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Massimo D’Alema
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Roma 20 aprile 1949. Politico. Ex deputato (eletto ininterrottamente dalla X alla XVI legislatura: Pci, Pds, Ds, Pd). Ex presidente del Consiglio (1998-2000). Ministro degli Esteri nel Prodi II (2006-2008). Ex presidente del Copasir (2010-2013). «Capotavola è dove mi siedo io».
Ultime All’indomani delle dimissioni di Walter Veltroni dalla segreteria del Pd (17 febbraio 2009), Giuliano Ferrara parlò di «teorema dello scorpione», in quanto «Non conviene fare il segretario di alcunché con D’Alema al proprio fianco»: «Niente di illegittimo. D’Alema è personalità robusta, al Quirinale avrebbe fatto faville, la sua intelligenza & supponenza ci ha spesso protetto dal tedio. In politica si può essere scorpioni, e mordere la rana in mezzo al guado con il rischio di affogare insieme a lei. Ma, che nessuno scriva che D’Alema ha liquidato con magnifica arte sicaria, e sempre personalmente, una mezza dozzina di capi del suo partito, ogni volta affettando lealtà e fraternità, questo forse è bizzarro» [Fog 18/2/2009].
• In vista delle Primarie 2009 (25 ottobre), promosse e sostenne pubblicamente la candidatura di Pier Luigi Bersani, affermando che era stato un errore non farlo correre già alle primarie del 2007, contro Veltroni. Bersani vinse, divenendo segretario del Pd.
• In novembre fu il candidato dell’Italia alla carica di ministro degli Esteri dell’Ue (giornalisticamente detto Mr Pesc, acronimo di Politica estera e sicurezza comune): nonostante il fattivo sostegno del governo italiano e di autorevoli personalità europee (su tutti Javier Solana, il ministro uscente: «Sarebbe un grande Mr Pesc»), il Pse gli preferì però la baronessa inglese Catherine Ashton.
• Il 26 gennaio 2010 D’Alema fu eletto all’unanimità presidente del Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, organo di controllo dei servizi segreti), subentrando al dimissionario Francesco Rutelli.
• Il 29 agosto, in un’intervista a Repubblica, il sindaco di Firenze Matteo Renzi (Pd) invocò per la prima volta una «rottamazione senza incentivi» per «un’intera generazione di dirigenti del mio partito», menzionando esplicitamente D’Alema. Questi gli replicò il 2 settembre («Se vogliono rottamarmi devono inseguirmi in giro per il mondo, perché, oltre al fatto che non ho cariche di partito, ho impegni internazionali») e ancora il 16 settembre («Basta che un giovanotto dica che vuole cacciarci a calci in culo, e subito gli vengono date le paginate»). Era l’inizio di un lungo contrasto, che si protrarrà, tra alti (rari ed effimeri) e bassi, nei mesi e negli anni a venire.
• Convinto sostenitore della necessità di un governo tecnico alla caduta del Berlusconi IV (novembre 2011), nel corso dei mesi si persuase dell’opportunità di assicurare continuità all’esperienza Monti anche nella legislatura successiva, giungendo a prefigurare la candidatura del Professore al Quirinale o nuovamente a Palazzo Chigi, qualora l’esito delle urne non avesse consentito il varo di un governo politico guidato da Bersani. Nella prospettiva elettorale, perseguì strenuamente l’obiettivo di unire sinistra e moderati, lasciando intendere la propria disponibilità a sacrificare Vendola e Di Pietro per un’alleanza con Casini. Tali progetti s’infransero nel dicembre 2012, quando Monti annunciò la propria decisione di candidarsi in prima persona, a capo di una coalizione centrista entusiasticamente patrocinata da Casini: D’Alema stigmatizzò apertamente la scelta, definendo «illogico e in qualche modo moralmente discutibile che il Professore scenda in campo contro la principale forza politica che lo ha voluto e lo ha sostenuto nell’opera di risanamento» (a Roberto Zuccolini) [Cds 14/12/2012].
• Nell’autunno 2012 si svolsero anche le primarie della coalizione di centrosinistra per l’individuazione del candidato premier (25 novembre, con ballottaggio il 2 dicembre), in occasione delle quali D’Alema sostenne nuovamente Bersani, che risultò ancora vincitore. Assai impetuosa ed efficace era però stata l’offensiva di Renzi, principale contendente del segretario del Pd: in seguito alla sua martellante campagna per la rottamazione dei dirigenti storici del partito, rinunciarono a ricandidarsi in Parlamento sia Veltroni sia, qualche giorno dopo, D’Alema, che pure inizialmente era parso intenzionato a resistere, supportato però da sempre meno colleghi di partito (tra i pochi rimastigli fedeli Ugo Sposetti e Livia Turco). Lo stesso Bersani, quando D’Alema aveva affermato che si sarebbe ricandidato qualora fosse stato il partito a chiederglielo, aveva replicato freddamente «Non chiederò a D’Alema di candidarsi: io non chiedo a nessuno di candidarsi».
• Il dissidio politico con Bersani si approfondì all’indomani delle Politiche 2013 (24 e 25 febbraio), quando, constatata la non autosufficienza numerica della maggioranza parlamentare di centrosinistra, tentò a lungo di convincerlo a cercare un approdo governativo con il Pdl (anche in qualità di pontiere appositamente incaricato dal Quirinale, come Gianni Letta sul fronte opposto), senza però sortire alcun esito. Dirà in seguito, a Marco Damilano: «Con Bersani c’è stata un’eccessiva continuità con il passato, uno scarso contenuto innovativo, scarsa capacità di comunicazione. Voglio bene a Bersani, ma, dopo il voto, ha perso lucidità. Era dominato dall’idea che, senza avere la maggioranza, avrebbe comunque potuto fare il governo, cosa palesemente infondata. Ne parlammo, gli dissi di stare attento. Gli consigliai di fare un gesto, di cambiare lo scenario. Ma lui niente» [Chi ha sbagliato più forte. Le vittorie, le cadute, i duelli dall’Ulivo al Pd, Laterza 2013].
