Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  agosto 20 Domenica calendario

Cruijff Johan

• Betondorp (Olanda) 25 aprile 1947. Ex calciatore. Carriera divisa tra Ajax e Barcellona, con brevi parentesi negli Usa e nel Feyenoord. Da giocatore vinse tutto con l’Ajax: scudetto, coppa dei Campioni (tre di fila: 1971, 1972, 1973), Intercontinentale (1972), Pallone d’oro (tre: 1971, 1973 e 1974). A Barcellona, arrivò nel ”73 vincendo subito la Liga. Fu 48 volte nazionale, segnando 33 gol. Giocò (e perse) la finale dei mondiali del 1974. Da allenatore ancora trionfi: a Barcellona, tra l’88 e il 1996, una coppa delle Coppe, 4 campionati di fila (’91-’94), la Champions League del ”92. Nel ”96 - aveva già subito un infarto e gli erano stati impiantati 6 bypass - il Barcellona lo licenziò. Da allora non ha più allenato • «Voleva cambiare il calcio e probabilmente c’è riuscito con un’interpretazione originale e per certi versi inarrivabile. Per raccontare Johan Cruijff basterebbero i due soprannomi, che ne hanno accompagnato la carriera e che ne spiegano la grandezza assoluta: ”Profeta del gol” e ”Pelé bianco”. stato fantastico in campo e vincente anche in panchina; rivoluzionario nel gioco e tradizionale nel messaggio che lanciava; attaccante eccezionale, ma anche strenuo difensore dell’ortodossia calcistica. Ha sempre combattuto in prima persona per esaltare la propria idea di calcio offensivo e spettacolare, anche a costo di ricevere critiche pesanti. Non ha mai amato lemezze misure e ha sempre messo il calcio davanti a tutto. stato, in una parola sola, moderno: straordinariamente moderno. Nel modo di giocare e nel modo di pensare, come dimostra ad esempio la scelta del numero fisso, il 14, un vezzo che ha precorso i tempi con largo anticipo. Johan Cruijff nasce ad Amsterdam il 25 aprile 1947 e cresce a duecento metri dallo stadio De Meer, storico impianto dell’Ajax prima del trasferimento all’Amsterdam Arena: suo padre è un grande tifoso e trasmette al figlio la passione per il calcio. Il piccolo Johan passa le ore con il pallone attaccato al piede: letteralmente, se si racconta che a cinque anni era già in grado di fare oltre 100 palleggi consecutivi. Nell’ambiente dello stadio diventa una mascotte e a 10 anni partecipa a un provino che passa senza problemi insieme al fratello maggiore Henny. Dopo la precoce morte del padre, Johan capisce che il calcio da hobby deve diventare lavoro: accadrà così, anche se lo spirito sarà sempre quello del bambino che si diverte a giocare. Il primo successo arriva a 14 anni nel campionato Ragazzi: Cruijff indossa proprio il 14 e si affeziona a quel numero che caratterizzerà tutta la sua carriera. Il debutto nella prima divisione arriva il 15 novembre 1964; una settimana dopo può festeggiare il primo gol, realizzato contro il Psv Eindhoven. Nel gennaio del 1965 Johan incontra Rinus Michels che cambia non solo i metodi di allenamento dell’Ajax, ma anche la mentalità del gioco. Le idee rivoluzionarie del tecnico esaltano le qualità individuali all’interno di un collettivo che si basa sull’intercambiabilità dei ruoli, il pressing e una fitta rete di passaggi. Così la storia del calcio conosce un nuovo capitolo e Cruijff contribuisce in modo sensibile a scrivere pagine importanti. Gli anni Settanta si aprono nel segno dell’Ajax: tre coppe deiCampioni consecutive, il Grande Slam (nel ”72: scudetto, coppa d’Olanda, coppa Campioni, Intercontinentale e Supercoppa), tre Palloni d’oro per Cruijff che spezza il sogno europeo dell’Inter prima (2-0 il 31 maggio 1972, con doppietta di Johan) e della Juventus poi (1-0 il 30 maggio 1973, rete di Rep). Dopo il trionfo sui bianconeri Johan accetta le lusinghe del Barcellona e vince subito il campionato. La Spagna, però, gli regala poche gioie eallora Cruijff inizia