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 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

• Alessandria 9 maggio 1939. Magistrato (in pensione dal 28 dicembre 2013). Dal 15 settembre 2008 procuratore capo a Torino, dove prima era procuratore generale presso la Corte d’Appello. Nominato all’unanimità dal Csm, su sua stessa richiesta, avanzata dopo aver ricevuto una lettera dei pm di Torino che gli chiedevano di subentrare all’allora procuratore capo Marcello Maddalena in scadenza per aver raggiunto il tetto massimo degli otto anni di vertice. Sposato con Laura, insegnante di matematica in pensione. Due figli, Paolo (nato nel ’71) e Stefano (nato nel ’75). «Mi hanno definito “toga rossa”, “comunista”, ma in altra epoca – durante gli anni di Piombo – mi sono preso anche del “fascista”. Eppure nel frattempo non sono cambiato».
• Famiglia povera, nonni contadini della campagna di Fubine, padre operaio. Maturità classica al Liceo Salesiano Valsalice (lo stesso del cardinale Tarcisio Bertone e di Marco Travaglio). Laurea in Giurisprudenza a Torino nel 1964. Nel 1967 vince il concorso in magistratura. Dopo due anni viene assegnato alle funzioni di giudice istruttore a Torino.
• «Avevo 29 anni nel ’68, ma non “l’ho fatto”. Sono sempre stato un secchione, a scuola e sul lavoro, e in quell’epoca cercavo di imparare presto e bene il mestiere di magistrato».
• Nel ’73 comincia a istruire processi per fatti di terrorismo. Il primo, per il sequestro di Bruno Labate, segretario provinciale della Cisnal. Poi il rapimento di Ettore Amerio (capo personale Fiat) e quello di Mario Sossi, sostituto procuratore a Genova (il 18 aprile 1974, è la prima azione in grande stile delle Br). Sossi venne liberato nonostante il procuratore generale Francesco Coco si fosse opposto alla scarcerazione di alcuni detenuti considerati prigionieri politici dai brigatisti. Pagò per questo con la vita: lui e gli uomini della scorta, Giovanni Saponara e Antioco Deiana, vennero uccisi in un agguato a Genova, l’8 giugno 1976. Erano i primi morti ammazzati delle Br. Carassi, capo dell’ufficio giudici istruttori, nell’assegnare il fascicolo a Caselli, gli affiancò altri due magistrati (Mario Griffey e Luciano Violante): «Se siete in tre e uccidono uno di voi gli altri possono andare avanti e i processi sono salvi» (è il primo pool di giudici istruttori, modello adottato poi da Antonio Caponnetto a Palermo, con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino). Al momento del processo i brigatisti non volevano nemmeno gli avvocati d’ufficio e siccome il presidente dell’Ordine degli avvocati, Fulvio Croce, li nominò contro la loro volontà, il 28 aprile 1978 lo ammazzarono. Non si trovarono allora in tutta Torino sei cittadini disposti a fare i giudici popolari nel processo contro i capi delle Br, fino a che, partendo dalla Fiat, la città venne mobilitata e il dibattimento poté cominciare. Ma sempre in un clima tragico: il primo giorno i brigatisti uccisero il maresciallo Berardi, l’ultimo il commissario Antonio Esposito. Il primo aprile del 1980, Caselli raccoglie il pentimento di Patrizio Peci, capo della colonna torinese delle Br. I brigatisti, allora, sequestrano il fratello, Roberto Peci, lo torturano, lo fucilano, filmano l’esecuzione e mandano in giro la cassetta, come farà trent’anni più tardi Al Qaeda. Dopo Peci è la volta di Roberto Sandalo (Prima linea), che, tra gli altri, denuncia Marco Donat-Cattin, figlio del leader della sinistra Dc Carlo. Contribuisce senza volerlo alla caduta del governo: trasmette infatti i verbali a Roma e il presidente del Consiglio, Francesco Cossiga, informa riservatamente Donat-Cattin che il figlio è ricercato.
