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 2017  dicembre 14 Giovedì calendario

La svolta della Bolognina

Dalla svolta della Bolognina allo scioglimento del partito

Occhetto segretario del Pci

• Achille Occhetto diventa segretario del Pci, a seguito di un malore di Alessandro Natta.

Napolitano: «Se il Pci cambia nome deve essere per fatti politici»

• Giorgio Napolitano, responsabile della commissione internazionale del Pci, afferma a Radioanch’io: «Se il partito comunista decidesse di cambiare nome, la scelta più opportuna sarebbe quella di Partito del lavoro o Partito dei lavoratori. Il Pci ha preso ufficialmente in considerazione due volte la possibilità di cambiare nome: la prima nel 1945, la seconda nel 1965, quando cioè si è parlato di possibile unificazione tra Psi e Pci (o, nel ’65, con una parte importante di esso) e allora la cosa sarebbe stata facilmente comprensibile. Io do grandissima importanza alla sostanza del nostro cambiamento: decidere di cambiare il nome del partito potrebbe dare l’impressione che vogliamo dimenticare la nostra storia. Noi non la dimentichiamo e credo che per essere credibili dobbiamo fare i conti, apertamente, con il nostro passato. In ogni caso non mi scandalizzerei di un cambiamento del nome, ma vorrei che fosse legato a dei fatti politici, nel senso di una ricomposizione della sinistra in Italia e in Europa, del superamento pieno delle divisioni e di tutto ciò che di storicamente vecchio e non più sostenibile c’è nella sinistra nel suo complesso». [Rep. 14/2/1989]

Il sondaggio di Epoca

• Solo il 27,7 per cento dell’elettorato comunista è favorevole ad un’ipotesi di cambiamento del nome del Pci. È quanto emerge da un sondaggio di Epoca condotto su scala nazionale. Tra coloro che sono per il sì, il 40 per cento dice di preferire la denominazione Partito dei lavoratori, il 28,1 si schiera per quella di Partito della sinistra unita, l’8,7 per Partito popolare italiano, il 5,7 per Partito socialdemocratico europeo e l’1,3 per Partito laburista. La maggioranza di elettori del Pci si è detta contraria anche ad un eventuale modifica del simbolo. Per quanto riguarda invece l’ipotesi di unificazione con il Psi, il 59,1 per cento ha detto sì. Ma il 73,7 per cento di questi è decisamente contrario a una eventuale leadership di Craxi. Secondo l’elettorato comunista le maggiori resistenze all’unificazione verrebbero dal Pci (44,9) più che dal Psi (33,3). Infine, il 21,7 degli intervistati ritiene che Occhetto abbia cambiato abbastanza il partito, il 6,1 per cento molto, mentre il 40,9 per cento ha risposto poco. Tra coloro che hanno colto le novità del nuovo corso del segretario il Pci è cambiato in meglio per il 74,2 per cento, in peggio per il 10,4 per cento, mentre il 15,4 per cento ha risposto non saprei. [Rep. 19/2/1989]

XVIII congresso provinciale del Pci senese

• Al XVIII congresso provinciale del Pci senese Fabrizio Vigni non nasconde una diagnosi allarmata: «Ormai da più di un decennio è in atto un calo del numero degli iscritti; l’età media è sempre più alta; particolarmente acuti sono i problemi di rapporto con le giovani generazioni e con nuove figure sociali».

XVIII Congresso del Pci

• Occhetto conclude i lavori del XVIII Congresso del Pci, definendo la prospettiva del nuovo corso del Partito Comunista Italiano. Il segretario del Pci indica nella logica dell’interdipendenza il superamento della cultura e dell’azione politica del periodo della guerra fredda, «alla ricerca di uno sviluppo aperto all’interesse comune di tutta l’umanità. Si pone alla base di tutti i processi riformatori, ad Est come ad Ovest, il riconoscimento del valore universale della  democrazia, confermando che il processo di democratizzazione si può pienamente realizzare solo se sospinto in avanti da forti idealità socialiste, oltre l’individualismo capitalista e lo statalismo burocratico». Al riconoscimento del mercato come «misuratore di efficienza e fattore propulsivo del sistema economico» si aggiunge la considerazione che le «finalità sociali, ecologiche di uno sviluppo sostenibile non scaturiscono spontaneamente dagli automatismi di mercato». Occhetto individua la fine del consociativismo e sostiene la necessità della riforma dello Stato e del sistema politico, che miri a «realizzare una nuova saldatura tra domanda sociale e sistema politico»: sfida riformista collegata alla politica dell’alternativa, dell’unità a sinistra e delle forze riformatrici. [storiaxxisecolo.it] [Sull’argomento leggi l’articolo di Jacovello su Repubblica]