la fase finale della carriera che lo porta anche in America. Il ritorno in Europa vive una tappa in Spagna (al Levante), prima del definitivo rientro in patria: fa in tempo a vincere ancora un titolo olandese con l’Ajax nel 1983 e uno con il Feyenoord nel 1984. Il bilancio della carriera è ottimo, il grande rimpianto è il Mondiale ”74, chiuso da una splendida Olanda al secondo posto dietro alla Germania dopo aver deliziato i tifosi con il famoso calcio totale. Staccarsi dal pallone, però, è difficile e così Cruijff percorre solo qualche metro per spostarsi dal campo alla panchina: prima fa il consulente tecnico dell’Ajax, poi l’allenatore. Vince la coppa delle Coppe contro il Lokomotiv Lipsia grazie a un gol di Marco Van Basten e poi torna a Barcellona a vivere un lungo periodo di successi. Trionfa quattro volte consecutive nella Liga, alza una coppa di Spagna e soprattutto la coppa dei Campioni che tanto mancava ai blaugrana. Nella finale di Atene nel ”94, però, prende quattro sberle dal Milan di Capello e imbocca la fine della sua avventura catalana. Nel 1996 dice basta e simette a riposo, per preservare il cuore (che funziona anche grazie a due by pass dal 1991) e anche il ricordo di un personaggio vincente e unico» (G. B. Olivero, ”La Gazzetta dello Sport” 21/6/2005) • «Il fenomeno che occupò la scena tra Pelè e Maradona, lui con l’Arancia Meccanica (così chiamavano la formidabile Olanda del 1974, la più bella perdente mai vista ad un mondiale), con l’Ajax, con il Barcellona. Lui che davvero teneva il pallone al centro di tutto, nonostante l’amore smisurato per il denaro (fu tra i primi ad avere il manager, il suocero) e per se stesso, il suo carattere devastante - alla seconda partita in nazionale colpì l’arbitro e venne espulso: mai un nazionale olandese s’era fatto cacciare e la sua federazione lo squalificò per un anno -, i suoi capricci e impuntature: fu il primo con il numero personalizzato, il 14, che volle per sempre dopo che a 14 anni vinse il suo primo trofeo con l’Ajax; fu il solo che mai abbia ottenuto di modificare la maglia della nazionale perché sponsorizzata da un’azienda rivale di quella che gli forniva le scarpe. […] ”Il calcio consiste essenzialmente in due cose. La prima: quando hai la palla, devi saperla passare correttamente. La seconda: quando ti passano la palla, devi essere capace di controllarla”.La lezione comincia così, e sembra davvero banale. Ma sembra soltanto, perché è così, semplicemente, che Cruyff entra nel cuore della questione. Perché: come controlli il pallone? Allenandoti a farlo, tenendolo tra i piedi, lasciando che sempre sia lui il centro di tutto. Ma si allenano forse sul controllo di palla i giocatori, oggi? No, dice Cruyff: ”Cosa è un calcio d’angolo? Un passaggio di 20 metri, no? Allora non esiste che un giocatore professionista non sappia tirare un calcio d’angolo”.E i bambini? Peggio che mai: ”Oggi tutti gli allenatori hanno studiato calcio, anche quelli delle giovanili. Bene. Ma sui banchi impari ad essere allenatore, non insegnante. E al bambino potrai parlare di tattica e pressing, ma insegnargli a stoppare di sinistro mai. Quando io ero piccolo, e cominciavo a giocare, sui campi c’era sempre un giocatore più grande che ci prendeva da parte e ci insegnava qualche segreto: toccala così, fermala così... Noi guardavamo, provavamo, e alla fine avevamo imparato. l’esempio che fa scuola, e l’esempio te lo dà solo chi ha giocato, non chi ha soltanto studiato il gioco”.Tesi per sostenere la quale cita Van Basten: ”Mi disse, una volta: di dieci allenatori che ho avuto, uno mi ha insegnato qualcosa, tre non hanno lasciato segno, sei hanno rischiato di rovinarmi”. […] ”Quando ancora giocavo, il presidente dell’Ajax cercò di umiliarmi dicendo che ero troppo vecchio per continuare. Avevo 38 