Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

• Greve in Chianti (Firenze) 16 marzo 1975. Imprenditore. Collaboratore di fiducia di Matteo Renzi. Detto “Marchino” per la sua gracilità.
• «“Un giorno a Greve in Chianti, al mio paese, venne Giacomo Billi, il segretario del Partito popolare italiano, quello della scissione. Avevo vent’anni, credo fosse il 1995, ero un ragazzino appassionato, facevo un po’ di politica, dirigevo con un amico un giornale parrocchiale, si chiamava Quelli che il Chianti. Ecco, in quell’occasione, alla riunione con Billi, qualcuno mi suggerì: guarda che a Firenze ci sono dei giovani che s’incontrano ogni settimana alle Cure, nella sezione del partito, perché non ci vai? Dovevo un po’ distrarmi, avevo problemi di salute, anche se non mi fermavo mai. Allora presi le mie stampelle, mi feci accompagnare in macchina da mia madre, e andai a vedere”. Ma lì non trovò quattro o cinque ragazzi di paese grezzi come le panche dove sedevano, “ci trovai Matteo Renzi”. Fondarono un giornaletto, “scrissi il mio primo articolo su La Pira”, e da allora lui e Renzi, che di anni ne aveva anche lui venti, non si sono più lasciati, “un’empatia fenomenale”, sempre insieme, tra politica e accanite partite di Risiko. Prima è quasi un gioco: la lista per le elezioni universitarie, “ovviamente vincemmo noi”. Ma poi si comincia a fare sul serio, “eravamo ancora bambini e ideammo un questionario da distribuire a tutti i nuclei famigliari di Firenze per avere un riscontro sull’operato di Leonardo Domenici, che era allora sindaco di Firenze”. Sempre più sul serio: “Matteo divenne segretario provinciale del Ppi e io il suo assistente”, poi Renzi divenne segretario provinciale della Margherita “e io il suo assistente”, poi divenne presidente della provincia di Firenze “e io caposegreteria e consigliere comunale”, poi sindaco “e per un breve periodo io suo consigliere”, e poi su, su, lungo le pareti ripide della rottamazione, dentro il Pd, fino a Roma, fino a Palazzo Chigi, dove lui però non è andato. Allora gli chiedo brutalmente: ma che lavoro fai oggi? “L’imprenditore”, risponde. E alzando lo sguardo incontro due occhi vivaci e mobilissimi di trentanovenne brevilineo, scrupoloso nei gesti, il volto segnato da una cicatrice sul labbro superiore, unico segno visibile di sofferenze passate e mai dimenticate, che però gli dà carattere. Congetture d’ogni genere volteggiano intorno a Marco Carrai. E glielo dico: sei il lobbista di Renzi, il suo Gianni Letta, il Richelieu, gli hai presentato tutte le persone che si devono conoscere, anche gli americani e gli israeliani. Ma sono illazioni che forse gli graffiano i nervi. “Non funziona, non è vero”, sorride. “Certo che gli ho presentato le persone che conosco. Facciamo così sin da ragazzi, siamo amici. Non è ovvio che succeda? Ma lui fa un mestiere, io un altro. E nessuno dei due confonde l’amicizia con i rispettivi ruoli. Gianni Letta per Berlusconi è stato, o è, un’altra cosa”» (Salvatore Merlo) [Fog 13/02/2015].
