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 2017  dicembre 12 Martedì calendario

• Novi Ligure (Alessandria) 28 aprile 1984. «La compagna che mi piace di più è mia sorella Erika» (Gianluca De Nardo, tema in classe).
• Il pomeriggio del 21 febbraio 2001, a Novi Ligure, ha ucciso la madre, Susy Cassini di anni 42, e il fratellino Gianluca, di 12 anni. Con lei, pienamente partecipe all’azione, il fidanzatino Omar (soprannome per Mauro Favaro). Non aveva che 17 anni. La madre in cucina, a coltellate. Il fratellino, che stando sulla porta aveva visto, in bagno dov’era scappato. Prima tentarono di fargli inghiottire un topicida. Poiché quello non voleva, lo stesero nella vasca da bagno e lo finirono a coltellate. La polizia ne contò, complessivamente sui due corpi, centoventi. Avevano progettato di togliere di mezzo anche il padre, che era andato a fare una partita a calcetto con gli amici. Ma Omar era stanco e se ne tornò a casa. Erika chiamò la polizia e sostenne che la casa aveva subito un’incursione di rapinatori albanesi. Fu creduta per finta e intanto i cellulari dei due fidanzati vennero messi sotto controllo. La gente là intorno però ci credette e vi fu anche una manifestazione, con tanto di cartelli, contro gli extracomunitari assassini. Infine confessarono, furono processati e condannati, lei a 16 anni, lui a 14. Sentendo questa differenza di trattamento, Erika dette in escandescenze insultando in aula, e in modo impressionante, il suo ex fidanzatino. Il padre non ha mai rilasciato un’intervista e ha silenziosamente dedicato la sua vita al recupero della figlia.
• La giornalista Brunella Giovara, nel 2002, quando Erika si trovava nel carcere minorile Cesare Beccaria di Milano: «Dice “ho un male dentro”, e quale sia questo male non lo dice. Se le domandi come va, Erika? risponde con una smorfia da ragazza cattiva, “e come vuoi che vada, qui dentro?”. Qui dentro al carcere per minorenni Beccaria di Milano tutti sanno chi è la famosa Erika De Nardo, e tutti ne stanno alla larga. Troppo lunatica, eccentrica, strana. Un giorno ti ama, un giorno ti odia. Difficile riuscire a prenderla per il verso giusto. Chi lo deve fare per forza, lo fa con fatica. Erika ha 17 anni e pensieri confusi sul futuro, ricordi pasticciati di quello che ha fatto e di quello che non ha fatto. Dice “curatemi, ho bisogno di cure”, ma anche “non dichiaratemi matta, non voglio finire in manicomio”. Cerca attenzione e respinge tutti, chiede affetto e maltratta chi glielo offre. Dentro, “io vedo solo buio”. Dentro, “ho un male”. E anche una rabbia tremenda verso il mondo che non l’ha capita. “I giudici? Non hanno capito niente”. Gli psichiatri? “Anche loro, niente”. Il papà? Tuo padre ti vuole ancora bene... Sul punto, non risponde. E oggi fa un anno, un anniversario tragico, che il papà di Erika ricorderà facendo celebrare una messa. Stesso giorno, stessa ora del delitto di Novi Ligure (...) Erika De Nardo, una ragazza bugiarda. Cattiva. Sicura di sé, sfrontata, e anche audace, capace di inventare un sacco di balle, a cominciare da quella degli albanesi (...) Oggi Erika freme per uscire, e subito. Non capisce “perché gli altri non capiscono” che lei ha bisogno assoluto di libertà. Subito, non tra 16 anni. L’appello? Se serve, che lo facciano. Un lavoro? “Sì, perché ho bisogno di soldi”. Ha fatto l’imbianchina per un po’, lavoretti di quelli che si affidano ai detenuti. Poi si è stufata, basta, meglio sentire la musica nelle cuffiette. Non è cambiato niente, non è cambiata lei, non ha mai detto “mi dispiace”».
