto più costruttivo. Niente nella straordinaria sequenza di avvenimenti degli ultimi 140 giorni sarebbe stato possibile se fra Draghi e Merkel non fosse emerso un accordo di fatto. Senza rassicurare l’opinione pubblica tedesca con il Fiscal compact, regole di bilancio solenni e vistose, sarebbe stato difficile far accettare in Germania l’idea che la Bce possa in soli due mesi prestare all’1% mille miliardi di euro a scadenza di ben tre anni. Senza l’idea che l’Eurotower potesse venire in soccorso dei Paesi sull’orlo della rottura, le riforme viste in Italia sarebbero state molto meno accettabili ai partiti e a certe forze sociali» (Fubini) [Cds 27/3/2012]. Permanevano, ovviamente, differenze di vedute anche profonde: «Per salvare l’euro si confrontano due ricette: quella del presidente Bce e quella della Merkel. Hanno molti punti in comune, a cominciare dal rigorismo fiscale. Fatti i compiti a casa, la cancelliera propone una maggiore unione politica in tempi medio-lunghi. Il presidente della Bce, invece, vuole una unione bancaria in tempi ben più brevi come antipasto della unione politica e di bilancio. Intanto, prepara interventi nell’immediato» (Cingolani) [Fog 24/7/2012]. Soprattutto, diventava sempre più teso il rapporto tra la Bce di Draghi e la Bundesbank di Weidmann, contraria, per timore dell’inflazione, a eccessive immissioni di liquidità (come quelle della Ltro).
• A fine maggio Draghi avanzò con forza il progetto di una «Unione bancaria» tra i Paesi dell’Eurozona, «che richiederebbe secondo lui: garanzie europee sui depositi bancari; un fondo europeo di risoluzione delle crisi; e una accresciuta centralizzazione della sorveglianza bancaria, ormai “essenziale”. Questa opzione comporterebbe la responsabilità in solido dei depositi e delle banche da parte dei diversi governi della zona euro. Impossibile però da attuare seriamente senza una vigilanza creditizia che sia centralizzata, con un trasferimento di sovranità dalla periferia al centro. Per anni, gelosi delle loro prerogative, molti Paesi hanno bloccato questo passaggio» (Beda Romano) [S24 1/6/2012]. Un mese dopo, al Consiglio europeo di Bruxelles del 28 e 29 giugno, «Draghi ha visto sposata dai leader politici la sua visione di lungo periodo dell’Eurozona, in cui all’unione monetaria andavano affiancate quella bancaria, quella fiscale e quella economica, oltre che politica. La ricaduta più immediata: per la Bce un nuovo compito, quello di guidare la vigilanza bancaria in Europa» (Alessandro Merli) [S24 28/10/2012].
• Il 26 luglio, in piena crisi greca e al culmine di una nuova ondata di speculazione finanziaria contro Spagna e Italia, intervenendo alla Global Investment Conference di Londra, Draghi scandì: «Ho un messaggio chiaro da darvi: nell’ambito del suo mandato, la Bce è pronta a fare qualunque cosa sia necessaria (whatever it takes) per salvare l’euro. E, credetemi, sarà sufficiente». Aggiunse poi: «Non è possibile immaginare la possibilità che un Paese esca dall’Eurozona: l’euro è irreversibile e lo renderemo irreversibile. L’Eurozona è più forte di quanto si pensi»; anche la soluzione del problema dei differenziali, e quindi di rendimenti troppo elevati sul debito di alcuni paesi dell’Eurozona, «rientra nel mandato della Bce, nella misura in cui il livello di questi premi di rischio impedisce la giusta trasmissione delle decisioni di politica monetaria» prese dalla Banca centrale. Le parole di Draghi furono prontamente riprese sia dal presidente francese François Hollande sia dal cancelliere tedesco Angela Merkel, i quali, dicendosi anch’essi «pronti a tutto» per salvare l’euro, contribuirono a corroborare la credibilità di quanto affermato dal presidente della Bce. Pochi giorni dopo, quindi, ratificando quanto annunciato da Draghi, il Consiglio direttivo della Bce approvò «una decisione storica, passando anche sopra l’opposizione di una Bundesbank che aveva rivendicato, per sé, quasi una sorta di diritto di veto: sancire il principio che la Bce può intervenire, anche massicciamente, sui mercati per difendere le quotazioni dei titoli pubblici, limare, alle dimensioni volute, gli spread, assicurare la sostenibilità dei bilanci» (Maurizio Ricci) [Rep 3/8/2012]. Il discorso di Londra segnò di fatto uno spartiacque nella crisi finanziaria europea: finalmente rassicurati circa la tenuta dell’euro, nelle settimane e nei mesi successivi i mercati andarono progressivamente rasserenandosi. «Da quel momento sono successe solo cose positive per Eurolandia: il nuovo fondo salva-Stati ha emesso con successo i suoi primi bond targati AAA, l’Italia ha recuperato stabilità e affidabilità, la Spagna ha cominciato ordinatamente a gestire i fondi di emergenza per le banche, perfino la Grecia si è riaffacciata sui mercati dopo sette anni» (Eugenio Occorsio) [Rep 21/1/2013].