• In occasione delle votazioni per l’elezione del presidente della Repubblica (18-20 aprile), si ripeté in buona sostanza quanto già avvenuto nel 2006: malcelata ambizione di D’Alema, cauto possibilismo di Berlusconi, fuoco di sbarramento del Pd (a cominciare da Renzi: «La candidatura di D’Alema non esiste»). Fu da più parti accusato di essere tra i principali mandanti dei franchi tiratori che avevano affossato prima Franco Marini e poi Romano Prodi. Rivelerà poi, a Maria Teresa Meli: «Durante l’elezione per il capo dello Stato, il presidente Berlusconi ha avuto la cortesia di chiamarmi al telefono per spiegarmi le ragioni per le quali non riteneva possibile la convergenza sul mio nome: “La maggior parte dei nostri elettori non capirebbe, perché la considerano uno dei nostri avversari più pericolosi”. E lei che gli ha risposto? “La ringrazio: se volesse fare un’intervista per spiegare questo concetto anche a qualche elettore di sinistra...”» [Cds 1/5/2013].
• Nuove schermaglie con Renzi a ridosso delle primarie per il rinnovo della segreteria del Pd (8 dicembre), che videro fronteggiarsi Matteo Renzi, Gianni Cuperlo (sostenuto da D’Alema) e Giuseppe Civati. «Ieri, Renzi a Che tempo che fa ha attaccato l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema: "Pensa che se vinciamo noi distruggiamo la sinistra, dimenticando che l’hanno distrutta loro, la sinistra. È la prima volta che D’Alema perde un congresso, lo voglio dire". Questa mattina D’Alema ha risposto al sindaco di Firenze ad Agorà: "Renzi è ignorante e superficiale". Per vedere cosa può essere il Pd sotto la sua guida occorre aspettare la "prova del budino: lo si scopre mangiandolo. Non ho cambiato idea su di lui, penso non sia adatto a fare il segretario del Pd. Il vero cavallo di battaglia di Renzi, che di idee nuove ne ha proposte pochissime, è continuare ad attaccare me. Vorrei ricordargli che noi, le elezioni, le abbiamo vinte due volte nel corso di questi anni, e abbiamo portato la sinistra italiana per la prima volta nella sua storia al governo del paese"» [Rep 18/11/2013]. Vinse Renzi, e lo stesso D’Alema, candidato capolista per Cuperlo a Foggia, fu nettamente battuto dal renziano Ivan Scalfarotto (47% Scalfarotto, 29% D’Alema). Dichiarò quindi: «La battaglia politica si fa quando c’è il congresso. Ognuno è libero di esprimere la sua opinione ma io non parteciperò a una dialettica legittima che ora ha altri protagonisti di un’altra generazione, che, come è giusto che sia, sono chiamati a certe responsabilità. Non entro in questo genere di questioni e non ho intenzione di animare correnti, partecipare a riunioni e prendere decisioni. Io mi occupo di altre cose: presiedo una fondazione culturale, e lunedì partirò per Teheran per parlare degli impegni Ue e non degli assetti del Pd» [Ansa.it 10/12/2013].
• È stato indagato dalla Procura di Roma per finanziamento illecito ai partiti in relazione a cinque voli privati della Rotkopf Aviation offertigli gratuitamente da Vincenzo Morichini (all’epoca in rapporti di collaborazione con la fondazione dalemiana Italianieuropei). Nel marzo 2012 la sua posizione è stata archiviata.
Vita Figlio di Giuseppe (1917-1994), dirigente e poi parlamentare del Pci, e di Fabiola Modesti (1928-2008), comunista col partito nel sangue, «una che non fa vedere i suoi affetti: i miei figli mi chiamavano “il generale”. Massimo in questo somiglia più a me» (a Maria Grazia Bruzzone).
• «Abbiamo origini arabe. I miei antenati, che in origine si chiamavano Halema, si trasferirono dal Maghreb in Italia al tempo di Federico II ed entrarono nella guardia imperiale: Federico II era in guerra col Papa e loro, come musulmani, approvavano caldamente».
• A 9 anni, i genitori lo portano a un congresso del Pci e gli fanno pronunciare, dalla tribuna dove è seduto Togliatti, il saluto dei pionieri. Giampaolo Pansa: «Un bel faccino. I capelli con la brillantina. Le maniche della giacchetta un po’ lunghe. E quel fazzolettone che la mamma gli ha annodato con cura. Legge con sicurezza. E sarà proprio il Migliore, occhiali spessi e voce un po’ in falsetto, a dire di quel bambino: “Se tanto mi dà tanto, questo farà strada”» (secondo Edmondo Berselli la frase fu: «Questo non è un bambino, è un nano»).
• A 10 anni vince un concorso Aci, ottiene la copertina della rivista Automobile e dichiara: «Se fossi ministro darei pene più severe» (Pietrangelo Buttafuoco).
• Maturità classica, poi Filosofia alla Normale di Pisa che frequenta con Fabio Mussi (amico per la pelle fino a qualche anno fa). Siamo nel Sessantotto. Sostiene di aver tirato una molotov durante la manifestazione del 31 dicembre 1968 davanti alla Bussola di Viareggio («contro gli sprechi dei padroni»), subisce un processo per blocco ferroviario e uno per disordini provocati durante una manifestazione contro la visita del vicepresidente Usa. Presente a Praga il giorno dell’invasione sovietica, con un gessetto disegna una svastica su un carro armato del patto di Varsavia. Non si laurea, si iscrive al Pci, diventa segretario a Pisa.
• Il 19 aprile 1973 sposa, costretto dal partito, la compagna dell’epoca Gioia Maestro, con la quale conviveva da tempo. «Me lo ha raccontato lo stesso Massimo. Gli fecero questo discorso: "“Caro compagno, tu sei libero di fare quello che vuoi, ma adesso hai un ruolo pubblico, sei consigliere comunale, quasi capogruppo..." Gli chiesero di regolarizzare la sua situazione. E lui lo fece» (Fabrizio Rondolino). Divorzieranno un anno e mezzo dopo.
