Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  ottobre 21 Sabato calendario

• Moncalieri (Torino) 1 settembre 1948. Politico (Pd). Ex sindaco di Torino (dal 2001 al 2011). Ex presidente dell’Anci (dal 2009 al 2011). Ex deputato (Ds). Ex ministro delle Riforme nel governo ombra di Walter Veltroni. Presidente della Compagnia di Sanpaolo (dal 7 maggio 2012). «Sono uno che sa stare in minoranza nel partito e in maggioranza nella società».
• «Mio nonno lo chiamavano Barba Lenin, zio Lenin, per distinguerlo dalle sue tre sorelle beghine, anche se non era bolscevico ma socialista. Del Pci erano mia madre e mio padre, operaio alla Fnet, una fabbrica di estratti tannici. Io avevo simpatie più a sinistra».
• Ragioniere, laurea in Scienze politiche, si occupava di econometria. «Nel 1971 la conversione al riformismo e l’ingresso nel Pci; subito su posizioni “di destra”. “Il giovane più brillante era Giuliano Ferrara. Segretario della Fgci era Fassino. Ogni sera alla birreria Mazzini, l’unica aperta fino a tardi. La battaglia dell’80 alla Fiat l’abbiamo fatta insieme, e abbiamo condiviso le stesse perplessità. Ero con lui quando Berlinguer fu indotto a promettere l’aiuto del partito in caso di occupazione, e capimmo che avevamo imboccato una strada senza ritorno. La notte Piero faceva i volantini e io li portavo ai cancelli di Mirafiori. La sera dell’accordo il titolo scelto da Fassino era ‘doloroso ma necessario’. Portai il pacco al compagno Gino della porta 17, quella delle Presse. Mi disse, in dialetto: questi volantini te li distribuisci tu”» Aldo Cazzullo).
• «Fassino nell’84 pensava a me come a uno dei possibili successori alla segreteria provinciale. Poi ci fu il referendum sulla scala mobile... Io e pochi altri eravamo risolutamente contrari. Un pugno di compagni che pensavano alla concertazione come unica strada nei rapporti con gli industriali. Non ci fu storia, naturalmente. Entrai in crisi, chiesi a Fassino di allontanarmi dal cuore del partito: finii alla segreteria del gruppo comunista a Bruxelles. Mi servì a guarire. Fui tra i primi a condividere la svolta della Bolognina, ricordo come adesso una drammatica assemblea alla sezione Garibaldi: c’era gente che piangeva. In quei mesi provai tristezza nel vedere un pezzo della nostra storia che se ne andava. Ma non ho mai avuto rimpianti. A Torino ero stato tra i primi a parlare di socialdemocrazia, quando la parola era bandita. E ho conservato tanti amici tra chi non ha condiviso il cambiamento».
• «Il suo ideale è una politica che sappia offrire uguali opportunità di partenza a tutti. Ha letto tutto Marx, sottolineando a matita i passi decisivi, ma senza diventarne prigioniero. Fin da giovane osservava gli autisti del bus e si domandava: “Cosa possiamo fare per migliorare la vita a questi qua?”» (Concetto Vecchio). Giampaolo Pansa ne parla come di un «passo tranquillo, carattere ferrigno, osso da mordere, schivo, di poche parole, sparagnino, un tantino cinico». Chiara Beria di Argentine: «Un mediano che, infine, ha trovato la fantasia e lo sprint del bomber».
• Già segretario della Cgil piemontese e segretario provinciale del Pds torinese, nel 2001, mentre era deputato, fu candidato in tutta fretta a sindaco di Torino, per l’improvvisa morte del candidato della sinistra, Domenico Carpanini. Vinse al ballottaggio contro Roberto Rosso. Ricandidato nel 2006, vinse al primo turno contro Rocco Buttiglione ottenendo una percentuale del 66,6%. Tra le ragioni del successo la perfetta riuscita delle Olimpiadi invernali organizzate a Torino quello stesso anno.
