Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

• Padova 21 settembre 1960. Artista. «Non so disegnare. Non so dipingere. Per me l’arte è vuota. Sono gli spettatori a fare il lavoro degli artisti».
• Figlio di un camionista e di una donna delle pulizie che avrebbe desiderato farsi suora, due sorelle di cui una focolarina, debutta nel 1991 alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna con Stadium 1991, un lungo tavolo da calcetto per 22 giocatori. Due anni più tardi si trasferisce a New York e fonda la vetrina minimale Wrong Gallery. Nel 99 attacca al muro il suo gallerista con lo scotch e si inventa la Sesta Biennale dei Caraibi, ma gli ospiti accorsi scoprono che non c’è alcun evento eccetera. Ha avuto il suo mecenate in Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, che possiede molti dei primi lavori.
• «Ho fatto di tutto. Sono scappato di casa a 18 anni e per mantenermi ho fatto l’infermiere, il becchino, l’antennista, l’elettrotecnico e l’operaio. All’arte sono arrivato per esclusione: ogni lavoro era una tortura, all’improvviso mi è sembrata una possibilità interessante, un’occupazione senza cartellino. Poi ho capito che se non ci sono orari, lavori sempre».
• «Tra gli artisti italiani viventi è il più quotato in assoluto. Un suo lavoro, la Nona ora, che raffigura il Papa schiacciato da un meteorite, è stato venduto da Christies per un milione di euro» (Paolo Vagheggi).
• «Ha cominciato con qualche trovata strampalata, come quella di far crescere uccelli dentro una bottiglia come le pere della grappa Williams, ma vi ha rinunciato. Ha tentato di insegnare a dei merli indiani ad abbaiare, ma non c’è riuscito. Ha ripiegato allora su animali impagliati e scheletri. Lo scheletro del cane con il giornale del padrone in bocca. Lo scheletro del gatto ingrandito a dimensione di dinosauro. Il cavallo con le gambe allungate che penzola dal soffitto. Lo scoiattolo suicida in uno squallido tinello di periferia» (Francesco Bonami).
• Divise l’opinione pubblica e la giunta di Milano quando espose la sua opera L.O.V.E. a piazza Affari, proprio davanti alla Borsa: una mano di marmo alta 11 metri, tesa in un saluto nazista, con tutte le dita mozzate tranne il medio. Alla fine l’ha donata al Comune di Milano che ha promesso di lasciarla dov’è per quarant’anni.
• «Ha capelli fitti, corti e grigi. Occhi accesi. Naso fuori misura. Il tono della sua voce è uniforme. Nessun accento. Le risate spezzano le linee circolari della sua storia. Quando ha impiccato i tre bimbi in vetroresina a una quercia di Milano è finito sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo: “Volevo dire qualcosa di chiaro su ciò che stiamo facendo al nostro futuro”. Chiama le sue opere: “Cose”. Chiama l’arte: “La mia ultima spiaggia”. Dice: “Se sapessi a cosa serve l’arte, farei il collezionista”» (Pino Corrias).
• «Cavalli appesi ai soffitti, il Papa abbattuto da un meteorite, il volto di Aldo Moro con dietro la stella a 5 punte delle Br trasformata in Cometa di Natale, le rovine del Padiglione d’Arte Contemporanea esposte dopo l’attentato mafioso come un’opera... È dalla fine degli anni Ottanta che lancia sberleffi al sistema dell’arte che lo ripaga, dall’America all’Europa, con venerazione e quotazioni miliardarie. Prima di fare l’artista lavorava nel design, ideava mobili impossibili, sedie inospitali. Da quel mondo l’hanno “cacciato a calci”. Ma proprio quell’uso di spiazzamento continuo sulla realtà è l’immagine che ora, nello “spazio” delle gallerie, dei musei, delle aste, funziona e gli viene chiesto di progettare. È un inventore di gadget, di icone, un divoratore di immagini cinematografiche e televisive, un “minatore” fra pile di giornali, riviste, cataloghi, lavori dei suoi colleghi, dove c’è sempre, “quando sono bravi”, qualcosa da prendere. Anni fa prese un olivo centenario, con una grande zolla di terra, e andò a esporlo a Rivoli e poi a Parigi. Mentre giura di averlo riportato e fatto ripiantare vicino a Pescara, spiega che gli interessano le immagini facilmente riconoscibili, come un albero, un cavallo, Hitler o il Papa. Le “immagini” sono altri a costruirle, imbalsamatori, artigiani della cera, falegnami» (Nico Orengo).