• Chiamato a Roma da Berlinguer e Chiaromonte che lo nominano segretario della Federazione Giovanile Comunista (Fgci, 1975). Nell’80 lo mandano in Puglia a fare il segretario regionale. Nell’84 Berlinguer se lo porta a Mosca, come membro della delegazione che segue i funerali di Andropov. Secondo Berselli, che ragiona in base al libro A Mosca l’ultima volta. Enrico Berlinguer e il 1984 (Donzelli, 2004) scritto dallo stesso D’Alema, qui avviene la definitiva maturazione dell’uomo: vede Berlinguer che, per nascondere l’assoluta mancanza di commozione, finge di impicciarsi con la carta appiccicosa delle caramelle sovietiche; si sente comunicare dallo stesso Berlinguer «che i dirigenti mentono sempre, anche quando non sarebbe necessario».
• «Sa quando io ho capito di essere diventato importante nel Partito comunista? Quando una notte vennero a prelevarmi a casa alcuni compagni perché temevano che ci fosse un colpo di Stato e volevano salvaguardare i membri importanti del partito. Ecco, fu allora che mi accorsi che nel Pci contavo qualcosa, perché ero stato incluso nel piccolo gruppo, una decina non di più, di persone che il partito riteneva di dover salvaguardare in caso di golpe» (aneddoto attribuito a D’Alema da Cesare Romiti) [Storia segreta del capitalismo italiano, Longanesi 2012].
• Eletto deputato dalla Puglia nel 1987.
• Si allea con Occhetto e insieme i due fanno cadere Natta, profittando di una sua malattia. Appoggia poi Occhetto che trasforma il Pci in Pds (svolta della Bolognina, 12 novembre 1989), ma quando nel 1994 questi perde le elezioni contro Berlusconi lo lascia al suo destino e corre per la segreteria contro Veltroni. Veltroni risulta primo in un referendum tra gli iscritti, ma viene largamente battuto in Comitato centrale (luglio ’94). Nel frattempo: è stato direttore dell’Unità (Buttafuoco: «Fa un giornale aggressivo e grandi partite a tetris»), è stato capogruppo del Pds alla Camera e membro del Coordinamento politico del partito, ha visto all’opera Tangentopoli e ne ha tratto le seguenti convinzioni: la borghesia è qualunquista, i giudici pericolosi, i giornali e i giornalisti una merda.
• È diventato un protagonista della vita politica italiana, un avversario pericoloso soprattutto per i suoi concorrenti di sinistra (Prodi, Veltroni, Rutelli). Ha l’aria sprezzante, proclama la sua passione per la barca a vela, non si vergogna di indossare un paio di scarpe da un milione e mezzo di lire. Si fa conoscere dalla City dove si accredita come uomo moderno, di mondo e di mercato. Buttafuoco: «Passa dai vestiti Oviesse al sarto napoletano, dal lessico postmarxista all’ideologia paeso-normalista». La base di sinistra trova qui i fondamenti della propria futura insofferenza per l’uomo. Cade Berlusconi (dicembre 1994), e Scalfaro dà l’incarico a Dini, che di Berlusconi era ministro. Però Scalfaro vuole che i ministri siano quelli che dice lui e a queste condizioni Berlusconi fa sapere che non ci sta. Ci sta però D’Alema, che Scalfaro chiama al telefono mentre fa l’ospite al Tappeto volante di Rispoli. D’Alema ascolta e, seduta stante, da un camerino, telefona a Dini: «Se lei accetta, avrà tutto il nostro appoggio». È il caso più eclatante di trasformismo della Seconda repubblica. Quel governo sarà sempre considerato un “D’Alema per interposta persona”. Dini, negli anni successivi, ne trarrà vantaggi politicamente cospicui.
• Da questo momento la carriera politica di D’Alema va letta all’interno di alcune costanti: si muove in una direzione che è sempre tendenzialmente convergente con quella di Berlusconi e sempre tendenzialmente divergente da quella di Prodi (al cui nome, in privato, D’Alema alza gli occhi al cielo); gli uomini che ne determinano le mosse, cioè da cui si guarda, sono i grandi leader della sinistra: Prodi, Veltroni, Rutelli. Gli altri giocatori in campo (Bertinotti, Cofferati) possono essere alleati o avversari, ma solo in funzione dell’agognata leadership della coalizione, occupata per intanto da Prodi in quanto «meno peggio» e in attesa di una resa dei conti finale che tutti però rinviano a data da destinarsi. Cofferati verrà eliminato facilmente grazie all’aiuto di Bertinotti e dirottato su Bologna dove a livello nazionale non può far danni. Prodi, una volta caduto per un agguato forse preparato con Bertinotti dallo stesso D’Alema, verrà mandato a fare il presidente della Commissione europea grazie all’appoggio di Schroeder a cui D’Alema ha risolto il problema del curdo Ocalan (ricercato dai tedeschi, che però non volevano assolutamente catturarlo, quindi restituito da D’Alema ai russi).
• Stiamo già parlando del governo D’Alema ed è presto. Prima c’è il governo Prodi (Prodi I) e la decisiva opera di tessitore tentata da D’Alema come presidente della Commissione bicamerale. Questa, insediata il 22 gennaio 1997, avrebbe dovuto riformare lo Stato. D’Alema, sposando in pieno la logica di un’azione riformatrice bipartisan, la guidò tenendosi strettamente in contatto con Berlusconi e schivando, parando o subendo ogni sorta di colpi (dalla Lega, che non voleva farsi togliere la parola sul tema del federalismo, da Fini che non voleva consacrare la leadership di Berlusconi, dalla sinistra che remava contro perché D’Alema non diventasse, vincendo in Bicamerale, il capo della coalizione nel 2001). In definitiva, nonostante un “patto della crostata” siglato il 18 giugno 1997 in casa di Gianni Letta e così detto in onore della crostata preparata per l’occasione dalla signora Maddalena (che servì anche fusilli ai funghi e vitel tonné: seduti a tavola c’erano D’Alema, Berlusconi, Fini, Marini, Tatarella, Nania, Urbani e Salvi), la Bicamerale paralizzata dai veti di questo o di quello fu definitivamente affossata da un voto contrario di Berlusconi (2 giugno 1998) che aveva visto nascere, dopo giri di valzer che sarebbe troppo lungo raccontare, addirittura un asse Fini-D’Alema. Inutilmente dunque, per mesi e mesi, gli italiani avevano sentito parlare di presidenzialismo o semipresidenzialismo alla francese. D’Alema voleva dimettersi anche da segretario del partito, scatto di nervi che gli fu impedito dallo stesso Veltroni. Anche se la Bicamerale non approdò a niente, il rapporto troppo intimo con Berlusconi (“inciucio”) tenuto necessariamente in quel periodo non gli è ancora stato del tutto perdonato dalla base del partito.