• Il 6 settembre, al termine del Consiglio direttivo della Bce, Draghi precisò i termini del suo piano anti-spread, definito «Outright monetary transactions» (Omt), cioè «Operazioni monetarie dirette», e giornalisticamente ribattezzato «scudo anti-spread», «firewall» o «bazooka». «Il piano, approvato dal Consiglio della Bce con la sola voce contraria del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, prevede l’acquisto sul mercato secondario di titoli del debito pubblico dei Paesi dell’Eurozona con vita residua da 1 a 3 anni. La Bce non ha fissato in anticipo alcun limite quantitativo, il che non è proprio lo stesso che dire che le operazioni saranno illimitate, ma dà ai mercati il segnale che l’istituto di Francoforte è pronto a dare agli interventi “dimensioni adeguate” al raggiungimento dell’obiettivo, come ha sottolineato Draghi. Lo stesso presidente della Bce ha però ammesso che l’Eurotower può creare solo “una delle due gambe” per portare in salvo l’euro. L’altra metà del compito spetta ai governi: gli acquisti di titoli saranno sottoposti a una stretta condizionalità, per evitare che all’intervento della Bce corrisponda, come è avvenuto nel caso dell’Italia nell’estate 2011, un allentamento dell’impegno al risanamento di bilancio e alle riforme strutturali. Draghi chiede “grande determinazione” ai governi per raggiungere questi obiettivi e la Bce non interverrà se non dopo che la richiesta dei Paesi si sia concretizzata in un programma economico concordato con il fondo salva-Stati Efsf e con il suo successore, l’Esm; i fondi hanno la possibilità di intervenire acquistando titoli, a differenza della Bce, sul mercato primario. La condizionalità scatterebbe qualora il Paese non dovesse rispettare gli impegni presi: a quel punto il Consiglio della Bce, in autonomia, può decidere di sospendere l’Omt» (Merli) [S24 7/9/2012].
• Il 12 settembre la Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe respinse i ricorsi presentati da alcuni parlamentari del Bundestag contro l’adesione della Germania al nuovo «scudo salva-Stati», l’Esm (varato dalla Bce nel marzo 2011), confermandone così la compatibilità con la costituzione tedesca.
• Il 24 ottobre Draghi illustrò e difese il proprio operato al cospetto del Bundestag di Berlino, smontando, in «novanta minuti giocati tutti all’attacco, le accuse con cui nelle ultime setti­mane, dallo scontro plateale con la Bundesbank in poi, una buona fetta della Germania ha messo sul­la graticola il piano di acquisti illi­mitati di bond sovrani. Quattro i punti fondamentali messi a fuoco dal presidente della Bce durante l’audizione. Il primo: quello che tecnicamente viene definito Ou­tright mone­tary transac­tions (Omt) non è un finan­ziamento occul­to ai governi; il secondo: l’indi­pendenza del­l’Eurotower non è in perico­lo; il terzo: il pia­no non genera inflazione; infi­ne, il firewall è privo di conseguen­ze per i contribuenti europei» (Rodolfo Parietti) [Grn 25/10/2012].
• Il 13 dicembre l’Ecofin pose le basi dell’Unione bancaria, dando seguito al progetto di Draghi. «Dopo anni di discussioni, mesi di trattative e una maratona notturna di 14 ore, i 27 paesi dell’Unione hanno trovato una intesa con la quale trasferire la sorveglianza bancaria dagli Stati membri alla Banca centrale europea. La riforma è per molti versi un passaggio storico perché presuppone una delicatissima cessione di sovranità. L’accordo prevede una complessa ripartizione dei compiti. Alla Bce andrà la vigilanza delle banche più significative (tra le altre cose, con attivi per oltre 30 miliardi di euro); il resto del settore rimarrà vigilato dalle autorità nazionali. L’accordo prevede che la Bce possa avocare a sé qualsiasi dossier nazionale “per assicurare l’applicazione coerente di elevati standard di sorveglianza”. La riforma è nata per consentire una ricapitalizzazione diretta delle banche da parte del Meccanismo europeo di stabilità (Esm), così da spezzare il circolo vizioso tra bilanci bancari e bilanci sovrani» (Beda Romano) [S24 14/12/2012].
• All’inizio di marzo, all’indomani dell’incerto risultato delle elezioni politiche italiane, Draghi contribuì a rasserenare i mercati affermando che si trattava delle normali dinamiche della democrazia, e che in ogni caso «gran parte delle misure italiane di consolidamento dei conti continueranno a procedere con il pilota automatico». «Gli Stati possono osare, perfino inciampare, proprio perché sono ormai guidati da dispositivi esterni (trojke, Patti inviolabili), e nulla possono contro di essi. Di fatto, l’Italia è già commissariata, dunque calma e gesso, fatti giunco, la tempesta passerà» (Barbara Spinelli) [Rep 13/3/2013].