Il crollo del Muro di Berlino e il crollo del comunismo

• A Bruxelles Occhetto pranza con Neil Kinnock. Roberto Barzanti sul Corriere di Siena: «Ricordo bene l’animata discussione che si svolse tra Occhetto e il leader laburista nell’appartata sala del ristorantino di place Sainte Catherine. Kinnock ribadì l’importanza del cambio del nome per poter essere attivi membri, a pari titolo, dell’Internazionale socialista. Quel giorno stava crollando il Muro di Berlino: una data destinata a periodizzare le vicende del Continente. Occhetto espose perplessità serie, ma forse in cuor suo maturò in quelle ore la decisione che di lì a poco avrebbe dichiarato, innescando un processo dalle conseguenze dirompenti». [Corriere di Siena 30/10/2012 ]

Occhetto è Mantova

• Mantova, nella sala dei Giganti affrescata da Giulio Romano Occhetto incontra Lino Michelini, nome di battaglia: William, partigiano, medaglia d’argento bolognese che gli dice: «Perché domani, che è domenica, non vieni in piazza dell’Unità: c’è la celebrazione della battaglia di Porta Lame, cruenta battaglia partigiana di Bologna». Occhetto «Ma sono stanco, non vengo». Poi però William lo convince. [La Storia siamo noi]  

La svolta della Bolognina

• L’occasione Achille Occhetto è in macchina con il partigiano William (Lino Michelini). I due stanno per andare alla celebrazione della Bolognina. Occhetto si confida con il partigiano e gli chiede il suo parere su un eventuale cambio di nome del partito: «Per me il nome conta poco. È l’ideale che ho nel cuore» risponde. Occhetto: «È in quel momento io capii che quella era l’occasione giusta» per annunciare la svolta. Il segretario del Pci non ha consultato nessuno del partito.  
• La svolta Sono le 11 quando Achille Occhetto entra al civico 17 di via Pellegrino Tibaldi a Bologna. Fuori fa freddo. I partigiani presenti sono stupiti del suo ingresso. Poco dopo chiede la parola e sul palco annuncia in lacrime la svolta che prelude al superamento del Pci e alla nascita di un nuovo partito. Il pubblico è incredulo, in sala ci sono solo due cronisti Dondi e Balestrini (il primo dell’Unità, l’altro dell’Ansa, ndr). «Ora – dice Occhetto – occorre andare avanti con lo stesso coraggio che fu dimostrato durante la Resistenza (...) Gorbaciov prima di dare il via ai cambiamenti in Urss incontrò i veterani e gli disse: voi avete vinto la II guerra mondiale, ora se non volete che venga persa non bisogna conservare ma impegnarsi in grandi trasformazioni». Per Occhetto, in definitiva, è necessario «non continuare su vecchie strade ma inventarne di nuove per unificare le forze di progresso. Dal momento che la fantasia politica di questo fine ’89 sta galoppando, nei fatti necessario andare avanti con lo stesso coraggio che allora  fu dimostrato con la Resistenza». Bisogna quindi creare un nuovo partito di sinistra allargato a energie cattoliche, ecologiste e radicali, puntando all’Internazionale socialista.  
• Il discorso Il discorso della svolta della Bolognina di Occhetto dura non più di sei minuti.  
• Possibile Alla fine del discorso, i due giornalisti stanno andandosene. «Ma pensammo: avrà voluto dire che il Pci cambiava nome?» raccontano Dondi e Balestrini. Tornano indietro, seguono il corteo intento a depositare la corona, e chiedono a Occhetto: «Cosa fanno pensare le sue parole?». Il segretario risponde: «Lasciano presagire tutto». «Tutto cosa?» chiedono i due cronisti. Occhetto: «Dite che tutto è possibile».
• Battaglia di Porta Lame. Venne combattuta il 7 novembre 1944 nei pressi di Porta Lame, in via Macello a Bologna e vide impegnati da una parte contingenti provenienti dai distaccamenti della 7ª GAP (tra loro Lino William Michini) e dall’altra forze della Repubblica Sociale Italiana e tedesche. Nonostante la superiorità di queste ultime, i partigiani riuscirono a sfuggire al progressivo accerchiamento delle proprie postazioni provocando poi numerose perdite tra le file nemiche.
• La Battaglia della Bolognina In una casa di Bologna, al civico 5 di piazza dell’Unità alla Bolognina, dopo la battaglia di porta Lame del 7 novembre 1944, il comando partigiano aveva stabilito una base nella quale si trovavano 19 gappisti. Otto giorni dopo porta Lame, nella mattinata di mercoledì 15 novembre, verso le 7,30 giunsero in località Bolognina circa 300 tedeschi con 12 carri armati, che circondarono tutto il quartiere, bloccando le strade ed impedendo ogni traffico. Alle 8,30 del mattino giunsero sul posto anche 600 militi delle brigate nere. I partigiani presenti al momento nella base (17 uomini tra i 16 e i 18 anni) stabilirono di barricarsi dentro la casa e di rimanere occultati, accettando combattimento soltanto nella eventualità di venire scoperti. Verso le 12 i fascisti, che avevano già perquisito tutte le altre case della Bolognina, entrarono nel palazzo dove si trovavano e cominciarono a sfondare le porte degli appartamenti per ispezionarne gli interni. La porta della base in un primo momento resistette ai loro sforzi, perciò passarono oltre, salendo fino all’ultimo piano. Solo nello scendere tornarono ad accanirsi di nuovo contro la porta che cedette. Immediatamente fu aperto il fuoco contro i tre fascisti che eseguivano il rastrellamento, che caddero. Iniziò quindi la battaglia ed il tentativo di sganciamento. I nazifascisti ebbero pesanti perdite. Vennero sparati anche colpi di cannone contro le finestre da cui partiva il fuoco contro tedeschi e fascisti. Al termine della battaglia cinque partigiani avevano perso la vita. Altri 6 vennero catturati, di cui 5 feriti, essi furono torturati e fucilati fra il 18 novembre, il 13 e 27 dicembre ’44. I restanti partigiani riuscirono a mettersi in salvo.    