• Con l’idea di allargare la rappresentatività del partito, D’Alema trasformò il Pds in Ds (congresso di Firenze, 12 febbraio 1998) accogliendo figure della sinistra che non avevano fatto parte del Pci come, da un lato, Famiano Crucianelli, dall’altro Giorgio Ruffolo o Ermanno Gorrieri. Caduto Prodi, lasciò la segreteria a Veltroni e si insediò a Palazzo Chigi, intanto con l’idea di accreditarsi di fronte al mondo come uomo dell’Occidente, della modernità e del mercato, dato che, oltre tutto, era il primo comunista o ex comunista a guidare un governo italiano. Per l’Occidente, c’era la guerra del Kosovo. Per la modernità, un look sempre più curato, uno stile fascinoso e sprezzante in tv. Per il mercato, la scalata alla Telecom.
• Disse Cossiga: «L’approdo del “comunista” D’Alema a Palazzo Chigi è avvenuto con il pieno consenso degli americani, dietro l’assicurazione preventiva che, durante l’annunciata guerra del Kosovo, l’Italia non si sarebbe tirata indietro». E infatti D’Alema non solo fornì soldati italiani al contingente Nato di stanza in Kosovo, ma accettò, su richiesta della Casa Bianca, di bombardare le postazioni antiaeree di Milosevic, senza neanche informare preventivamente gli alleati di governo. I quali all’inizio del conflitto erano stati convocati e s’erano sentiti fare dal presidente questo discorso: «Devo assumermi delle responsabilità e non posso essere sottoposto a un controllo quotidiano. Alla fine, se il mio comportamento non vi sarà piaciuto, mi manderete via». Il fedele Minniti aveva trovato la definizione giusta dell’azione italiana: «Difesa attiva». Bruno Vespa: «Il comportamento del nostro governo fu ineccepibile. Quando domandai all’allora premier da quante manifestazioni si sarebbe dovuto difendere Berlusconi se si fosse trovato al suo posto in circostanze analoghe, “non da quelle del mio partito” mi rispose. Era una piccola, grande bugia: se fosse stato all’opposizione, D’Alema avrebbe bombardato la maggioranza. Stando al governo, si conquistò – giustamente e abilmente – sul campo la legittimazione internazionale che gli serviva Il conflitto serbo-albanese servì a D’Alema per mutare in modo radicale il rapporto dei Ds con le nostre forze armate» (da Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi, Mondadori-Rai Eri, 2004.
• In quanto alla scalata Telecom, D’Alema aveva definito Colaninno, Gnutti e gli altri protagonisti di quell’impresa «capitani coraggiosi», contrapponendoli ai vecchi capitalisti alla Agnelli, che additava di fatto come inerti o avari. Un suo collaboratore, Davide Corritore, lasciò palazzo Chigi perché infastidito, a suo dire, dall’eccessiva disinvoltura del premier nei rapporti con la finanza: «Pensavo che un’istituzione dovesse stare fuori dal gioco. Invece a Palazzo Chigi si diceva: Cuccia ha chiamato D’Alema, Cuccia vuole vedere D’Alema...». Guido Rossi coniò quella battuta terribile: «Palazzo Chigi è l’unica merchant bank dove non si parla inglese». E varie disavventure finanziarie del momento (come quelle della Banca 121 nel Salento, indagata per aver truffato 2500 risparmiatori) vennero attribuite dagli avversari politici a maneggi dei dalemiani.
• Prodi aveva formato un nuovo partito (I Democratici, simbolo un asinello), D’Alema dovette farne entrare al governo alcuni rappresentanti, Cossiga (un altro che detesta Prodi) ritirò l’appoggio del suo Udr, Mastella lo sostituì trasformando l’Udr in Udeur e insomma D’Alema, che aveva formato il primo gabinetto applicando alla lettera il manuale Cencelli, si trovò con un esecutivo sostanzialmente più debole. Aveva anche perso la simpatia di Marini, che lo aveva appoggiato nella presa di Palazzo Chigi con l’intesa che al Quirinale sarebbe salito un altro cattolico. Invece, finito il mandato di Scalfaro, D’Alema aveva contribuito all’elezione di Ciampi al primo voto. In una situazione che si andava sempre più deteriorando man mano che ci si avvicinava alle politiche del 2001 e alla questione di chi avrebbe guidato la coalizione di centrosinistra, D’Alema tentò di forzare il gioco caricando di significato politico le elezioni regionali del 16 aprile 2000. Confidando nella conquista di 11 regioni su 15, annunciò che in caso di sconfitta si sarebbe dimesso. Il centrosinistra non prese che otto regioni e D’Alema mantenne la parola. Piuttosto defilato, durante i cinque anni di governo Berlusconi in cui ha fatto il presidente del partito (essendo segretario Fassino). Diventò parlamentare europeo nel 2004, carica cui rinunciò quando fu eletto deputato alle politiche del 2006.
• A risultato elettorale acquisito fu il primo della sua parte a parlare della necessità di un governo di coalizione, sull’esempio del modello tedesco. Si candidò alla presidenza di Montecitorio e rinunciò poi a favore di Bertinotti incassando così un primo grosso credito politico. Giuliano Ferrara lo propose per il Quirinale, come successore di Ciampi, con una campagna del Foglio addirittura sopra le righe. Si vide allora che Berlusconi, il quale lo avversava fieramente a parole, sotto sotto avrebbe fatto volentieri la prova. Fassino lo appoggiava al punto che diede al Foglio un’intervista in cui si esponeva una specie di programma di governo, fatto inaudito nel nostro sistema dato che il presidente della Repubblica non ha responsabilità politica. I suoi manovrarono per frenarlo, ma l’ascesa di Napolitano deve essere considerata un successo suo e di Fassino.
• Nei due anni al governo ostentò spesso distacco verso il confronto politico interno, anche nella fase costituente del Partito democratico: «Mi occupo di cose importanti, di politica estera» era il suo leit motiv. Nel Pd, in cui non ricopriva alcun incarico di vertice, proseguiva sotterraneo il dualismo con Walter Veltroni, che aveva criticato dopo la sconfitta alle elezioni dell’aprile 2008 (vedi anche il capitolo Politica).
