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 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

• Cesa (Caserta) 2 febbraio 1955. Pentito a suo tempo camorrista. Detenuto dall’8 luglio 2008. Detto “Khomeini”, e “il killer dei cento giorni” da quando lo accusarono di avere ammazzato 15 persone in tre mesi.
• Primo arresto nel 76, era un delinquente comune quando fu reclutato nella Nuova Camorra Organizzata da Raffaele Cutolo. Da camorrista sparò per l’ultima volta il 7 aprile 1983, contro i carabinieri, ma fu ferito e arrestato. In carcere parlò, sull’esempio di Pasquale Barra e Giovanni Pandico, e tutti e tre il 17 giugno di quell’anno fecero arrestare 856 persone (tra loro almeno un innocente, Enzo Tortora, conduttore televisivo di Portobello, che ne fece una malattia, cancro, e morì nell’88, dopo una condanna in primo grado e un’assoluzione in secondo).
• «Uccidere è quasi un gioco, ho cominciato per caso, poi ci ho preso gusto e ho continuato. Prendevo a calci i cadaveri, baciavo la pistola sporca di sangue».
• Gli ammazzarono il padre, Isidoro, sarà stato per questo, nell’87 D’Agostino ritrattò tutto o quasi: «Ho firmato senza leggere cosa ci fosse scritto perché tre giudici mi avevano promesso la libertà» (facendo assolvere in secondo grado tra gli altri, oltre a Tortora, Luigi Vollaro – vedi). Anni dopo parlò di nuovo, facendo condannare Francesco Schiavone detto “Sandokan” (vedi), per l’omicidio di un allevatore di bufale, Saverio Ianniello, ammazzato nell’83, a suo dire perché, da cutoliano, aveva invaso il territorio dei casalesi. Ottenuta così la semilibertà, nel 97, fu spedito per motivi di sicurezza in Piemonte. Non gli pareva vero, e appena arrivato, il 10 ottobre, consumò una rapina dietro l’altra (tolse da sotto il sedere del proprietario una Hyundai coupé, poi andò a fare benzina, e invece di pagare costrinse i benzinaio a dargli l’incasso, si diresse chissà dove, invece fu inseguito per le vie di Torino e si schiantò contro un semaforo, prese in ostaggio una mamma che spingeva il passeggino, ma fu ferito e si arrese). Ottenuti gli arresti domiciliari, nel 2005, ne approfittò subito per andare a fare un’altra rapina, a Pescara, in un bar, un bottino di quattromila euro che gli costò l’ennesimo arresto. Nel 2007 aveva espiato l’intera pena per tutti i reati, ma essendo ritenuto pericoloso, fu sottoposto a misura di sicurezza e assegnato a una casa di lavoro, a Castelfranco Emilia, finché, nel marzo 2008, non chiese un colloquio con un magistrato di sorveglianza di Modena, Angelo Martinelli, per convincerlo a concedergli una licenza per lavoro, giurando e spergiurando che aveva deciso di cambiare vita. Fu creduto e con un permesso di quattro mesi in tasca tornò dritto a Pescara, dove finì a fare il custode di un parco giochi per bambini, a Villa De Riseis, gestito da una cooperativa di recupero di ex detenuti, La Cometa, che per dormire gli preparò una stanzetta negli spogliatoi del calcetto. Domenica 6 luglio al parco c’era una festa per bambini (D’Agostino di suo affettava angurie), e tutto filò liscio fino alle cinque del pomeriggio, quando si presentò Mario Pagliai, di anni 64, socio della cooperativa e titolare dello stabilimento balneare di fronte, per la solita partitina a carte con gli amici, solo che vedendolo non riuscì a trattenersi dal dire che da quando c’era lui il parco era sporco e non se ne parlava proprio di rinnovarlo nell’incarico. D’Agostino non ci vide più, il tempo di andare in stanza a prendere la pistola, gli sparò a morte all’addome e in testa. Passata la notte alla stazione di Spoltore (Pescara), fu arrestato ventiquattr’ore dopo, sul ponte Capacchietti, tutto sudato, con la pistola avvolta in una busta della spesa, senza resistenza, mentre malediceva il suo dna che lo aveva fatto nascere assassino e destinato a passare la vita in carcere. (a cura di Paola Bellone).