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Enrico Costa
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Cuneo 29 novembre 1969. Politico. Avvocato. Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie con delega alla Famiglia nel governo Gentiloni (dal 12 dicembre 2016) e nel precedente governo Renzi (2016), esecutivo nel quale aveva già ricoperto la carica di viceministro della Giustizia (2014-2016), e ancor prima quella di sottosegretario alla Giustizia (2014). Eletto alla Camera nel 2006, 2008, 2013 (Forza Italia, Pdl poi Ncd).
• Figlio del liberale Raffaele Costa, dal 2016 guida il dicastero che fu di suo padre. «L’allora deputato liberale, divenuto il simbolo della lotta a sprechi e privilegi in un’epoca quando ancora di “casta” non parlava nessuno, venne infatti chiamato da Giuliano Amato al ministero per gli Affari regionali il 28 giugno 1992, proprio nella speranza di innestare un volto popolare e al di sopra di ogni sospetto in una fase politica che già preannunciava la bufera di Mani pulite» (Il Messaggero) [29/1/2016].
• «Fino a poco tempo fa qualcuno lo definiva un mini-Ghedini perché, da capogruppo in commissione Giustizia alla Camera, è stato in prima fila per perorare le battaglie di Silvio Berlusconi per riformare la giustizia: processo breve, depotenziamento delle intercettazioni, inasprimento delle sanzioni per i giornalisti per il reato di diffamazione, la cosiddetta legge bavaglio. Ha proposto la rivisitazione al ribasso dei termini di prescrizione della ex Cirielli, è stato promotore di almeno una proposta per la responsabilità civile di magistrati. Ma soprattutto Costa è stato relatore del Lodo Alfano, lo scudo per le più alte cariche dello Stato, utilizzato dal solo Berlusconi, poi bocciato dalla Consulta. Suo anche il disegno di legge sul legittimo impedimento – che ha permesso all’ex premier di chiedere e in alcuni casi ottenere rinvii delle udienze dei processi in cui era imputato a Milano. Il 9 dicembre del 2009 presentò insieme al leghista Matteo Brigandì quel disegno di legge definendolo una “priorità per la maggioranza”. Nel settembre 2011 fu tra i deputati più attivi a chiedere al ministro della Giustizia Francesco Nitto Palma l’invio degli ispettori in Procura di Napoli che indagava sul presunto ricatto al Cavaliere da parte di Giampaolo Tarantini, l’imprenditore barese che, secondo gli inquirenti di Bari, offriva prostitute al presidente del Consiglio portandogliele direttamente a Palazzo Grazioli. Il 5 ottobre 2011 l’avvocato-deputato prese il posto di Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia di Montecitorio, che si dimise per protesta contro la decisione della maggioranza di approvare l’emendamento messo a punto dallo stesso Costa con l’obiettivo di rendere impubblicabili le intercettazioni fino all’udienza filtro. Un bavaglio alla libertà di stampa che la stessa Bongiorno definì “un obbrobrio”. Costa non ha mai risparmiato neanche critiche ai magistrati di Milano. In particolare ai titolari dell’inchiesta Ruby criticando, tra le altre cose, la presenza del procuratore Edmondo Bruti Liberati in aula al processo per concussione e prostituzione minorile» (Il Fatto Quotidiano) [28/2/2014].
• Nel novembre 2013, quando Berlusconi stava rompendo con Letta, abbandonò il Cavaliere, passando con Alfano e il suo Nuovo centrodestra. «Vissi la brusca decisione di Berlusconi di lasciare il governo Letta come uno strappo alla sua stessa visione di un governo di larghe intese per tirare il Paese dalle secche. Fece tutto da solo, senza consultare né preavvertire. Seppi del colpo di testa leggendo la notizia su un monitor dell’Aeroporto di Torino mentre mi imbarcavo. Ma questo è un partito?, mi sono chiesto. Decisi allora di votare in ogni caso la fiducia al governo perché era quello il bene del Paese e non nuove elezioni. Anche se fossi stato l’unico di Fi. Poco dopo, Alfano e gli altri lasciarono il partito per formare Ncd e mi sono unito a loro» (a Giancarlo Perna) [Lib 16/10/2015].
• Presidente della Fipap, la Federazione italiana palla a pugno, sport «il cui primo campionato risale al 1912. Su un campo di terra battuta lungo 90 metri e largo 16, fiancheggiato spesso su uno dei lati da un muro di appoggio, si sfidano squadre di 4 giocatori ciascuna (quadrette), il cui leader è il battitore, che mette in gioco una palla di gomma di 190 grammi. I punti si contano come nel tennis e la partita è di 11 giochi. E come il tennis si può colpire la palla al volo o dopo il primo rimbalzo con il pugno (protetto da bende e cuoio) o nei colpi ravvicinati con la mano aperta. L’abilità è quella di indirizzare la palla verso la linea di fondo del campo avversario o oltre la stessa per lo spettacolare punto del “fuori campo”. Se negli anni Venti la palla pugno rivaleggiava col calcio ed era praticata dallo stesso Vittorio Pozzo (ct della nazionale), poi col fascismo fu relegata nel “dopolavoro”. Ma nell’ultimo trentennio è di nuovo in ascesa» (Antonio Giuliano) [Avv 9/10/2009].
Giorgio Dell’Arti
Catalogo dei viventi 2016 (in preparazione)
scheda aggiornata al 17 dicembre 2016
da Simone Furfaro

Mercoledì 18 gennaio 2017
DAI GIORNALI DI OGGI


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