• Dalla Farnesina guidò una politica estera più europeista, più fredda nel rapporto con gli Stati Uniti rispetto ai governi Berlusconi II e III, considerati eccessivamente subalterni a Washington. Una freddezza che da un lato servì in più di una occasione a ricompattare la maggioranza e dall’altro fu spesso ricambiata dalla Casa Bianca. Nel gennaio 2007 si disse contrario a un rafforzamento della presenza militare americana in Iraq e si fece apprezzare dalla sinistra della coalizione quando alzò la voce manifestando la contrarietà dell’Italia a «iniziative unilaterali» in occasione di un bombardamento americano in Somalia contro postazioni di guerriglieri ritenuti legati ad al Qaeda che fece anche vittime civili. L’Afghanistan rappresentò un’altra occasione di tensione con Washington: dalla lettera-appello all’Italia di sei ambasciatori, primo quello americano, sull’importanza della missione a Kabul (che la Farnesina giudicò «irrituale») al caso del giornalista Daniele Mastrogiacomo, rapito nel marzo 2007 e rilasciato in cambio della liberazione di alcuni talebani. Dopo una cena negli stessi giorni a Washington con il segretario di Stato Condoleezza Rice, D’Alema parlò di «comprensione» americana per il modo in cui l’Italia aveva condotto le cose per la liberazione, ma fu poi implicitamento smentito dalla riprovazione espressa da una voce anonima del Dipartimento di Stato Usa. Più in generale, insistette a nome dell’Italia perché in Afghanistan assumesse un peso maggiore la missione civile e lanciò l’idea di una conferenza internazionale di pace. Sostenne comunque l’impegno militare italiano («il ritiro da Kabul sarebbe un atto unilaterale che ci separerebbe da tutta l’ Europa e non ci farebbe fare nessun passo avanti») anche alla vigilia di una seduta parlamentare decisiva per la maggioranza: chiamato infatti a riferire sulla politica estera del governo, anticipò che se non fosse passata sarebbe stata crisi. «L’Italia è tornata a essere amica d’Israele e dei Paesi arabi, solo rimanendo in Afghanistan si può lavorare per la pace», disse il 21 febbraio 2007 al Senato. La sua risoluzione fu bocciata e Prodi si dimise (ma fu rinviato alle Camere dal presidente Napolitano e ottenne la fiducia).
• Fu molto attivo, e criticato, sulle questioni arabo-israeliane. «In italiano normale si direbbe equidistante o magari equanime, e invece c’è un aggettivo che solo i vecchi democristiani avrebbero potuto coniare per rappresentare la politica italiana in Medio Oriente, quella definizione che D’Alema definì “geniale”, riconoscendone il merito allo Scudocrociato, e fece propria alla conferenza nazionale Ds del 2 dicembre (2005): l’Italia dev’essere un Paese “equivicino” al mondo arabo e a Israele» (Gian Guido Vecchi). Questa equivicinanza non fu mai molto gradita dalla comunità ebraica (al suo esordio alla Farnesina alcuni lo definirono «un pericolo»). Sostenne la necessità di dialogare con Hamas anche prima che accettase di riconoscere lo Stato di Israele, provocando l’indignazione dell’ambasciatore Meir. «Hamas si è reso protagonista di atti terroristici, ma è anche un’organizzazione popolare. Per l’Occidente non riconoscere un governo eletto democraticamente, magari mentre andiamo a braccetto con qualche dittatore, non è una straordinaria lezione di democrazia». Lo si vide, nell’agosto 2006, in una fotografia scattata nelle strade dei quartieri sciiti di Beirut bombardati da Israele a braccetto con un deputato di Hezbollah (il gruppo filo-siriano le cui milizie avevano ucciso e catturato alcuni soldati israeliani) e fu attaccato per questo dal centrodestra e dai riformisti della maggioranza. Un mese più tardi ottenne un sì bipartisan (con critiche da Prc e Pdci e il no della Lega) alla partecipazione dei soldati italiani alla missione Unifil in Libano. Nel settembre 2008, intervenendo a un convegno dell’Aspen Institute, si disse convinto, al contrario del suo successore Franco Frattini, dell’impossibilità della pace senza affrontare il nodo di Gerusalemme e della necessità che, una volta giunti a un vero accordo, ci sia una forza internazionale a garantirlo nei territori palestinesi e a Gaza.
• Fu uno dei principali artefici del successo della risoluzione italiana per «una moratoria sulle esecuzioni in prospettiva dell’abolizione della pena di morte» votata a larga maggioranza dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (104 a favore, 54 contrari – tra i quali Stati Uniti, Iran e Siria – 29 astenuti) il 18 dicembre 2007, già approvata ma con qualche voto in meno un mese prima, sempre all’Onu, dalla Commissione per i diritti umani. Pochi giorni prima del voto di novembre, con il premier Prodi e il ministro Emma Bonino era riuscito a convincere anche Abdelaziz Bouteflika, presidente del’Algeria, paese musulmano, rompendo così il fronte terzomondista in buona parte contrario alla moratoria. Un risultato che l’Italia perseguiva da più di dieci anni e per il quale si batterono anche la Comunità di Sant’Egidio e gli abolizionisti di Nessuno tocchi Caino. Prendendo spunto dalla moratoria sulla pena di morte, Giuliano Ferrara lanciò la campagna per la moratoria sull’aborto.
• Nella politica interna si distinse come «pretoriano del presidente del Consiglio». «Il peggio di sé l’ha offerto nelle ultime settimane, quando ha fatto di tutto per evitare il voto. Ha spinto Giorgio Napolitano a immaginare le ipotesi più assurde per evitare le urne. Ha cercato di convincere Franco Marini a dimenticare il suo ruolo di presidente del Senato per trasformarsi in una sorta di ariete che avrebbe dovuto mettere in piedi un governo rabberciato. Ha cercato di riprendersi Lamberto Dini ricordandogli i favori che gli ha fatto. Ha provato a recuperare Clemente Mastella. Ha offerto mezzo mondo a Pier Ferdinando Casini per indurlo a mollare il Cavaliere. Con un unico obiettivo: evitare di andare alle elezioni con una legge elettorale che dava la possibilità a Walter Veltroni di ridisegnare i gruppi dirigenti del Pd a sua immagine e somiglianza» (Augusto Minzolini). Nel dibattito sulla riforma elettorale era uno dei sostenitori del sistema proporzionale alla tedesca (diversamente da Veltroni, bipolarista convinto).