• Negli ultimi quattro anni come giudice istruttore a Torino svolge importanti inchieste in materia di crimine organizzato (traffico di stupefacenti e ramificazioni torinesi della ’ndrangheta calabrese). Nell’86 è eletto consigliere del Csm nelle liste di Magistratura democratica, la corrente di sinistra. Richiamato in ruolo nel ’90 viene assegnato alla presidenza della Prima sezione della Corte d’Assise di Torino. Nel ’92 si candida per l’incarico di procuratore capo di Palermo, e viene preferito, tra gli altri, a Piero Grasso (che allora lavorava al ministero di Grazia e giustizia, guardasigilli Claudio Martelli). Arriva a Palermo il 15 gennaio 1993, giorno dell’arresto di Totò Riina. Pochi mesi prima, il 23 maggio 1992, la mafia aveva messo 500 chili di tritolo in un certo punto dello svincolo di Capaci, sull’autostrada A 29, a pochi chilometri da Palermo. Al passaggio dell’auto di Falcone, il tritolo era stato fatto esplodere da Giovanni Brusca: erano saltati in aria il giudice antimafia Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, i tre uomini della scorta (Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montanaro).
• Lo sistemano in un appartamento nel complesso detto Tre Torri, sede della Dia, alla Favorita. Il giudice Aldo Giubilaro, di Magistratura indipendente, commenta: «Non vorrei che il dottor Caselli dovesse interrogare un pentito con l’aiuto di un interprete per riuscire a capire non solo le parole, ma anche i gesti e gli sguardi che fanno parte del linguaggio mafioso». Padre Pintacuda giudica la nomina di Caselli un segno della Provvidenza. Caselli, pochi mesi dopo (notte del 23 ottobre 1993), raccoglie la prima confessione relativa alla strage di Capaci, da parte di Santino Di Matteo, tra gli esecutori materiali.
• Rimane a capo della Procura di Palermo per sei anni e mezzo. Valore dei beni mafiosi sequestrati sotto la sua direzione: oltre diecimila miliardi di lire; persone indagate: 89.655 (di cui 8.826 per fatti di mafia); rinviati a giudizio: 23.850 imputati (di cui 3238 per mafia). Ergastoli inflitti in processi avviati in quel periodo: 647. Tra i latitanti arrestati: Leoluca Bagarella, Giovanni ed Enzo Brusca, Pietro Aglieri ecc., «per numero e “caratura” criminale senza precedenti» (dal curriculum agli atti del Csm).
• «Dei miei anni a Palermo si ricordano soprattutto i processi a imputati “eccellenti”». Cioè Corrado Carnevale, alla fine assolto, il senatore Marcello Dell’Utri, Bruno Contrada, Calogero Mannino, soprattutto Andreotti.
Andreotti Il 4 marzo 1993 Gian Carlo Caselli iscrive sul registro degli indagati il senatore a vita Giulio Andreotti. Il suo nome era stato fatto già da alcuni pentiti, Leonardo Messina, Gaspare Mutolo, Giuseppe Marchese. Quando Caselli si insedia a Palermo le dichiarazioni dei collaboratori diventano sempre più circostanziate, finché Tommaso Buscetta e Francesco Maria Mannoia, interrogati negli Usa nell’aprile 1993, indicano in Andreotti il referente nazionale di Cosa Nostra. Mannoia, secondo Caselli «preciso come una carabina», riferisce «di due incontri tra Stefano Bontate e Giulio Andreotti, aventi ad oggetto l’omicidio del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella» (ammazzato il 6 gennaio 1980). Nel primo (1979) Bontate avrebbe fatto carico ad Andreotti di trovare una soluzione alternativa all’eliminazione fisica di Mattarella; nel secondo (primavera 1980, dopo l’omicidio), Andreotti sarebbe tornato a Palermo per chiedere a Bontate spiegazioni sul delitto (ricostruzione dell’accusa). Il 16 aprile Balduccio Di Maggio racconta di aver partecipato a un incontro a casa di Ignazio Salvo, presenti l’onorevole Lima, l’onorevole Andreotti e Salvatore Riina, che salutò con un bacio tutti e tre (Andreotti, Lima e Salvo). Il 26 novembre Tommaso Buscetta aggiunge che l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli (20 marzo 1979) era stato eseguito da Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, su richiesta dei cugini Salvo, ai quali a sua volta l’aveva chiesto Andreotti, «poiché quegli disturbava politicamente». Rinviato a giudizio, il senatore è prosciolto definitivamente il 15 ottobre 2004: ritenuto responsabile di associazione a delinquere per il periodo precedente al 1980 (quando ancora non esisteva il reato di associazione mafiosa), la sentenza è però di non doversi procedere perché il reato è prescritto; assolto dall’accusa di associazione mafiosa per il periodo successivo, per insufficienza di prove. A proposito dei due incontri con Bontate (negati da Andreotti, ma ritenuti provati dai giudici), scrive la Corte d’Appello (sentenza del 2 maggio 2003, confermata dalla Cassazione): Andreotti «era certamente contrario» alla commissione del delitto Mattarella, ma «nell’occasione non si è mosso secondo logiche istituzionali, che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità del Presidente della Regione facendo in modo che intervenissero gli organi a ciò preposti e, per altro verso, allontanandosi definitivamente dai mafiosi, anche denunciando a chi di dovere le loro identità e i loro disegni». Per l’omicidio Pecorelli gli atti invece sono trasmessi per competenza a Perugia: Andreotti viene assolto in primo grado, condannato in secondo a 24 anni, e assolto dalla Cassazione (su richiesta dello stesso procuratore generale), il 30 ottobre 2003.