• Il 2 maggio il Consiglio direttivo della Bce, riunito straordinariamente a Bratislava, deliberò «una serie di misure volte a contrastare un ulteriore deterioramento dell’economia dell’Eurozona, il calo della fiducia degli investitori e delle imprese, e a sanare la persistente frammentazione del credito bancario. Oltre allo storico taglio dei tassi [allo 0,5% – ndr], la Bce assicurerà liquidità alle banche con un nuovo programma di prestiti trimestrali (Long term refinancing operation) in essere fino al luglio 2014: “Non ci possono essere banche che usano la mancanza di fondi come scusa per non prestare”, ha detto Draghi segnalando che gli istituti non hanno più alibi. La continua contrazione dei prestiti alle aziende è una delle maggiori preoccupazioni della Bce, decisa a sostenere le piccole e medie imprese con un programma ad hoc per cui ha avviato consultazioni a “livello europeo”» (Il Foglio) [2/5/2013].
• Il 4 luglio, a un anno dal fondamentale discorso di Londra, incalzato da nuove turbolenze finanziarie, Draghi introdusse un’altra importante innovazione, dichiarando «esplicitamente e a sorpresa che prevede che i tassi d’interesse resteranno ai livelli attuali, o anche più bassi, per un lungo periodo di tempo. L’indicazione sull’evoluzione futura della politica monetaria (“forward guidance” nella definizione inglese), di fatto una guida sulle prossime mosse, è una novità assoluta per la Bce, che si era sempre rifiutata di impegnarsi in anticipo sull’andamento futuro dei tassi. L’annuncio, seguito a una decisione unanime del consiglio dell’Eurotower, ha colto in contropiede i mercati finanziari e contribuito a calmare le acque, abbassando la curva dei rendimenti e indebolendo l’euro e sostenendo le Borse» (Merli) [S24 5/7/2013]. «Quando sarà avviato il suo processo di beatificazione, quello del 4 luglio sarà messo agli atti come il "secondo miracolo" di san Mario Draghi. Già, perché ancora una volta è bastato un suo annuncio perché un rischio incombente non si concretizzasse. È bastata una frase, e i mercati hanno capito» (Carabini) [Esp 12/7/2013].
• In autunno, dopo che il Parlamento Europeo ebbe finalmente espresso il suo assenso (dopo mesi di temporeggiamenti dovuti in primo luogo alla contrarietà della Germania) al conferimento della vigilanza bancaria alla Bce già concordato in sede Ecofin, ebbe inizio il necessario processo di ricognizione dei principali istituti di credito europei. «Rafforzare la trasparenza e la fiducia nelle banche in una con la promozione di azioni correttive, dove risultasse necessario: queste le motivazioni della “valutazione approfondita” che la Bce si accinge a condurre su 130 banche europee, di cui 15 italiane, che durerà un anno e avrà, appunto, termine nel novembre del 2014, in coincidenza con l’accentramento nella stessa Bce della Vigilanza sui predetti istituti. Saranno valutati i fattori di rischio, l’indebitamento e gli accantonamenti nonché le garanzie, e seguirà una prova di stress per esaminare la reattività dei bilanci bancari a scenari avversi. Lo scopo principale è di migliorare la capacità delle banche di svolgere la loro funzione fondamentale – l’erogazione dei prestiti alle imprese e alle famiglie – e di prevenire un intreccio tra difficoltà degli istituti e difficoltà dei debiti sovrani» (Angelo De Mattia) [Unt 25/10/2013].
• Il 19 dicembre l’Ecofin compì un altro passo fondamentale verso l’Unione bancaria, raggiungendo un accordo in merito al meccanismo unico di gestione delle crisi bancarie (Single resolution mechanism, Srm), il quale «comporta una importante cessione di sovranità e una prima mutualizzazione di risorse. Il pacchetto prevede la nascita di un Consiglio di risoluzione; di un fondo di risoluzione; e di un paracadute finanziario da utilizzare mentre il fondo sale a regime. L’accordo si basa su un regolamento e un trattato intergovernativo. Il fondo verrà finanziato da denaro privato. L’obiettivo è di evitare che gli Stati siano chiamati come negli anni passati a usare denaro pubblico per salvare banche in difficoltà. L’accordo riflette la difficoltà di trovare un compromesso tra la paura di alcuni paesi (come la Germania) di firmare un’intesa troppo onerosa per i conti nazionali e l’esigenza di altri Stati (come l’Italia) di presentare ai mercati un assetto dotato di un paracadute finanziario convincente» (Beda Romano) [S24 19/12/2013].