• A settembre 2007, il gip di Milano Clementina Forleo chiese alla Giunta per le autorizzazioni della Camera di poter utilizzare nel processo Unipol-Bnl le intercettazioni di alcune sue telefonate con Gianni Consorte. Nel far ciò allegò ampi stralci delle trascrizioni operate dal suo perito. L’autorizzazione fu infine respinta con la motivazione che essendo all’epoca D’Alema deputato a Strasburgo, la richiesta andava fatta all’Europarlamento. Gli atti furono trasmessi a Strasburgo. La Forleo fu poi accusata dalla procura generale della Cassazione di essere andata oltre i suoi doveri di giudice definendo in quella richiesta al Parlamento lo stesso D’Alema, Piero Fassino e Nicola Latorre, non indagati, «consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata», e ipotizzando per D’Alema e Latorre, «complici non tifosi» degli imputati, una «procedibilità penale». Grande indignazione dei tre - e specialmente di D’Alema - che contestarono al magistrato il diritto di scrivere quello che aveva scritto. Ma venne assolta dal Csm.
• È sposato in seconde nozze con l’archivista Linda Giuva (Foggia 1953), che ha raccontato nel libro Donne del Sud di Paola Moscardino (Palomar editore 2007): «Quello che mi colpì fu il contrasto tra come lui appariva, e cioè una persona molto fredda, e alcune cose che si riuscivano a percepire al di là di questo atteggiamento distaccato. Per esempio, la sua voglia di giocare, di divertirsi, di stare insieme agli altri. Il contrasto tra il suo apparire una persona solitaria e il suo non voler essere solo». Nell’estate 2008 sono stati fotografati mentre si baciavano nel mare di Ponza. Due figli, Giulia e Francesco: «Ci siamo sposati perché aspettavamo una bambina, ma è stato Massimo a volerlo, faceva discorsi del tipo: ora aspettiamo un figlio, bisogna costruire una famiglia normale».
Politica «Mettiamo un po’ di ambientalismo, perché va di moda. Poi siamo un po’ di sinistra, ma come Tony Blair, che è sufficientemente lontano, diciamo… poi siamo anche un po’ eredi del cattolicesimo democratico. Poi ci mettiamo un po’ di giustizialismo, che va di moda… e abbiamo fatto un nuovo partito, lo chiamiamo in un modo che non dispiace a nessuno, perché Verdi è duro, sinistra suona male, democratici siamo tutti, ed è fatta. E chi può essere contro un prodotto così straordinariamente perfetto? C’è tutto. Auguri. Io però non ci credo» (il futuro Partito Democratico secondo D’Alema, il 13 marzo 1999 al congresso dei Verdi).
• Nel maggio 2008, all’indomani della sconfitta del Pd, attraverso una lunga intervista pubblicata da Italianieuropei, la rivista della sua fondazione, scrive una sorta di manifesto politico che comincia però come atto d’accusa della leadership di Veltroni e, in parte, anche del governo Prodi, al quale imputa «errori politici e deficit di innovazione». Al segretario del Pd «riconosce di aver limitato la sconfitta, ma chiede autocritica. Vuole che Veltroni ammetta di aver deluso quella maggioranza silenziosa che, “al di là delle piazze gremite ed euforiche”, invocava una guida forte, “mentre noi abbiamo messo l’accento sul ricambio generazionale, sui volti nuovi della società civile...”. D’Alema riconosce che 12 milioni di voti non rappresentano solo una élite, però dichiara “svanita l’illusione del partito leggero” e invoca la selezione di una classe dirigente “la cui qualità non consista esclusivamente nel fatto di essere nuova”. Quindi indica la via per riprendere il cammino. Dialogare con la destra “non sarà facile” eppure è necessario, occorre misurarsi con la Lega sul federalismo e, sulle alleanze, non assecondare «“l’idea di una brutale riduzione del pluralismo in senso bipartitico”» (Monica Guerzoni).
• «Tutti pensano che io sia un dirigente del Pd. Sono contento che finalmente vengo presentato come un tecnico che studia le questioni internazionali. Il vero partito di cui faccio parte è quello del socialismo europeo. Mi dicono che il Pd potrebbe entrarci: io lo aspetto a braccia aperte, ma al momento i rapporti sono ancora distanti» [Asca.it 11/11/2013].
• A proposito dei partiti: «Non bastano più. Servono i circoli e le consultazioni della base, ma sono necessari anche altri strumenti per elaborare idee nuove, formare la classe dirigente, produrre iniziative. Questo è il nostro obiettivo (D’Alema è presidente della Fondazione Italianieuropei e ha fondato l’associazione politico-culturale Red – ndr). Un lavoro utile anche per il Partito Democratico. Solo chi ha una mentalità provinciale pensa che tutto questo sia fatto per dare fastidio all’onorevole Walter Veltroni» (ad Alessandra Di Pietro).
• «Io non mi pento di essere stato comunista, perché, pur con i nostri ritardi ed errori, abbiamo contribuito a costruire la democrazia in Italia» (ad Adam Michnik) [Esp 1/2/2013].
Dalemiani Con D’Alema esistono da sempre i dalemiani: tra i fedelissimi nel partito Livia Turco, Anna Finocchiaro, Nicola Latorre, Marco Minniti, Gianni Cuperlo; tra i sostenitori Alfredo Reichlin, Giorgio Ruffolo, Umberto Ranieri ecc. Nel mondo dell’economia e dei cosiddetti poteri forti «portò per primo un uomo di finanza, Claudio Costamagna, ex Goldman Sachs, a un congresso dei ds (quello di Roma in cui passò la segreteria a Veltroni), e a sua volta, quando arrivò a Palazzo Chigi, ebbe il via libera tramite intervista su Repubblica da Marco Tronchetti Provera» (Antonella Rampino). Della galassia di amici fanno parte poi Guido Rossi (con cui si è riappacificato dopo la stagione di «Palazzo Chigi-merchant bank»), Vincenzo De Bustis di Deutsche Bank Italia, Pietro Modiano del San Paolo (che è anche marito di Barbara Pollastrini), tutto il mondo cooperativo.