• «Un carattere forte, carismatico e con un reato che faceva paura a tutti. Le compagne all’inizio non la accettavano, in mezzo a ragazze romene e marocchine era lei la straniera. Poi la musica ha contribuito a rompere il ghiaccio. Erika amava moltissimo gli Articolo 31 e in cinque anni non ha saltato una lezione» (Gianluca “Giangi” Messina, insegnante di Basso di Erika nel carcere minorile).
• Una volta maggiorenne, è stata trasferita nel carcere di Verziano, alle porte di Brescia.
• «No, non odiavo mia madre, mia madre era bellissima, non era un mostro. L’ho uccisa perché mi era indifferente» (a Consuelo Corradi).
• «Erika, ti perdono» (le ultime parole di Susy Cassini).
• Da una cronaca del 2006: «Erika De Nardo, 22 anni, ha giocato per un’ora a palla a volo su un campo di Buffalora, vicino a Brescia, ed è poi subito rientrata a Verziano, il carcere che si trova alle porte della città. Ci dovrà restare ancora dieci anni: la Cassazione ha infatti respinto la richiesta di concederle la libertà condizionale con trasferimento in comunità perché “non ha dato segni di sicuro ravvedimento”. Viene in effetti descritta come una donna che ha una gran cura di sé e ostenta indifferenza per tutto. Le compagne di cella volevano in qualche modo protestare per la sentenza della Cassazione e lei avrebbe semplicemente mormorato: “Lasciate perdere”. Non sembra interessarle neanche un ruolo di leader, che le compagne sarebbero disposte a riconoscerle. Del delitto, a quanto si sa, non ha parlato mai. I medici definiscono la sua condizione come “marcato assetto schizoide che scinde costantemente i fattori affettivi da quelli cognitivi”. Gli psichiatri dicono che è una malata bisognosa di cure e che il carcere è inutile. Omar, il suo complice di allora, ha protestato perché a lui non è stata concessa nessuna ora di palla a volo, come a Erika» (Giorgio Dell’Arti).
• Nel 2009 si è laureata in Lettere e Filosofia a Brescia, con 110 e lode, portando una tesi su “Socrate e la vana ricerca della verità”.
• Il 25 settembre 2011 approda come volontaria nella comunità Exodus di Don Mazzi a Lonato del Garda, collaborando a programmi di disagio sociale per giovani e adolescenti. Viene anche coinvolta nei lavori domestici e nella pulizia dei cavalli. Don Mazzi descrive così la sua giornata tipo in comunità: «Si sveglia alle 6 e va a letto alle 22.30. Durante il giorno ha delle verifiche e tre-quattro volte alla settimana ha un incontro con la psicologa. Fa volontariato, tiene un diario per seguire i propri progressi» [Salvatore Garzillo, Libero 6/4/2012]. «Gli assistenti sociali, prima del carcere e ora della comunità, giurano che Erika è cambiata. “Oggi è un’altra persona, ha diritto di rifarsi una vita”. Una degli operatori di Pegasus, la società onlus che gestisce la Exodus di Lonato del Garda, aggiunge: “Il Signore conosce il perdono. Lui ha già perdonato Erika, che negli anni ha lavorato, con il sostegno degli psicologi, per perdonare se stessa. Speriamo che ora la perdoni anche il mondo”» [Grazia Longo, La Stampa 5/10/2011].