• Il 7 febbraio 2014, dopo numerosi rinvii, la Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe si pronunciò circa l’ammissibilità rispetto allo statuto della Bce del programma Omt varato da Draghi nel settembre 2012 (lo «scudo anti-spread»), dietro ricorso di alcuni parlamentari tedeschi e soprattutto della Bundesbank di Weidmann. «La Corte costituzionale tedesca ha concluso che l’acquisto da parte della Bce di titoli di Stato dei Paesi dell’Eurozona violerebbe i trattati e ha deferito la Banca centrale alla Corte di giustizia europea. Apparentemente un ulteriore passo indietro nel processo di integrazione europea, una sconfitta della Bce e un irrigidimento tedesco. In realtà l’esatto contrario: una vittoria per la Bce e un segnale di ammorbidimento di Berlino. La Corte tedesca avrebbe potuto proibire alla Bundesbank di partecipare agli acquisti rendendoli così impossibili. Invece ha riconosciuto la giurisdizione della Corte europea, la quale quasi senza dubbio approverà l’operato della Bce. È molto importante che quanto è accaduto venga interpretato nel modo giusto, ovvero come un passo avanti e non indietro. Un passo che attenua la tensione fra la Germania e i Paesi del Sud dell’Europa, che è stato l’effetto più grave della crisi finanziaria nell’area euro» (Alberto Alesina e Francesco Giavazzi) [Cds 10/2/2014].
Vita «A 15 anni ha perso il padre, Carlo, uomo di incarichi pubblici: in Bankitalia, liquidatore con Donato Menichella della Banca di Sconto, in Bnl nel dopoguerra. Poco dopo è mancata anche la madre. Draghi ha dovuto fare il capofamiglia, prendersi cura dei fratelli minori: Andreina, la storica dell’arte che nel 1999 ha scoperto a Roma un ciclo di affreschi medievali nel complesso dei Santi Quattro Coronati; e Marcello, oggi piccolo imprenditore» (Aldo Cazzullo). Studente alla scuola romana dei gesuiti, l’istituto Massimo (vedi ROZZI Franco), ebbe per compagni Luca Cordero di Montezemolo e Giancarlo Magalli (stessa classe), Gianni De Gennaro, Luigi Abete ecc. (secondo i ricordi di un ex compagno di classe, l’orafo Giuseppe Petochi: «Mario era molto bravo in latino e matematica, uno di quelli che quando sei in difficoltà ti aiutano»).
• Laurea a Roma nel 1970, allievo di Federico Caffè. «Roma, estate 1971. Fa un caldo opprimente a Palazzo Koch, sede della Banca d’Italia. Nel suo studio il Governatore Guido Carli sta ricevendo Franco Modigliani, futuro premio Nobel e già allora l’economista più influente in Italia dal suo osservatorio al Massachusetts Institute of Technology. Fuori dalla porta un giovane laureato della Sapienza parlotta con lo staff del Governatore. È Mario Draghi: vuole parlare con Modigliani, che non ha mai incontrato prima. Il personale della Banca d’Italia prova a dissuaderlo, ma Draghi abborda il professore di Boston all’uscita dello studio di Carli; e senza giri di parole gli chiede di ammetterlo ai corsi di dottorato del Mit. Non solo le scadenze per l’iscrizione erano passate da un pezzo, ricorda Serena Modigliani, “ma Mario non aveva neanche i soldi della borsa di studio”. La prima risposta dell’economista fuggito dall’Italia durante il fascismo fu secca: “Non hai nessuna speranza”. O meglio: “Nessuna, a meno che non riusciamo a cambiare la stupida legge”, quella che impediva di utilizzare borse di studio italiane all’estero. Ci riuscirono. E già quell’insistenza di Draghi, racconta la moglie del premio Nobel dalla sua casa nel Massachusetts, fu il primo segno della sua determinazione ad andare avanti malgrado le difficoltà familiari» (Federico Fubini). A Caffè aveva promesso che non avrebbe mai fatto altro che il professore universitario. Ma appena due anni dopo aver ottenuto la cattedra di Economia internazionale a Firenze, nel 1983 divenne consigliere di Giovanni Goria, ministro del Tesoro nel governo Craxi. Poco dopo il balzo internazionale: direttore esecutivo della Banca Mondiale a Washington a 37 anni (dal 1984 al 90), presidente del Comitato economico e finanziario dell’Unione europea, docente a Harvard. Il curriculum italiano, prima di ottenere il timone a via Nazionale, si sostanzia soprattutto nella direzione generale al ministero del Tesoro (1991-2001): dieci anni «drammatici» ma anche «indimenticabili», li definì poi. Chiamato da Guido Carli, ministro del Tesoro di Andreotti, su suggerimento di Ciampi (allora governatore), confermato da tutti i governi successivi (Amato I, Ciampi, Berlusconi I, Dini, Prodi I, D’Alema I e II, Amato II, Berlusconi II), fu prima di tutto l’uomo delle privatizzazioni (ne presiedette il Comitato fino al 2003). In silenzio, senza fare dichiarazioni o rilasciare interviste, piazzò sul mercato Iri, Telecom, Eni, Enel, Comit, Credit e decine di altre aziende possedute o partecipate dallo Stato. Licenziando i vecchi boiardi, fece infuriare gli statalisti più accesi. Nel 1992, prima di dare inizio alla vendita delle società pubbliche, incontrò sul panfilo Britannia della regina Elisabetta la comunità finanziaria, fatto che scatenò una ridda di voci, secondo le quali Draghi non è altro che l’uomo assai ben pagato dei poteri forti internazionali per svendere il patrimonio italiano. Ancora nel gennaio 2008, intervenendo a Unomattina, Francesco Cossiga lo bollò come «vile affarista», parlò di «svendita dell’industria pubblica» e respinse l’ipotesi di vederlo a capo del governo dopo la caduta di Prodi perché a suo dire avrebbe venduto tutto agli amici americani. I risultati delle privatizzazioni non sembrano però quelli di una svendita: i 182 mila miliardi di lire incassati fecero scendere il debito pubblico dal 125 per cento sul Pil del 1991 al 115 del 2001 (meglio solo le privatizzazioni inglesi). Fu quindi alla guida della commissione governativa che scrisse la nuova legge sul diritto societario (chi sale al 30 per cento deve lanciare un’Opa totale ecc.), che si chiama, appunto, “legge Draghi”. Infine, Ciampi lo incaricò di fare il giro delle capitali europee per convincere i nostri partner che l’Italia era affidabile e poteva essere ammessa nell’area euro.