• «Questo fatto dei dalemiani mi ha sempre dato fastidio. Io non ho mai voluto fare una corrente».
• «Come ogni religione, il dalemismo è un culto con le sue teorie, i suoi riti, i suoi discepoli, i suoi apostoli e le sue complesse liturgie, attraverso le quali i fedeli tentano di esprimere il proprio personalissimo rapporto con la loro divinità» (Peppino Caldarola).
• «D’Alema piace a destra perché, come la destra, disprezza la sinistra delle emozioni e dei tortellini, dei moralisti e dei giustizialisti. Ama D’Alema chi non ama Benigni e Nanni Moretti (tranne quello berlusconidipendente del Caimano), chi non legge Paul Ginsborg e Camilleri, chi non ascolta Vecchioni e Piovani. Infatti ama D’Alema Giuliano Ferrara. Tra i sostenitori della prima ora, Carlo Rossella, Giano Accame, Piero Ostellino. Vogliono D’Alema gli ex leader di Potere Operaio Oreste Scalzone e Lanfranco Pace, come alternativa alla noia – «o Massimo o moriamo di pizzichi» – e gli ex dc Francesco Cossiga e Paolo Cirino Pomicino, come campione della politica contro poteri forti e salotti della finanza» (Aldo Cazzullo nel maggio 2006, nei giorni in cui lo si dava candidato al Quirinale).
Frasi «Da bambino ero antipatico».
• «Tendo a considerare molto intelligente chi mi dà ragione».
• «Faccio cinquecento addominali al giorno».
• «Godo della fama immeritata di essere un buon tattico, ma non lo sono. Credo di aver sbagliato molte mosse e di aver pagato di persona».
• «Ho inventato io il termine “inciucio”. Avevo una cartella di cose poco chiare e sopra avevo scritto “inciuci”, adatto per indicare pasticci».
• «Se la pensate come me, siete inutili. Se la pensate diversamente, siete dannosi» (a Roberto Villetti nel ’98, a proposito dell’alleanza con i socialisti). «Facci sognare» (nel 2005 al telefono con Giovanni Consorte, allora presidente Unipol). «Ma di’ qualcosa di cattivo, sei di gomma» (a Pier Ferdinando Casini nel 2006 durante un Porta a porta). «Brunetta è un energumeno tascabile» (nel 2008).
• «Io sono Massimo D’Alema: una carica importante che nessuno mi può togliere» [settembre 2001].
• «Perché comprare i giornali? È un segno di civiltà lasciarli in edicola». «Il confronto con i giornali stranieri è umiliante. Quelli si occupano di cose serie mentre da noi si stampano solo cazzate». «I giornali italiani non sono tanto dannosi quanto irrilevanti». «Parlo solo alla tv: la manipolazione e l’inaffidabilità sono tali che, se voglio dire qualcosa, vado davanti a una telecamera».
• «Berlusconi ha il pregio di avere una carica umana e di essere simpatico e il difetto di non dire sempre la verità. Io invece mi ritengo sincero e spesso sono sgradevolmente sincero» (a Giovanni Minoli durante una puntata di Mixer, nel marzo 1996).
• «Io non sono affatto freddo. Amministro le mie passioni» [ibidem].
• Nelle liti della coalizione vede «la tradizione autolesionistica del centrosinistra italiano, che è democratico, molto democratico, talmente democratico da rasentare la confusione».
• A una cena a Napoli nel marzo 2008: «Sapete che ho un’alta concezione di me. Ho mediato tra israeliani e palestinesi. Non sono venuto qui in Campania per mediare tra bassoliniani e antibassoliniani...».
• «L’unico governo tecnico a mia conoscenza è la giunta militare» [AdnKronos maggio 2012].
• «La barca è una passione che mi coinvolge molto. È una forma di rapporto con il mare e con la natura. Tu sai che non puoi andare controvento, ma sai pure che piegandoti di 30 gradi puoi risalire il vento. Questo è un insegnamento per la vita: se non ti curvi, non vinci».
Critica «Massimo D’Alema, diciamo, non ha rivali» (Lucia Annunziata).
• «Massimo D’Alema è l’ultimo hegeliano in un mondo politico new age attraversato e divelto dal peggior irrazionalismo. La sua proverbiale arroganza, l’insofferenza per la superficialità, l’antipatia per il giornalismo dei retroscena che ignora la scena, scaturiscono dalla convinzione che il reale sia complesso e articolato, e richieda uno sforzo della ragione per poter essere afferrato e compreso; e che sia precisamente in questo sforzo – in questa “fatica del concetto” – che la ragione percorre il cammino inverso tornando nella realtà, e dunque diventando prassi, azione, trasformazione. Maneggiare la complessità con gli strumenti della ragione è il lavoro di D’Alema, la sua cifra e il suo maggior limite, nonché la causa principale tanto del disprezzo quanto dell’ammirazione che il personaggio è capace di suscitare in misura assai maggiore del potere reale di cui dispone. Il comunista italiano che è diventato presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, e che potrebbe un giorno diventare presidente della Repubblica, è un uomo decisamente complesso, la cui passione per la politica è soltanto una forma – la predominante, la pubblica – di una passione intellettuale e sentimentale per la natura e l’intelletto umani» (Fabrizio Rondolino) [Sta 20/4/2009].
• Non esiste politico che ascolti, come lui, per un’ora, senza nemmeno rispondere al telefonino» (Nicola Rossi).
• «I leader autentici sono sempre, in ogni Paese, e anche in Italia, pochissimi. E D’Alema è uno di loro» (Angelo Panebianco).
• «Salire sul carro vincitore, dal fascismo in poi, è un orrendo costume italiano. In questo senso l’unico che non sale sul carro altrui è proprio D’Alema, che aspetta sul suo che gli altri salgano. In questo ha una sua coerenza» (Riccardo Barenghi) [a Goffredo Pistelli, Iog 20/11/2013].
• «D’Alema è un settecentista. Mira al dettaglio, al nitore, la sua ironia è aspra, impopolare» (Giorgio Albertazzi) [Giancarlo Dotto, Sta 28/3/2007].