Casellismo Termine coniato da Marcello Dell’Utri per indicare una lunga serie di processi di mafia sistematicamente smontati in sede dibattimentale. Suo commento alla condanna subìta in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa: «La verità è che se m’avessero assolto, sarebbe crollato tutto il castello del pentitismo, del casellismo».
• «Ma è davvero così? Se fosse così, il “casellismo” non avrebbe raccolto condanne nemmeno nei processi all’ala militare di Cosa Nostra: lì, invece, non ne ha mancata nemmeno una» (Saverio Lodato, Marco Travaglio).
• Nel ’99 lascia la Procura di Palermo (gli succede Piero Grasso). Va a dirigere il DAP (Dipartimento amministrazione penitenziaria), fino al primo marzo 2001, quando viene designato a rappresentare l’Italia in Eurojust (coordina l’azione penale dei paesi membri dell’Unione Europea). Nel 2002 viene nominato procuratore generale a Torino.
Legge anti-Caselli Si era candidato alla nomina di procuratore nazionale antimafia (concorso bandito il 4 novembre 2004 dal Csm: i favoriti lui e Piero Grasso, allora procuratore capo di Palermo), quando Pier Luigi Vigna, procuratore nazionale antimafia, in scadenza il 15 gennaio 2005, viene prorogato, con il “mille proroghe”, fino al compimento del settantaduesimo anno di età, cioè fino al giorno del suo compleanno (un codicillo prevede che il posto risulterà vacante solo a quella data). Viene di conseguenza annullato il concorso del Csm, e nel frattempo approvata la riforma Castelli dell’ordinamento giudiziario, che tra l’altro esclude dalle funzioni direttive degli uffici giudiziari i magistrati che abbiano più di 66 anni (cioè l’età che ormai avrà Caselli quando sarà decaduto Vigna). L’emendamento è presentato dal senatore Luigi Bobbio (An), che ammette: «Certo che la norma serve a escluderlo da quell’incarico. Non lo merita».
• «Una bomba intelligente contro Caselli» (Guido Calvi, Ds).
• «Non è stupefacente se, dopo la condanna di Marcello Dell’Utri, Caselli, capo della Procura di Palermo negli anni Novanta, venga visto come una bestia nera. Non è solo una punizione nei confronti del procuratore odiato dal governo, è anche il timore per le cose che sa, per quello che può ancora fare. È il rancore verso Caselli, che poi è il simbolo di una magistratura che non ha guardato in faccia nessuno» (Nando Dalla Chiesa, Margherita).
• Finisce che il 13 ottobre 2005 Piero Grasso viene nominato procuratore nazionale antimafia con i voti dei laici del centrodestra e dei togati delle correnti moderate del Csm. Cinque gli astenuti, di Magistratura democratica (la corrente di Caselli), che accuseranno gli esponenti delle altre correnti di essersi fatti influenzare dal governo (la legge sarà dichiarata incostituzionale il 20 giugno 2007, e Grasso commenterà serafico «Sono contento: quella era una legge che non ho condiviso»).
• «Sono l’unico magistrato italiano al quale il Parlamento ha dedicato espressamente una legge. Una legge contra personam che mi ha espropriato di un diritto: quello di concorrere, alla pari con altri colleghi, alla carica di Procuratore nazionale antimafia».