• Tra le sue imprese meno note, la ristrutturazione del debito italiano: avendo capito che, con l’inflazione in picchiata, sarebbe finita l’abitudine italiana di mettere tutti i risparmi in Bot, volle che si passasse al capitalismo popolare dei fondi d’investimento e dei prodotti finanziari complessi. Nel 1991 il 70 per cento del debito statale era a tasso variabile e a breve termine (i Bot, appunto), nel 2001, quando Draghi lasciò il ministero, il 70 per cento del debito era a tasso fisso (quindi meno pericoloso) e a medio-lungo termine. Il declino dei Bot spinse gli italiani ad assaggiare quel che offriva il mercato propriamente detto, azioni, obbligazioni, bond. Per questo il fronte degli oppositori di Draghi (Bertinotti, Cirino Pomicino ecc.) gli imputa parte dei danni subiti dai risparmiatori a causa dei crack Cirio, Parmalat ecc.
• Lasciato il Tesoro, l’ultimo dei “Ciampi boys” (così erano chiamati economisti e consiglieri che facevano parte della squadra del ministro) sbarcò a Londra: dal 2002 al 2005 alla Goldman Sachs, quarta banca d’affari al mondo, per guidare le strategie europee dell’istituto.
• Il 29 dicembre 2005 divenne governatore della Banca d’Italia (il nono), nominato al termine della vicenda che costrinse alle dimissioni Antonio Fazio. A differenza dei predecessori aveva un mandato a termine, di sei anni, rinnovabile una sola volta. La mattina del 30 dicembre il nuovo governatore si presentò al Quirinale per salutare il Presidente. Il fatto eccezionale avvenne dopo: Draghi andò a piedi dal Quirinale alla Banca d’Italia. Sono un centinaio di metri, ma non esiste uomo pubblico in Italia che non li avrebbe percorsi con auto blu, scorta e sirene spiegate.
• Rinunciò all’assenso preventivo e vincolante della Banca d’Italia per le acquisizioni bancarie, e rese possibili fusioni bancarie di rilievo storico (Unicredit con Capitalia, Intesa con SanPaolo Imi, Banca Popolare di Verona e Novara con il gruppo Popolare di Lodi, Banche Popolari Unite con Banca Lombarda ecc.). «La politica di movimento, auspicata dal governatore Mario Draghi, sembra soddisfare il patriottismo economico assai più della difesa statica del precedente inquilino di palazzo Koch» (Massimo Mucchetti). «Rovescia totalmente, e in poche ore, l’impostazione di Fazio. Non solo dichiarò pubblicamente che non sarebbe mai intervenuto per influenzare operazioni di mercato, neanche nei casi in cui la legge glielo consentiva, ma precisò anche che se uno straniero si fosse voluto comprare una banca italiana lui lo avrebbe lasciato fare. Aggiunse: proprio per questo, invito le banche italiane a far accordi e a fondersi o ad aggregarsi comunque in qualche modo. Le banche italiane sono tutte troppo piccole, e i ricchi istituti stranieri, se non si sbrigano, ne faranno un sol boccone. Dopo diciassette mesi da quel discorso ci sono state molte aggregazioni anche di piccolo calibro e due operazioni enormi: la fusione tra Banca Intesa e San Paolo e quella tra Unicredit e Capitalia. Quello che è istruttivo è questo: col suo atteggiamento liberale, Draghi ha di fatto impedito agli stranieri di entrare. Col suo atteggiamento di chiusura, invece, Fazio alla fine ha consegnato la Banca Antonveneta agli olandesi e la Banca Nazionale del Lavoro ai Francesi» (Giorgio Dell’Arti). Contemporaneamente si batte per la revisione delle regole sui rapporti tra banche e imprese: «In ballo c’è l’innalzamento dei limiti sia alle partecipazioni che le banche possono detenere in gruppi industriali sia alle partecipazioni nelle banche da parte di soggetti non finanziari» (Il Foglio).