anni. Così firmai per il Feyenoord, massimo rivale dell’Ajax: vinsi il campionato e la coppa d’Olanda, e fui anche quello che della mia squadra segnò più gol. Con la rabbia che uno ha dentro, si può arrivare molto lontano”» (Alessandro Tommasi, ”la Repubblica” 20/3/2002) • «Quando Cruyff sbarca a Barcellona nel ’73, il livore antifranchista è poderoso. Il Camp Nou è terra franca per la lingua bandita, l’unico posto pubblico dove si parla catalano. Il Barça si è svenato per strappare al Real il fuoriclasse pagando un miliardo di lire, cifra astronomica per l’epoca, a Van Praag perché Cruyff si è impuntato col presidente dell’Ajax per andare a Barcellona. Vuole i soldi (tanti) che gli ha promesso Montàl, ma la sua storia personale - col padre morto quando aveva 12 anni e la madre che va a far la lavandaia del club di Amsterdam per tirare a campare - ammalia il vilipeso popolo azulgrana. Il Barça è penultimo in classifica, lo straniero debutta firmando 2 gol per la prima vittoria di una serie formidabile che condurrà il club al titolo nella Liga dopo quattordici anni di astinenza, ovvero dai tempi di Helenio Herrera, Suarez e Kubala. L’evento indimenticato è lo 0-5 con cui la squadra ispirata da un fenomenale Johan umilia in casa il Real Madrid il 16 febbraio del `74. Per il popolo di Barcellona è un liberatore. ”Solo tempo dopo - racconta Cruyff ripreso nella sua mansione sulle colline di Barcellona - compresi che qui il calcio non era uno sport, ma un affare politico”.La gente lo ferma in strada non per congratularsi, ma per ringraziarlo. ”Quel tipo che fumava come una ciminiera - dice un anziano signore intervistato - ci restituì l’orgoglio nazionale”.Un altro episodio cementa la ”catalanità” col suo messia: giorni prima del trionfo al Bernabeu, nasce il figlio. Ai coniugi Cruyff piace il nome Jordi, ma all’anagrafe dicono che non si può iscrivere se non come Jorge. Rifiuto: il bambino è nato in Olanda. ”Anche se Johan ignorava - commenta il regista - l’enorme significato politico di quel nome”.[...] Cruyff in dribbling, Cruyff che segna gol belli e impossibili, sguscia, scorre, scivola come sospeso sul cuscinetto d’aria di un treno magnetico. In tutte le interviste che intersecano le immagini, il lessico vibra di incantamento. ”El Cruyff tiene el duende”, dicono i chitarristi: è un ”posseduto” del pallone come i grandi cantaores lo sono del flamenco. ”Un dipinto - conferma un madridista doc quale Butragueño - può offrirti un’emozione; osservando Cruyff hai una sensazione comparabile a quella di ammirare un’opera d’arte”: sindrome di Stendhal di fronte all’artista che proprio a Barcellona pennellò il sublime (guadagnandosi i due Palloni d’Oro del `73 e `74) fin quasi sul tetto del mondo. La sconfitta dell’Olanda finalista di Rinus Michels, suo allenatore anche nel Barça, dai padroni di casa tedeschi nel mondiale `74 fu un trauma per il ”calcio totale” e i suoi innamorati, zona vigore e creatività giocati da capelloni sregolati che - mai prima d’allora - si portavano in ritiro mogli, fidanzate e vizi. ”Ho avuto - confessa l’olandese volante - due tossicodipendenze: il calcio, che mi ha dato la vita; e il fumo, che quasi me l’ha tolta”.L’infarto, Monaco, il risentimento di esser cacciato a metà anni `90 dopo aver vivificato le glorie barcellonesi anche da trainer, regalando al Barça la sua prima Coppa dei Campioni contro la Sampdoria di Vialli e Mancini. Ma senza alterigia: è pur sempre quello che ha creato la Cruyff Welfare Foundation a sostegno dello sport per bambini disabili. Un mito si impasta anche con le sconfitte. Non allena più, ma il pubblico azulgrana lo ascolta ancora come fosse un oracolo: ”Mi piace il calcio, ma non quello di oggi”, recita il titolo del suo libro autobiografico» (Marco Perisse, ”il manifesto” 5/2/2004).