• Il 5 dicembre del 2011, dopo poco più di dieci anni di carcere (la condanna era di 16 anni, ridotti per buona condotta) è stata disposta la scarcerazione di Erika. Il primo giorno di libertà lo ha passato nella comunità Exodus. Ha scritto anche una lettera ai giornalisti, che Don Mazzi ha letto in televisione. Dice: «Sono contenta di continuare a maturare e ad aiutare gli altri. Continuerò il mio percorso comunitario e ti prego di dire alla stampa di non contattare me né la mia famiglia che merita un po’ di pace, di essere lasciata in pace». [Poletti, Sta]
• Erika, ribattezzata “la Principessa” da qualche amica della comunità. [Poletti, Sta]
• «Don, ma se io non ho il coraggio di uccidere neppure una formica, come ho potuto fare quello che ho fatto?» (Erika a don Mazzi) [Grazia Longo, La Stampa 11/1/2013]
• Nel dicembre 2011 scrive una lettera contro Omar, accusandolo di usare la sua famiglia per fare soldi (da quando è libero Omar non ha lesinato interviste e comparsate in tv e si è persino fatto fotografare al cimitero di Novi Ligure, raccolto in preghiera davanti alle tombe delle sue vittime): «Si vede chiaramente quanto sei viscido e senza dignità, usi mia madre e mio fratello per farti popolarità. Per farti dei soldi ti sei fatto fotografare al cimitero da loro, ma non ti vergogni, hai reso un sacco di dichiarazioni false ma non mi stupisce da un vile come te, ma recarti al cimitero e farti fotografare è una cosa da indegno quale sei. Ti chiedo per l’ultima volta di smetterla di speculare sulla mia famiglia. Di certo così non trovi lavoro sempre che tu non voglia fare il Grande Fratello. Adesso basta! Spero che tu abbia capito che devi vivere senza continuare a legarti alla mia famiglia ma come Omar Favaro. È ora che tu spenga i riflettori su di noi» [Meo Ponte, la Repubblica 5/12/2011].
• Il 19 dicembre 2011 Don Mazzi fa sapere che Erika andrà a fare l’insegnante in Madagascar.
• Nel 2013 la ragazza è ancora nel Bresciano: vive da sola, in una piccola villetta a schiera, con un piccolissimo patio che le consente di pranzare fuori d’estate e curare una pianta di gelsomino che si arrampica lungo il muro. Ama cucinare per gli amici e continua ad occuparsi di giardinaggio, altra attività, come quella legata ai cavalli, che ha sperimentato in comunità. Guida un’utilitaria bianca, lavora saltuariamente come commessa e ogni tanto dà una mano al titolare di una selleria. «Bella, alta, dimagrita rispetto agli anni del carcere modello di Verziano a Brescia, dov’è arrivata dal Beccaria di Milano nel 2005 - ha un trucco leggero, i lunghi capelli scuri raccolti a coda di cavallo, un giubbotto imbottito corto, i jeans dentro gli stivali scamosciati. Una giovane donna come tante. Fuma una sigaretta dietro l’altra, smanetta spesso sullo smartphone, naviga in Internet sul computer del negozio (...)Vuole essere dimenticata ma non si nasconde. Sul campanello il suo cognome è scritto bene in vista e i vicini di casa hanno bene in mente chi lei sia. Discreta, riservata, Erika è gentile con i vicini ma chiusa nel microcosmo dei suoi amici. L’ostilità non abita tra queste case. Prevalgono il rispetto e una buona dose di indifferenza. “All’epoca del delitto era una ragazzina - commenta un vicino -, ha pagato per quel che fatto, si faccia pure la sua vita. Qui ognuno si fa i fatti propri” (...) In questa casa, la sua casa, ogni tanto Erika riceve la visita del padre - Francesco De Nardo, stimato manager della Pernigotti - e della sua compagna, Francesca. L’affetto del padre continua ad essere una risorsa importante, essenziale. Il sorriso di Susy Cassini si è spento a 42 anni, a 12 quello del figlio Gianluca. Sulle loro tombe, a Novi Ligure, non mancano mai i fiori freschi». [Grazia Longo, La Stampa 11/1/2013].
• «Basta non ne posso più. Io non sono più quella ragazzina, sono cambiata. Eppure non posso lavorare, non posso guadagnarmi da vivere come gli altri. E sa perché? Perché alla fine arriva sempre qualcuno che mi riconosce e mi dà il tormento» (Erika a Grazia Longo, nel 2013).
• Al massacro di Novi Ligure sono ispirate la canzone di Fabri Fibra Cuore di latta (dall’album Tradimento), la canzone dei Subsonica Gente tranquilla (dall’album Amorematico), Il dramma dei Truceboys, 300 days to consciousness dei Motherstone e, infine, lo spettacolo teatrale Le mani forti. Inoltre Erika e Omar vengono esplicitamente citati nel brano S.E.N.I.C.A.R. di Marracash e in Hip hop bang bang dei Club Dogo.