• Come presidente del Financial Stability Forum preparò un rapporto sulle cause delle turbolenze che hanno investito i mercati mondiali in seguito alla crisi dei mutui subprime statunitensi, indicando anche i rimedi. Nell’aprile 2007 presentò al G7 a Washington il suo piano per migliorare la trasparenza dei mercati finanziari mondiali: «Ripercorre i giri tortuosi dei famigerati subprime, nati negli Usa, quindi impacchettati in sofisticati strumenti finanziari e poi veicolati nel pianeta. La loro crisi, secondo gli ultimi calcoli, incorpora perdite potenziali di quasi mille miliardi di euro, con gravi contraccolpi nell’economia reale, dei paesi più industrializzati come nel Terzo Mondo. Di qui, il piano d’emergenza, quasi un’armatura tecnica fatta di regole di trasparenza, iniezioni di liquidità, rating e policy varie che mira soprattutto a rafforzare il sistema e ad evitare che episodi del genere si ripetano in futuro» (Elena Polidori). Erano 65 raccomandazioni alle banche e alle autorità di controllo da attuarsi in cento giorni. Giulio Tremonti fu molto freddo: «Un’aspirina per una malattia grave».
• Sul fronte interno fu alle prese con un difficile piano di riassetto della Banca d’Italia (chiusura di numerose sedi periferiche e messa a frutto del patrimonio immobiliare). La riorganizzazione cancellerà (nei prossimi 10 anni) 33 filiali su 97 e ne snellirà altre 37, smobilitando più del 70 per cento del personale. Su questo piano di ristrutturazione ci furono momenti di tensione col governatore siciliano Cuffaro.
• Le sue annuali Considerazioni finali esortavano a: riduzione delle tasse, riduzione del debito pubblico, taglio delle spese correnti, aumento degli investimenti, riforma della previdenza (2007); freno all’inflazione, riforma del mercato del lavoro, riforma del risparmio gestito, abolizione del massimo scoperto (2008); sostegno ai redditi e agli ammortizzatori sociali, innalzamento dell’età pensionabile, sostegno alle imprese da parte delle banche (2009). Forte richiamo al dovere di modernizzare la scuola, contenuto specialmente nelle 23 considerazioni del 2007. Il concetto di fondo è: un Paese senza scuola è sull’orlo della miseria. Nel discorso del 2008 ha messo in evidenza lo scarto di produttività tra il Mezzogiorno e il Nord.
• Non risparmiò critiche alla manovra finanziaria presentata dal governo Berlusconi nel 2008, entrando così in polemica con il ministro Tremonti. Sergio Rizzo: «In questi ultimi mesi Draghi si è specializzato nell’uso dello scudo, attrezzo indispensabile per parare i colpi. Alle provocazioni, com’è costume della Banca d’Italia, non risponde. E dopo aver lanciato l’allarme sui salari italiani, i più bassi d’Europa, il governatore ha anche una sponda robusta nel sindacato, che chiede sgravi fiscali per i lavoratori dipendenti. Perché i colpi di fioretto di Tremonti arrivino anche a via Nazionale, non è ancora chiarissimo. Ma arrivano, e sempre meno sporadicamente. La ragione non può essere certamente quella blanda apertura di credito che Draghi fece ai provvedimenti di Bersani. Né le critiche, che ancora non ci sono state, alla politica economica di Berlusconi. E neppure qualcosa di personale, anche se difficilmente si incontreranno Draghi e Tremonti in pizzeria. Le loro strade si sono incrociate per un breve periodo. Draghi lasciò la direzione generale del Tesoro nel 2001, dopo l’arrivo di Tremonti, considerando chiuso il suo ciclo. Quando l’ex direttore del Corriere Ferruccio de Bortoli gli chiese in una intervista se la causa dell’abbandono fosse una diversità di vedute con il ministro, lui rispose: “No, il rapporto personale e professionale è ottimo”. E quando Draghi approdò alla Goldman Sachs Tremonti commentò: “È una conferma dell’alta professionalità dell’ex direttore generale del Tesoro”. Ma alla fine del 2005 il candidato di Tremonti al posto di Antonio Fazio, le cui dimissioni furono il vero grande successo del superministro dell’Economia, era Vittorio Grilli. Prevalse invece Draghi, sostenuto da Gianni Letta, anche per le considerazioni del Quirinale circa la giovane età di Grilli. La verità è che l’analisi di Tremonti confligge naturalmente, oggi come nel 2001, con quella delle “tecnocrazie” delle banche centrali, alle quali il ministro dell’Economia imputa una profonda miopia nel non aver saputo prevedere i rischi della globalizzazione. Ma il duello ad alta quota rischia inevitabilmente di trasferirsi sul terreno. Draghi, come detto, non replica». «Due protagonisti, Draghi e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che hanno costruito la loro immagine con certosina sapienza e prudenza. In un duello a distanza che è riuscito in una miracolosa impresa, anzi in due. Quella di tenerli lontani da qualsiasi schizzo di fango proveniente dalle cronache politiche d’oggi, sfruttando con abilità silenzi istituzionali quanto mai opportuni. E quella, forse ancor più difficile, di ingaggiare una tenzone cultural-diplomatica che dura da anni, ma i cui altalenanti andamenti non li hanno, come capita spesso, immiseriti reciprocamente» (Luigi La Spina) [Sta 6/11/2010].