• «Gracilino, riservato, misterioso. Uno che allontana i fotografi e che si sposta a Firenze su una vecchia Fiat Punto, il massimo della sobrietà, francescana e lapiriana quasi obbligatoria per lui che è un cattolico fiorentino ma è anche molto ricco. Da qualche anno colleziona partecipazioni azionarie e presidenze di municipalizzate, società e consigli di amministrazione: da quando nel 2009 l’amico Matteo è diventato sindaco non si è più fermato. Una storia partita dal cuore del Chianti, a Greve, comune di 14 mila abitanti a 30 chilometri di Firenze, città del vino, in cui la sua famiglia si è riprodotta e si è moltiplicata riuscendo ad amnistiare la memoria del nonno di Marco, il Carrai su cui pesava l’accusa infamante di aver fatto parte della banda Carità, il gruppo fascista che opera in Toscana tra il ’43 e il ’45 a caccia di partigiani, tra esecuzioni sommarie e torture. Il capostipite viene messo all’indice, poi lentamente risale negli affari: un’azienda di rivendita del ferro, un’altra di materiale per l’edilizia, infine investimenti immobiliari riusciti, il benessere. Papà ex giocatore di calcio nelle giovanili della Fiorentina, mamma figura forte della famiglia e cattolicissima, nella Toscana rossa i Carrai sono conosciuti per essere moderati, democristiani, fieramente anti-comunisti. Nessuno a Greve si stupisce quando nella campagna elettorale del 1994, tracollato lo Scudocrociato, il 19enne Marco al primo voto politico si impegna nei club della nascente Forza Italia di Silvio Berlusconi. Dura poco, pochissimo, perché ad attendere Carrai c’è il Ppi che si è separato dalla fazione di Rocco Buttiglione, punta sul centrosinistra e sull’Ulivo di Romano Prodi e ha trovato a Firenze un segretario provinciale ragazzino che nel ’94 aveva frequentato le tv berlusconiane da concorrente della Ruota della fortuna di Mike Bongiorno: Matteo Renzi. Matteo e Marco a metà degli anni Novanta cominciano a fare coppia fissa. Uno è il centravanti di sfondamento, l’altro il tessitore di centrocampo (…) Quando il Comune di Firenze decide di conferire la cittadinanza onoraria a Beppino Englaro, il papà di Eluana, Carrai vota contro insieme al consigliere Dario Nardella, oggi deputato renziano, “non per senso religioso, ma per laico senso delle istituzioni”. Se si tocca la Chiesa il mite Carrai si trasforma in un crociato. Nel 2006, quando esce il film tratto dal romanzo di Dan Brown, pubblica un agile pamphlet su Il Codice Da Vinci. Bugie e falsi storici, con lo storico Franco Cardini e il professor John Paul Wauck, prete dell’Opus Dei, molto felice dell’iniziativa. Nel 2007 si presenta al cimitero degli Allori per deporre un cuscino di fiori in onore di Oriana Fallaci, scomparsa un anno prima. Nel capoluogo della Toscana rossa si costruisce un profilo cattolico e teo-con che promette bene. Ma nel giugno 2009, quando l’amico Renzi schianta l’apparato Ds alle primarie di Firenze e poi viene eletto sindaco, Carrai si ritira dalle polemiche, dalla politica, dai riflettori. E comincia, a soli 34 anni, la sua second life di uomo d’affari. Pubblico e privato. Consigliere del sindaco (a titolo gratuito), poi amministratore delegato di Firenze Parcheggi, partecipata del Comune, in quota Monte Paschi di Siena, membro dell’Ente Cassa di risparmio di Firenze che è azionista di Banca Intesa, regista della nomina alla presidenza di Jacopo Mazzei. Siede nel cda del Gabinetto Vieusseux, tra le più importanti istituzioni culturali cittadine, infine è presidente di Aeroporti Firenze, come racconta Duccio Tronci in Chi comanda Firenze (Castelvecchi). Intanto coltiva i suoi interessi: il fratello Stefano Carrai è in società con l’ex presidente della Fiat Paolo Fresco nella società Chiantishire che tenta di mettere su un gigantesco piano di appartamenti, resort, beauty farm nella valle di Cintoia, a Greve, bloccato dal Comune. Fresco è tra i finanziatori della campagna per le primarie del 2012 di Renzi, con 25 mila euro, insieme al finanziere di Algebris Davide Serra. A raccogliere i fondi a nome della fondazione Big Bang c’è sempre Carrai. Amico degli amici del sindaco: nel cda della scuola Holden di Alessandro Baricco, immancabile oratore alla Leopolda, e vicino a Oscar Farinetti di Eataly, di cui sta curando lo sbarco a Firenze. L’uomo del governo israeliano, per alcuni (“Ho da fare a Tel Aviv”, ripete spesso), di certo vicino agli americani di ogni colore. Frequenta con assiduità Michael Ledeen, l’animatore dei circoli ultra-conservatori del partito repubblicano, antica presenza nei misteri italiani, dal caso Moro alla P2. È in ottimi rapporti con il nuovo ambasciatore Usa in Italia John Phillips, amante del Belpaese e della Toscana, proprietario di Borgo Finocchietto sulle colline senesi» (Marco Damilano) [Esp 4/11/2013].
• Nel marzo 2014 il quotidiano Libero ha riportato la notizia secondo cui per un certo periodo Matteo Renzi ha vissuto in un appartamento in via degli Alfani 8, a Firenze, il cui affitto era pagato da Marco Carrai. La replica in una nota dell’ufficio stampa personale di Renzi: «Nelle ultime ore il quotidiano Libero ha sollevato più polemiche su alcune vicende personali di Matteo Renzi e della sua famiglia. È forse utile al riguardo sottolineare alcuni punti (…) In questi anni Renzi ha vissuto a Pontassieve, come ben sanno tutti i giornalisti fiorentini che lo hanno seguito a lungo. La casa di via Alfani è stata per alcuni anni la casa di Marco Carrai, pagata dallo stesso Carrai. Non era, dunque, la casa di Renzi pagata da altri, ma la casa di Carrai pagata da Carrai. Renzi ha usufruito in alcune circostanze dell’ospitalità di Carrai, il cui contratto di affitto dell’appartamento è stato già reso pubblico».