• Ultime Dal 2011, in qualità di procuratore capo di Torino, è impegnato anche a fronteggiare rigorosamente (con fermi, arresti e perquisizioni) le fronde più estremistiche e para-terroristiche del movimento No Tav, propugnatore di innumerevoli contestazioni e boicottaggi volti a impedire la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione in Val di Susa. Tale impegno gli è valso una lunga serie di attacchi, ingiurie e intimidazioni, ben rappresentati da slogan quali «Caselli boia speriamo che tu muoia», «Caselli come Ramelli» (allusione a Sergio Ramelli, militante milanese del Fronte della gioventù trucidato a sprangate da alcuni fiancheggiatori di Avanguardia operaia nel 1975, a soli diciannove anni), persino «Caselli mafioso». «Vorrei fare il procuratore della Repubblica in un paese normale: un paese in cui non c´è chi ti odia e dall´altra parte i partigiani della Costituzione che tifano per Caselli. Vorrei vivere in un paese in cui si critica o si condivide senza tutta questa esasperazione. Io non ho mai messo in discussione il diritto di contestare la Tav, ma non posso accettare la voglia di impunità di chi "critica" lanciando estintori sulla testa degli agenti: quello è un reato e va perseguito. L´informazione e la politica spesso affrontano questi argomenti con superficialità: si lascia correre o si prendono le distanze in modo ambiguo, che è il messaggio peggiore. Perché è nell´ambiguità che si infilano i professionisti della violenza» (a Paolo Griseri) [Rep 23/2/2012].
• Il 15 aprile 2013 il suo nome fu tra i dieci più votati all’interno delle cosiddette Quirinarie del Movimento 5 Stelle (sorta di votazione telematica tra i militanti per l’individuazione del loro candidato alla Presidenza della Repubblica), posizionandosi al settimo posto (1761 voti su 28518).
• A inizio novembre 2013 ha abbandonato, dopo oltre quarant’anni, Magistratura democratica (Md), la corrente progressista della magistratura. All’origine del gesto l’indignazione per la pubblicazione sull’agenda 2014 di Md di un brano di Erri De Luca in cui l’autore, da sempre vicinissimo ai No Tav (fino a giustificarne i sabotaggi, e addirittura a partecipare egli stesso ai blocchi stradali organizzati dal movimento), usa toni apologetici nei confronti del terrorismo degli anni di piombo: «Euridice alla lettera significa trovare giustizia. Orfeo va oltre il confine dei vivi per riportarla in terra. Ho conosciuto e fatto parte di una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla. (…) Cos’altro ha di meglio da fare una gioventù, se non scendere a liberare dai ceppi la sua Euridice? Chi della mia generazione si astenne, disertò. Gli altri fecero corpo con i poteri forti e costituiti e oggi sono la classe dirigente politica italiana. (…) Povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno». Sprezzante il commento dello scrittore sulla decisione di Caselli: «Vuol dire che non è più un magistrato democratico».
• L’11 novembre ha annunciato la decisione di abbandonare la toga, fissando al 28 dicembre il proprio pensionamento. «Gian Carlo Caselli ha deciso di lasciare l’incarico dopo aver meditato a lungo. Va in pensione con quattro mesi di anticipo sulla data prevista. Lo fa al termine di un periodo difficile. Ma chi ha sentito il procuratore in queste ore sgombra il campo dai dubbi: “Gli ultimi fatti non c’entrano con la decisione. Non c’è amarezza da parte sua, ma la serenità di chi sa di aver sempre fatto solo il suo dovere”» (Niccolò Zancan) [Sta 12/11/2013].
• Grande amico di Marco Travaglio, con cui gioca a tennis. «Lunedì sera Travaglio ha cenato con Giancarlo Caselli alla Taverna dei Mercanti di via Santa Chiara, a Torino. Il giorno dopo Travaglio ha scritto un articolo sulle candidature della Sicilia cara a Caselli: e io non penso che Caselli possa esser stata una fonte, ma capite bene che qualche malizioso, avendoli visti attovagliati, potrebbe pensarlo» (Filippo Facci) [Grn 6/3/2008].
Ricordi Quella volta che per partecipare a un incontro organizzato da don Luigi Ciotti, a Corleone, viaggiò sdraiato sul sedile posteriore di una macchina issata su un camion che trasportava automobili. «Il Procuratore capo di Palermo costretto a spostarsi come un latitante (o forse peggio)».
• Don Ciotti: «Soltanto una volta gli ho visto quasi perdere il controllo. Eravamo alla partita di calcio dei suoi figli su un campetto di periferia. Si è accalorato al punto che sono dovuto scappare, prima di rischiare di essere coinvolto in una rissa» (a Niccolò Zancan) [cit.].
Critica «Lui è un magistrato che si è esposto davanti alle due grandi minacce alla democrazia italiana: terrorismo e mafia» (Nando Dalla Chiesa).
• Giuliano Ferrara: «Gian Carlo Caselli ha fallito il processo Andreotti, il che non è poca cosa, e ha allevato una generazione di fanatici, alla fine entrando in collisione con Violante, perché tra i due c’è una differenza di grado o di qualità; ma, se comparato a Grasso, Caselli è un capolavoro di tenuta, di consistenza, di convinzione personale, di perseveranza, non un esempio inquietante di ambiguità in ogni campo» [Fog 19/3/2013].