• «Un caso. Una grande casa vuota da abitare. È lì che comincia tutto. Il vuoto mi fa venire la nostalgia dei mobili. Ma non ho i soldi per comprarli. Così comincio a pensarli. Un paio di amici disegnano quello che penso, altri costruiscono, usando oggetti che scelgo, tipo rami d’albero, ferro, plastica, scarti. Le cose che nascono, lampade, tavoli, piacciono a un sacco di gente. All’improvviso mi invento che posso fare il designer».
• «Uno Zorro dell’arte, cinico e moralista al tempo stesso (nel 1993 si era voluto “autoritrarre” mentre incideva una Z su una tela alla maniera di Lucio Fontana). Uno Zorro, forse non bello come Antonio Banderas, ma abilissimo nel giocare con i massmedia, nel creare e nel negare attenzione, nel viaggiare continuamente tra Milano e New York quasi cercando sfogo a quella sua “vena aggressiva, beffarda e un po’ dadaista”» (Stefano Bucci).
• «Posto che sia arrivato da qualche parte, sono arrivato all’arte per tentativi».
• «Non ho mai fatto niente di più provocatorio e spietato di ciò che vedo tutti i giorni intorno a me. Io sono solo una spugna. O un altoparlante».
• «Per me il buon gusto, come il gusto, sono cose da gelatai».
• «Mi chiedono di dare calci in culo e io li do. Se l’idea è giusta scateni energia. E io provo una sensazione erotica che non credo nessuna donna sia in grado di procurare».
• Vive in un monolocale nel quartiere Ticinese di Milano e in un bilocale dell’East Village di New York.
• Com’è la sua casa? «Una finestra, moquette, un letto, un computer, una tv sotto il letto che tiro fuori solo se devo guardarla, stereo infilato sotto il letto. Una stanza vuota, 20 metri quadrati, e non a tutti è permesso entrare».
• «Mi sveglio alle sei: controllo posta, piscina, controllo posta, telefono. Pranzo. Pomeriggio: posta, telefono, posta, edicola, telefono. Se è sabato: mostre e gallerie. Cena, cinema o televisione o libro, controllo posta. Domenica: messa».
• «I media si occupano di lui. I musei, le fondazioni e i collezionisti miliardari come Gagosian si occupano di lui. Lui gira in scarpe da tennis, maglietta, borsa a tracolla, cappotto nero e sorriso intermittente. Ha alcuni suoi doppi che vanno ai convegni o ai vernissage al posto suo. Che concedono interviste a suo nome» (Corrias).
• Nel 2008 espose una donna crocifissa sulla parete esterna di una chiesa cattolica nella regione tedesca del Nord Reno-Westfalia a circa quattro metri di altezza dal suolo. «Io so che scrivendo, qualunque cosa si dica, concorro alla gloria di Cattelan, contribuisco a dar senso alla sua opera, che esiste perché se ne parla. Per ora si è limitato alla crocifissione, ignorando che essa è già toccata a santa Giulia, appesa in effigie nell’omonima chiesa di Brescia. Ma, tra l’ignoranza di Cattelan e quella dei suoi commentatori, la nuova invenzione fa scalpore. E in Germania non vedevano l’ora che l’arte intercettasse le reazioni di chi la fa vivere creando il necessario scandalo. Ancora una volta Cattelan ha ottenuto quello che voleva e noi siamo qui ad aiutarlo» (Sgarbi).
• Il museo Guggenheim di New York gli ha dedicato una retrospettiva con 130 opere. Nancy Spector, vicedirettrice del museo: «Come Alexander Portnoy nel romanzo di Roth, Cattelan è alla continua ricerca di una via di fuga da se stesso, dal suo passato e da tutte le regole che gli sono state imposte. Se il tormentato Portnoy si rivolge alla psicoanalisi per superare la stretta soffocante dei genitori iperprotettivi e comprendere, se non assolvere, i suoi disdicevoli desideri, per Cattelan il mondo dell’arte è come il lettino dell’analista».
• «L’arte di Cattelan prende per i fondelli critici, direttori di musei, industriali e galleristi. Quando ti accorgi che te lo ha messo nel didietro, agitarsi, come diceva Mao, è inutile, faresti il suo gioco. Ha messo in crisi l’arte italiana più di Piero Manzoni con la sua merda in scatola, più di Alighiero Boetti con i suoi arazzi. Lo hanno ispirato e influenzato entrambi ma lui è andato oltre» (Bonami).
• «È la punta di diamante di una situazione italiana molto sfilacciata. Dal punto di vista linguistico è un uomo libero, secondo me è più bravo di Damien Hirst. Il mercato però non lo direbbe. Cattelan ha comunque prezzi molto alti» (Gian Enzo Sperone a Alain Elkann).
• Ex fidanzato di Vanessa Beecroft e Victoria Cabello.
• È vero che, come ha dichiarato, è stato un fallito per gran parte della sua vita? «Sono ancora un fallito».