• «A un certo punto “Marchino” è diventato una specie di animaccia nera del renzismo; sembra di trovarlo ovunque, è come l’ombra di Massimo D’Alema. Indiscrezioni recenti lo danno presente a un incontro con i vertici della Banca Federico Del Vecchio, gruppo Banca Etruria, oggi al centro di indagini e in cerca di acquirenti, un tempo presieduta da Antonella Mansi, ex presidente della Fondazione Mps con la sponsorizzazione anche di Carrai. Certe volte ce lo infilano gli altri, ma certe volte ci si infila lui: Carrai è presidente di Adf, l’aeroporto di Firenze, società che sta per fondersi con la Sat, l’aeroporto di Pisa. Si chiamerà Toscana Aeroporti, quasi sicuramente riceverà in dote 150 milioni dal ministero delle infrastrutture, e dovrebbe essere lui il presidente» (David Allegranti) [Pan 19/2/2015].
• Nel 1993, a sedici anni, fu ricoverato in ospedale per un’operazione banalissima, ma le cose si complicarono. E ne uscì definitivamente soltanto sei anni dopo. «Mi ero perso la maturità con i compagni di classe, le prime serate in discoteca, le partite di pallone, tutto… Ma in quegli anni in ospedale io ho scoperto la vita, ho fatto mille cose, e non mi sono più fermato (…) Mio nonno mi diede il primo gruzzoletto, mi aprì un conto in banca, e io cominciai a giocare in Borsa. Dal letto d’ospedale. Ancora non esisteva il trading online, allora facevo l’home banking, compravo azioni al telefono, e seguivo l’andamento delle quotazioni sul televideo. Diceva mia madre: “Te, dal letto di casa, governi un monte di cose”. E in effetti fondai un giornaletto parrocchiale, poi credo d’aver letto qualcosa come duemila libri, Pirandello, Sciascia, Tolstoj, i francesi e i russi, qualsiasi cosa. In quel periodo ho letto i due libri che più mi hanno segnato: Resistenza e resa di Dietrich Bonhoeffer, e Terra degli Uomini di Exupéry. Poi quando stetti un po’ meglio, nel 1998, mi diplomai al liceo scientifico, feci tre anni in uno. Fondai anche una squadra di calcetto. Ero il presidente» (a Salvatore Merlo, cit.).
• Il 27 settembre 2014 si è spostato con Francesca Campana Camparini. Tra gli invitati alle nozze, Matteo Renzi, Paolo Mieli, Marco Tronchetti Provera, Fabrizio Viola.
• Polemiche nel marzo 2014, quando la moglie Francesca fu nominata co-curatrice della mostra, patrocinata dal comune di Firenze, su Pollock e Michelangelo, allestita a Palazzo Vecchio: «A queste accuse così strumentali replico con una frase di Dante: “Non ti curar di loro ma guarda e passa”» (a Marco Gasperetti) [Cds 20/3/2014].
• Non è laureato. «Mi iscrissi a Medicina, e poi a Economia e commercio. Appena cominciai le lezioni di Economia e commercio seppi che ero stato ripescato a Medicina, dove probabilmente qualcuno aveva rinunciato al suo posto a numero chiuso. Ma non ci andai. A quei tempi facevo politica in paese, ero assessore a Greve in Chianti. Un giorno ero all’università per un esame, e mi avvicinai al professore chiedendogli se potevo dare l’esame subito, per primo, visto che avevo un impegno di lavoro a Verona e mi trovavo un po’ in difficoltà. Quello mi rispose così: “I suoi impegni di lavoro non sono compatibili con l’università”. Allora io gli risposi che aveva ragione. Quindi gli voltai le spalle e all’università non ci rimisi più piede. Qualche mese dopo lavoravo al Mit di Boston, come consultant. A volte la laurea non serve. Un cervello ce lo dà nostra madre quando ci mette al mondo, l’altro ci viene dallo studio, ma il terzo ci viene da una vita giusta» (a Salvatore Merlo, cit.)
• Vive a Firenze. «Poi viaggio. Un giorno alla settimana lo passo a Roma, due li passo a Milano, e il resto sono in giro, spesso vado a Tel Aviv».