• Giuseppe Ayala: «Qualche volta i pentiti non sono stati gestiti con la professionalità necessaria. Alcuni colleghi si sono lasciati prendere per mano dai pentiti. Ma non sto pensando neanche lontanamente a Caselli. (…) Se preferirei essere giudicato da Carnevale o da Caselli? Da Carnevale. Caselli ha sempre fatto il pm, è abituato ad accusare. Carnevale ha sempre fatto il giudice» (a Claudio Sabelli Fioretti) [Set 15/1/2004].
• Nel 1999 Ottaviano Del Turco, da presidente della commissione parlamentare Antimafia, attribuì a Caselli e ai suoi «il tentativo di rileggere tutte le vicende del dopoguerra come un unico disegno criminale dentro cui ci stanno le bombe, il terrorismo, le Brigate rosse, la mafia, i gladiatori, la Cia. E naturalmente, da ultimo, Berlusconi che gira con le valigette piene di bombe al tritolo» (a Massimo Martinelli) [Mes 24/10/1999].
• Nel 2007 Giuseppe D’Avanzo (1953-2011) sintetizzò così la natura dell’iniziativa penale della scuola di Caselli: «Il tentativo di rappresentare una coincidenza tra la gerarchia del potere ufficiale e la piramide del potere criminale: un mondo di moltissimi burattini e di pochi burattinai artefici di una storia fatta essenzialmente di complotti, assassinii, trame, affari illeciti. Aggredire questo monstrum imponeva radicalismo interpretativo del fenomeno mafioso, forte intensità etico-politica, strumenti normativi efficaci, una diffusa indignazione popolare, quasi l’assegnazione di una delega a sbarazzarsi del fondo fangoso della Prima Repubblica. (…) Quando la Procura di Caselli lavora agli intrecci di Cosa Nostra con le aree visibili e formalizzate del potere – l’economia, la politica, le istituzioni – l’interpretazione del fenomeno e l’iniziativa penale mostrano le prime, rilevanti scuciture. Regole fluttuanti e fonti fluide rendono in avvio onnipotenti le azioni della procura di Palermo: ma alla resa dei conti, in aula, molte accuse si sbriciolano con esiti che dovrebbero imporre un ripensamento» [Rep 25/10/2007]. Luciano Violante: «L’analisi di D’Avanzo coglieva una questione nodale. Ci sono due modi di condurre un’inchiesta. Il primo è quello di chi si pone come obiettivo la verifica delle responsabilità intorno a un fatto preciso. Il secondo è quello di chi cerca le prove per ricostruire la storia di un avvenimento che ritiene possa essersi verificato. Questo sistema ha una sua logica e una sua giustificazione nelle contorsioni della storia della Repubblica negli anni Settanta che è una storia fatta anche di depistaggi, stragi, connivenze, tradimenti delle funzioni pubbliche. Si chiama teoria del doppio stato: è una chiave di lettura di quegli anni purtroppo non infondata, che ha poi influenzato una interpretazione giacobina e complottistica di tutta la storia repubblicana» (a Salvatore Merlo) [Fog 28/6/2012].
Tifo Il Torino: «Mio padre aveva un amico comunista, operaio come lui, uno che girava con l’Unità in tasca quando una certa connotazione era sgradita a molti, era per molti pesante. È lui che mi ha portato a vedere le prime partite dei granata, è lui che mi ha fatto diventare del Toro: perché vedendo lui, tifosissimo, associavo l’idea della squadra in quei calcisticamente difficili suoi anni Cinquanta alla lotta per sopravvivere, alla voglia e spesso alla necessità di essere contro, allo spirito comunque trasgressivo».
Libri Ha pubblicato Vent’anni contro, con Antonio Ingroia (Laterza 2014), Assalto alla giustizia (Melampo 2011), Le due guerre. Perché l’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia (Melampo 2009), Un magistrato fuori legge (Melampo 2005), A un cittadino che non crede nella giustizia, con Livio Pepino (Laterza 2005), L’eredità scomoda, con Antonio Ingroia (Feltrinelli 2001). Non si separa mai dai Racconti di Čechov e da La montagna incantata di Thomas Mann («La tecnica non è sufficiente a formare un magistrato»). «E poi le storie di Andrea Camilleri, un vero godimento intellettuale che nei miei anni a Palermo si sono anche rivelate un aiuto vero, prezioso nel lavoro quotidiano, per comprendere certi lati della psicologia siciliana e non solo» (a cura di Paola Bellone).