• Nel 2008 in un sondaggio pubblicato dal Sole 24 Ore sull’indice di gradimento dei sindaci italiani risultò al primo posto, a pari merito con Giuseppe Scopelliti (Reggio Calabria) e Flavio Tosi (Verona). Nel 2011 occupava il secondo posto, dietro Matteo Renzi, sindaco di Firenze.
• Nell’agosto 2008 scoppiò il suo caso dentro il Pd piemontese: «Se non servo, posso andarmene». Diego Longhin: «I tempi degli abbracci con Veltroni nelle sale del Lingotto, abbracci che sembravano indicare in Chiamparino un sicuro protagonista del nuovo partito, sembrano lontani anni luce. Il sindaco è stato uno dei fautori della fusione Margherita-Ds, ma poi è rimasto scottato dagli eventi e si è disinnamorato lentamente. Primo colpo? L’esclusione dalla lista del comitato dei saggi, nell’estate del 2007, poi la sconfitta alle primarie, con l’outsider Morgando, alleato con il Pec (la cordata definita dall’acronimo di Roberto Placido, vicepresidente consiglio regionale, Stefano Esposito, deputato, e Paolo Cattaneo, tutti ex Ds – ndr), che batte il candidato ufficiale Gianluca Susta, sostenuto fino all’ultimo da Chiamparino (e Bresso). A seguire le lotte interne per la composizione delle segreterie e degli organi di partito, oltre alle diatribe tra le correnti».
• Si è sempre detto favorevole alla Tav, è promotore del federalismo e dell’idea di un Pd del Nord, disponibile a convergenze tra destra e sinistra.
• Il 18 aprile 2013, nella prima votazione per l’elezione del presidente della Repubblica, ottenne a sorpresa 41 voti (dalla corrente renziana del Pd), piazzandosi terzo dopo • In maggio si parlò con insistenza di una sua possibile candidatura alla segreteria nazionale del Pd quale successore di Pierluigi Bersani, allora sostituito al vertice del partito dal reggente Guglielmo Epifani: a caldeggiarla maggiormente erano Matteo Renzi e Walter Veltroni. Chiamparino, dopo un’iniziale riluttanza, si dichiarò disponibile «a condizione che la mia eventuale candidatura serva a coagulare una parte importante del partito su un programma che una volta si sarebbe definito lib-lab, liberali e laburisti, un programma riformista» (a Paolo Griseri) [Rep 17/5/2013]. Poi però la questione cadde nel vuoto, e nel silenzio del partito: Renzi aveva scelto di correre in prima persona.
• Da ottobre 2013 risulta indagato per abuso d’ufficio dalla Procura di Torino, nell’ambito di un’inchiesta sulle concessioni dei locali dei Murazzi ai tempi in cui era sindaco. Appena appresa la notizia, ha rassegnato le proprie dimissioni al Consiglio generale della Compagnia di Sanpaolo, che le ha però respinte all’unanimità.
• Tifa per il Torino, ma il 27 febbraio 2008 preferì andare al Teatro Regio per la Salomé piuttosto che allo stadio dov’era in programma il derby: «Sono deluso dal calcio. Questo sport mi piace sempre di meno, è diventato un’attività dove c’è troppa violenza verbale e mediatizzazione. Una volta non mi perdevo una sola partita, ora invece, quando sono a casa, lascio tranquillamente che sia mia moglie a scegliere cosa vedere in tv».
• Sposato dal 1978 con l’insegnante Anna Marrocchetti (conosciuta quando erano coinquilini), un figlio, Tommaso (1980), laureato in Scienze politiche.
• Ama le letture, «tante e disordinate», il cinema, la musica classica e la montagna.
• «Ogni sera, non vado a dormire se prima non mi accendo un sigaro e non vado sul balcone. Guardo le finestre del cortile illuminate, vedo le sagome delle persone e, come nel romanzo La vita, istruzioni per l’uso di Perec, cerco di immaginare la loro vita. Che farà l’ecuadoriano di fronte, e il dottore che mi abita accanto?».
• Tra i sindaci italiani è forse l’unico a essere veramente uno sceriffo: «Sceriffo onorario della contea di Jefferson, nel Kentucky».