• Sposato con Maria Serenella Cappello, esperta di letteratura inglese discendente della Bianca Cappello che fu sposa di Francesco de’ Medici (XVI secolo). Due figli: Federica, biologa con master in business a New York, dirigente di una multinazionale delle biotecnologie; Giacomo, laureato alla Bocconi con Francesco Giavazzi e poi trader in Morgan Stanley.
• Dopo la nomina a via Nazionale vendette le sue azioni Goldman Sachs e affidò il ricavato a un “blind trust”, un fondo di cui non controlla la gestione. Ha fatto confluire gli immobili di proprietà della famiglia nella società senza fini di lucro Serena: atto costitutivo del 17 novembre 2007, ne è socio amministratore con la moglie, le quote sono equamente suddivise, ma in nuda proprietà, tra i due figli.
Politica All’inizio del 2007 girò voce che Napolitano avesse già pronto il nome di Draghi per sostituire Prodi in un governo tecnico di transizione. Ma il governatore avrebbe espresso un sostanziale rifiuto.
• Buoni i rapporti personali con Silvio Berlusconi, il quale, il 15 gennaio 2013, in vista della scadenza del mandato di Napolitano, candidò di propria iniziativa Draghi alla presidenza della Repubblica, definendolo «un presidio importante per l’Italia». L’interessato declinò però prontamente l’offerta, facendo sapere che avrebbe regolarmente terminato il suo mandato alla Bce «il 31 ottobre 2019».
• «Un sistema finanziario moderno non tollera commistioni tra politica e banche. La separazione sia netta: entrambe ne usciranno rafforzate».
Frasi «Agli imprenditori si chiede coraggio. Subito dopo la guerra, su una piazza di Norimberga distrutta, raccontava mio padre, c’era una lapide. “Se fai un cattivo affare, non ti preoccupare – diceva – recupererai il denaro con un secondo buon affare; se perdi l’onore, hai perso molto, ma con un atto eroico lo recupererai; ma se hai perso il coraggio, hai perso tutto”».
• «La povertà di conoscenze è l’anticamera della povertà economica».
• «Un Paese col nostro debito non ha tesoretti».
• «L’euro è il presupposto stesso del nostro futuro. L’euro è una buona moneta, che assolve in tutto e per tutto al proprio ruolo, ma soffre per il fatto che la nostra unione monetaria è incompleta e imperfetta. Dobbiamo portare a termine questa unione monetaria se vogliamo ritrovare fino in fondo e in modo duraturo la stabilità e la prosperità del nostro continente» [Bruna Basini, Rep 16/12/2013].
• In una intervista a Radio Va­ticana, spiegò così il cuore dell’edu­cazione gesuita: «Far capire che tutti noi, al di là di quanto noi potessi­mo apprendere come scolari, nella vita avevamo un compito che poi il futuro, la fede, la ragione ci avrebbero rivelato».
• «I giornalisti vogliono notizie su di me? E che devono fare, il coccodrillo?».
Critica «Cortese e affilato» (Marcello Veneziani), «algido, etico, atermico» (Alberto Statera).
• «Draghi è un personaggio che si valuta meglio per contrasto, per negazione, alla rovescia. In un mondo inutilmente chiassoso interpreta le virtù della discrezione e in una vana fantasmagoria di colori il suo grigio risalta. Ma soprattutto, rispetto a tanti improvvisatori, incarna la razionalità dei numeri, le scelte ponderate, le analisi macroeconomiche puntuali» (Elena Polidori) [Rep 30/10/2011].
• «Istinto politico allo stato puro: roba che forse s’insegna da duemila anni in riva al Tevere. Non certo al Mit di Boston» (Fubini) [Cds 9/2/2012].
• «Non c’è dubbio che Draghi resterà negli annali come un innovatore che ha trasformato la Bce: da notaio che regola la quantità di moneta a soggetto attivo del mercato» (Cingolani) [Pan 13/12/2012]. «Quando sorride, Draghi è enigmatico come il gatto del Cheshire in Alice nel Paese delle meraviglie» [Cingolani, Pan 27/6/2012].
• «Nessuno riesce a leggere dietro quella faccia da poker» (Carsten Brzeski, economista olandese).
• «Un banchiere centrale con il cervello di uno scienziato nucleare e lo sguardo di un Papa medievale» (David Marsh) [Fog 7/8/2012].
• «La nomina di Mario Draghi a governatore è uno schiaffo alla Banca d’Italia. Questa scelta mortifica le professionalità interne all’istituto che vanta curricula e profili eccellenti» (Antonio Fazio).
• «Uno dei policy-maker più influenti in Europa» (Financial Times).