• «Ci sono tre luoghi comuni: è intelligente, ha i baffi, ha la barca» (Roberto Benigni).
• «La vera differenza tra Berlusconi e D’Alema è il denaro: Berlusconi lo possiede, lo maneggia, lo fa girare vorticosamente; D’Alema lo esorcizza, lo teme, lo nasconde nella metafora del potere» (Giuliano Ferrara) [Epoca giugno 1995].
• «È un povero dio, mi fa tenerezza. Ma è un buono, il più buono di tutti, un ingenuo» (Claudio Velardi).
• «Tanti si prendono per un padreterno. A Max è riuscito di farlo credere anche agli altri. Per recondite ragioni, è considerato il più intelligente, aperto e liberale dei politici di sinistra. Una sopravvalutazione diffusa soprattutto nel centrodestra. Chiedete a Fini, Berlusconi o un altro, quale avversario preferisce. Risponderanno unanimi: “D’Alema”» (Giancarlo Perna).
• «C’è chi fa politica per rubare, direbbe l’ex veltroniano Francesco De Gregori, chi per amore, chi per giocare, ma D’Alema è uno di quelli che fa politica per essere il migliore. Come Buffalo Bill. Solo che la mira di Max lascia un po’ a desiderare, visto che è il politico più odiato sia a destra sia a sinistra» (Cristian Rocca).
• «Essendo convinto d’essere il più bravo di tutti, sottovaluta gli avversari, e, dài e dài, qualche volta finisce con il fare la figura dell’ingenuo» (ancora Rondolino).
• «È competitivo su tutto, e con chiunque. Se prende un caffè al bar, deve spiegare al barista come si fa un buon caffè, e al suo commensale quanti cucchiaini di zucchero servono» (Peppino Caldarola).
• «Crede di essere il più intelligente al mondo. D’Alema era uno dei promotori del Pd. Passa un anno e punta il dito dicendo che l’amalgama non è riuscito. Ma santo cielo, se quell’amalgama l’hai proposto tu! Veltroni, D’Alema… tutta questa gente dovrebbe essere più modesta. Dire dove hanno sbagliato. Ammettere i propri errori è segno d’intelligenza. D’Alema i numeri li aveva, avrebbe potuto davvero essere il leader della sinistra. Ma ha rovinato tutto pensando che bastasse la sua intelligenza a mettere a posto le cose» (Emanuele Macaluso) [a Costanza Rizzacasa, Iog 3/10/2009].
• «D’Alema non ne ha indovinata una da quarant’anni: si presenta come il più esperto di tutti, in realtà le ha sempre sbagliate tutte» (Umberto Eco) [Jacopo Iacoboni, Sta 26/01/2010].
• «In D’Alema c’è qualcosa di molto semplice, facile da leggere, persino commovente. Per lui vanno bene tutte le linee politiche, purché sia al centro del potere» (Achille Occhetto) [Cds 14/6/1999].
• «D’Alema è come le forze oscure della reazione: un’entità in agguato. Un maestrino, arrogante nelle opinioni e nello sguardo» (Alfredo Biondi) [a Giancarlo Perna, Grn 2/6/2008].
• «D’Alema è un impunito recidivo, protagonista della gran coglionata della Bicamerale, e che in più si ostina a fare i suoi libri con il Berlusca. Gli consiglio di vendere la barca e di mettersi tranquillo, di questi tempi è il meglio che può fare... » (Dario Fo).
• «C’è grande sintonia tra D’Alema e Veltroni. Pensano esattamente le stesse cose, soprattutto uno dell’altro» (Ellekappa).
• «Quale è la cosa che la convince di più di lui? Che ci mette la faccia. E di meno? Che ce la mette tutti i giorni» (Pierluigi Bersani) [a Carlo Bertini, Sta 3/2/2010].
• Numerosi i soprannomi assegnatigli nel corso del tempo: tra gli altri, «la volpe del Tavoliere» (Luigi Pintor), «Togliattino» (Corrado Stajano), «il mercante fenicio» (Gianni Agnelli), «Baffino di ferro» (Giampaolo Pansa), «Sarcasmo da Rotterdam» (Giuliano Ferrara).
Tifo Romanista. «Per vincere uno scudetto la Roma deve meritarne tre; alla Juve basta meritarne uno per vincerne tre» (nel 2000). Da Andreotti ha ereditato la carica di presidente del Roma Club Montecitorio.
Vizi Gioca a tennis. Adriano Panatta, ricordando un match disputato nel 1999 alle 7.30 di mattina al Foro Italico: «Ci fermammo sul 5-0 per me. Gli facevo fare il “tergicristallo”, di qua e di là. Non si fermava mai. È molto grintoso, però può migliorare, specie su rovescio e servizio».
• Pretende di saper cucinare e, in un celebre Porta a porta, si esibì in un risotto. Il gastronomo Beppe Bigazzi: «Ha cucinato su un teflon. Così, o il risotto si brucia, o si scuoce».
• Giocatore di Risiko.
• Ama costruire origami.
• La moglie: «Per via di un’allergia, non porta mai l’orologio, ma è difficile che sbagli ora. E non ha nemmeno un’agenda. Dice che si ricorda i numeri a memoria, non vuol dipendere da nessuno».
• Gli piace la musica, classica anzitutto: Beethoven l’autore preferito, «ma pure Mozart, Chopin, la lirica che da giovane guardavo con distacco e adesso amo».
• Maniaco della barca a vela. L’acquisto dell’Ikarus e il fatto che le rate relative (8.063 euro al mese) venissero pagate attraverso un leasing contratto con la Banca Popolare Italiana (quella di Fiorani) scatenò una quantità di polemiche e illazioni. L’ha poi venduta nel 2011, preferendo investire nel podere umbro acquistato nel 2009, «La Madeleine» (quindici ettari tra Narni e Orticoli), dai cui vigneti produce alcune tipologie di vino, sotto l’etichetta Sfide (Cabernet Franc, Pinot Nero, Marselan, Tannat).
Giorgio Dell’Arti
Catalogo dei viventi 2016 (in preparazione)
scheda aggiornata al 29 dicembre 2013
da Simone Furfaro

Lunedì 26 settembre 2016
DAI GIORNALI DI OGGI


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