Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  dicembre 12 Martedì calendario

• Roma 28 ottobre 1948. Economista. Ministro della Coesione territoriale e del Mezzogiorno nel governo Gentiloni (dal 12 dicembre 2016). Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo Renzi (2015-2016). Sottosegretario allo Sviluppo economico nei governi Monti (2011-2013) e Letta (2013-2014) e viceministro dello stesso dicastero nel governo Renzi (2014-2015). Insegna Economia politica alla facoltà di Economia della Sapienza.
• In passato è stato consulente economico nei governi D’Alema (ottobre 1998-dicembre 1999) e Amato II (aprile 2000-giugno 2001), ed è stato nel comitato esecutivo della fondazione Nens, che fa capo a Pier Luigi Bersani e Vincenzo Visco.
• «Schivo di carattere, mai sopra le righe, spesso dietro le quinte, è un professore universitario di sinistra prestato alla politica. Macroeconomista, prima pubblicazione su Sraffa e Marx, frequenta le stanze del potere da molti anni e di solito la visibilità è inversamente proporzionale al peso e al merito delle questioni che tratta da vicino. (…) Ritorna a lavorare nelle stanze di Palazzo Chigi dopo gli anni trascorsi al ministero dello Sviluppo economico: un ritorno che richiama gli anni in cui era consulente del primo governo Prodi – è stato anche consulente di Vincenzo Visco –, nel gruppo di economisti che in quel periodo facevano capolino a piazza Colonna. Economisti di varia estrazione: alla fine degli anni ’60, fra gli altri, lui si era formato anche alla scuola fondata da Claudio Napoleoni e Franco Rodano. Allora, con una sintesi che oggi sembra di altri tempi, li chiamavano i catto-comunisti, anche se oltre a Marx studiavano Keynes e frequentavano premi Nobel americani. (…) Di lui si ricorda anche un aneddoto ai tempi del governo Monti: il professore che viene dalla Sapienza fu fra gli autori del decreto sulle liberalizzazioni; al Senato furono giorni di grandi confusione e di sotterranei scontri di potere. Le cronache raccontarono dell’assalto dei lobbisti e alla fine il governo decise di lasciarli fuori, transennando le entrate a Palazzo Madama. Sembra che l’idea fu proprio di De Vincenti» (Marco Galluzzo) [Cds 10/4/2015].
• «È stato l’uomo dei “tavoli”, delle trattative estenuanti per cercare di tenere in piedi aziende in crisi e posti di lavoro in pericolo. Le Acciaierie di Terni, l’Alcoa, Irisbus, Lucchini sono alcuni dei tanti dossier impilati sul tavolo di Claudio De Vincenti. Che quelli del lavoro siano i temi che gli stiano più a cuore lo si era già capito un paio di anni fa, quando fu colpito da un malore dopo un acceso scontro ai tavoli della vertenza sulla Thyssen di Terni. E nel dicembre 2014, parlando dei 310 posti salvati per gli operai della Irisbus, il riservato professore versò lacrime di stanchezza e commozione» (Luisa Grion) [Rep 10/4/2015].
• «Chi ha lavorato al suo fianco lo definisce serio, preparato e competente. Anche se il suo biglietto da visita più recente è legato ad una clamorosa gaffe sulle partecipate. “Il governo metterà sul mercato una quota di Eni seguendo la stessa procedura adottata per Enel”, annunciò da viceministro dello Sviluppo economico, lo scorso 17 marzo. Una dichiarazione che costrinse il ministero dell’Economia a una repentina smentita. Poco dopo tornò sui suoi passi pure De Vincenti. “Intendevo riferirmi alle quote Enel già messe sul mercato”, si è giustificato, lasciando il dubbio che dietro lo scivolone ci fosse un’ipotesi di lavoro sfuggita più che una semplice confusione. De Vincenti è stato spesso definito un tecnico puro, ma la sua fede politica è granitica. In un’intervista radiofonica del giugno 2012 confessò di avere la tessera del Pci dal 1972 e di avere poi confermato la sua appartenenza con il Pds, i Ds e il Pd. “A cui sono iscritto e che voto”, disse» (Sandro Iacometti) [Lib 10/4/2015].
• «Naturale assegnare l’incarico di ministro della Coesione territoriale e il Mezzogiorno a Claudio De Vincenti, già sottosegretario alla presidenza con Renzi e ancor prima sottosegretario e poi viceministro allo Sviluppo economico con Monti e Letta. “È una grande sfida. Io speriamo che me la cavo…” ha commentato il neo ministro poco prima di entrare al Quirinale per il giuramento. Sfida impegnativa, la sua, certo, perché parlare di Mezzogiorno per il centrosinistra significa innanzitutto cercare di riconquistare quella fiducia che il pessimo risultato del referendum in questa parte importante del Paese ha visto evaporare più che altrove. Ma in realtà la materia non gli è per nulla estranea, anzi. Perché a Palazzo Chigi, dove è arrivato nel primavera del 2015 in sostituzione di Graziano Del Rio, De Vincenti è stato il vero regista dei nuovi patti per il Sud e della messa a punto del Masterplan del Mezzogiorno. Mentre nella sua esperienza precedente allo Sviluppo il neo ministro si è occupato della gestione di decine e decine di tavoli di crisi (da quella delle acciaierie di Terni a Termini Imerese sino all’Ilva) dimostrando grandi capacità di dialogo e di mediazione. Scelta obbligata insomma assegnare a lui, professore ordinario di Economia politica e in passato consigliere economico dei governi D’Alema e Amato, la nuova poltrona di ministro nel momento in cui anche formalmente il governo intende segnalare una rinnovata attenzione verso il Sud. De Vincenti dovrà dunque utilizzare tutte le leve a disposizione del governo per accelerare la ripresa del Meridione, contribuendo a suturare le tante ferite ancora aperte e facendo marciare spediti i tanti progetti che proprio la cabina di regia che ha gestito sino a ieri a Palazzo Chigi ha individuato. A disposizione dei 16 patti per il Sud (8 con le Regioni, 7 con le città metropolitane più un contratto di sviluppo per Taranto) di qui al 2023 ci sono ben 98 miliardi di euro tra risorse comunitarie e fondi nazionali. Un fiume di soldi, come non si ricorda da decenni, in grado di sostenere nuovi progetti industriali, ammodernare le infrastrutture e quindi imprimere una vera svolta all’economia meridionale. Un tesoro che fino a ieri a Palazzo Chigi si tenevano ben stretto, tant’è che un’analoga idea lanciata a inizio 2015 a Renzi, che voleva far risorgere il ministero del Mezzogiorno accorpandolo agli Affari regionali, era poi finita su un binario morto. Fino a ieri» (Paolo Baroni) [Sta 13/12/2016].
• Collabora con il sito di economia Lavoce.info.
• Appassionato di musica classica (Verdi e Brahms), jazz, ciclismo e montagna. Scalatore, è iscritto al Cai da anni. «Il Monte Bianco è quello che mi ha dato più soddisfazione: arrivare in cima, insieme a mio figlio come guida, è stata una sensazione unica».
• Sposato, due figli, un maschio e una femmina.