• «La reputazione di cui è circondato negli ambienti finanziari internazionali è decisamente superiore a quella dell’importanza che l’Italia ha nell’economia mondiale» (Wall Street Journal).
• «È il vero salvatore dell’euro e dell’Unione europea, come il titolo di “Uomo dell’anno” attribuitogli dal Financial Times e di “Europeo dell’anno” conferito all’Assemblea nazionale francese gli riconoscono. “Quando Draghi disse che la Bce avrebbe fatto tutto il necessario per salvare l’euro e sottolineò ‘believe me, whatever it takes’ cioè ‘credetemi, a ogni costo’, davvero diede una svolta alla storia europea”, dice a Panorama Corrado Passera. “Il vero miracolo l’ha fatto riuscendo a mobilitare la Bce e convincendo la Germania a seguirlo, senza rompere. Ed è grazie a lui che la costruzione europea si è rimessa in carreggiata. Draghi è fatto per questo genere di scenari, problematiche e soluzioni”» (Sergio Luciano) [Pan 20/12/2012]. «Dire, non dire, azzardare. Draghi sembra aver raggiunto il massimo dell’equilibrio mediatico. Che non è solo comunicazione ai mercati, ma un modo di fare politica ad altissimo livello tenendo conto dei rapporti di forza a livello globale» (Guido Gentili) [Il 8/3/2013]. «Il grande merito di Draghi è stato quello di spostare sempre un po’ più avanti la frontiera del dibattito politico europeo, gestendo le resistenze dei Paesi centrali di Eurolandia, senza creare fratture insanabili all’interno degli organi di governo di Francoforte, anche se a prezzo di un’opposizione esplicita da parte di una fetta consistente della politica tedesca» (Marco Onado) [S24 24/7/2013].
• Soprannomi: «Super Mario, l’Americano, l’Atermico, il signor Altrove, il Prussiano. Lui li odia tutti» (Tamburello) [Mario Draghi. Il Governatore, Rizzoli 2011].
Vizi A scuola giocava a basket, è anche un buon giocatore di tennis. Ama la montagna, scala pareti difficili, meglio se ghiacciate, ma sempre e solo con la guida.
• «Selettivo fino all’ossessione, sceglie con cura i compagni dì tennis o di golf (passione d’età matura). Entrato al Tesoro nel 1982, consigliere del ministro Giovanni Goria, si racconta che volesse sapere chi erano i commensali anche per andare a mangiare una pizza» (Cingolani) [Pan 27/6/2012].
• «Non usa il cappotto. È un’abitudine che hanno gli studenti di Harvard: anche sotto la neve, solo con la sciarpa, forse a sottolineare la loro superiorità da futuri padroni del mondo. Anni fa il suocero gli regalò un soprabito. Per non fargli dispiacere se lo portò appresso piegato sul braccio. Ma, sublimemente eroico, non lo ha mai infilato» (Denise Pardo).
• «È un insonne fisiologico. Tre ore gli bastano: per il resto legge, studia, scrive e riordina le idee» (Luciano) [cit.].
• «Quando è a Roma, nel week-end gira in macchina con la moglie Serena alla guida. Se c´è il sole, passeggia a villa Borghese con il cane, un bracco ungherese. Ai Parioli, il suo quartiere, fa la spesa al mercato rionale scegliendo con cura cicoria e melanzane, le verdure preferite. Capita pure di vederlo in fila dal macellaio gourmet per acquistare il maiale, che sa cucinare come nessuno. È un salutista: non fuma, beve al massimo un bicchiere di vino rosso al giorno e va in palestra. Di tanto in tanto per mantenersi in forma, mangia le "barrette" come pasto sostitutivo. Ora che è da poco nonno, appena gli impegni glielo consentono, corre dalla nipotina: dicono che se ne stia sdraiato sul pavimento a giocare con lei per ore. Anche all´estero preferisce uno stile sobrio: gira in taxi, sceglie hotel non di lusso, va da solo al ristorante, così nessuno lo disturba e si sbriga prima» (Polidori) [Rep 17/5/2011].
• Passione per il teatro classico: al Teatro Greco di Siracusa «ho visto con i miei occhi Mario Draghi, il Governatore della Banca d’Italia, restarsene in camicia bianca sotto il sole, in fila al botteghino, senza accampare privilegi, in attesa di prendere posto tra le pietre» (Pietrangelo Buttafuoco) [Grn 26/2/2009].
• «L´unica trasgressione, se così si può dire, sarebbe una certa debolezza per i giochi dei telefonini, specie in aereo» (Polidori) [Rep 30/10/2011].
• In Goldman Sachs guadagnava 10 milioni di euro l’anno, in Banca d’Italia pretese che il suo stipendio si allineasse a quello degli altri governatori europei: 350 mila euro l’anno contro i 622.347 percepiti da Fazio. Anche se poi è salito a 450 mila, mentre «il francese Noyer non supera i 142 mila e il tedesco Weber raggiunge appena i 101 mila» (Claudia Marin).
Tifo Romanista.