Il giorno dopo la svolta della Bolognina

• La prima pagina dell’Unità titola a sei colonne «Il giorno di Modrov. La Repubblica democratica tedesca elegge un nuovo premier». Solo in basso si trova il titolo: «Occhetto ai veterani della Resistenza: dobbiamo inventare strade nuove», ma è nell’occhiello: «A chi chiede se il Pci cambierà nome, risponde: Tutto è possibile» [Leggi qui l’articolo di Dondi sull’Unità].  
• Massimo D’Alema, direttore dell’Unità, arriva in ufficio con un graffio sulla guancia. Glielo ha fatto la figlia, irritata nel sentirlo litigare con la mamma, contrarissima a cambiare nome al partito. [Letizia Paolozzi e Alberto Leiss, Voci dal quotidiano: l’Unità da Ingrao a Veltroni]. «Ero direttore dell’Unità quando mi arrivò la notizia della svolta della Bolognina. Telefonai a mio padre, che mi disse di sostenere la posizione di Occhetto». [La Storia siamo Noi]  
• Occhetto discute la svolta con la Direzione del partito e chiede che il Pci promuova una «fase costituente sulla cui base far vivere una forza politica che, in quanto nuova, cambia anche il nome».     
• Il presidente della Commissione centrale di garanzia del Pci Giancarlo Pajetta si dichiara ostile alla svolta: «Io non mi vergogno di questo nome né della nostra storia, e non lo cambio per quello che hanno fatto quelli là (i comunisti dell’Est, ndr). Se cambiamo nome, cosa facciamo, il terzo partito socialista? Io dico soltanto che quando Longo mi mandò da Parri per costituire il comando del Cln, né Parri, né altri mi chiesero di cambiare nome, ma soltanto di combattere insieme». Ad Achille Occhetto: «Certo, quando nel ’17 si è arrampicato sulla sua autoblinda, Lenin non ha sentito nessuno: ma voleva fare la rivoluzione, e c’è riuscito. Tu, che cosa vuoi fare?».  

Occhetto informa Ingrao della proposta

•  Alle 16, in pieno comitato direttivo, Achille Occhetto chiama Pietro Ingrao, che si trova a Madrid, per spiegargli sommariamente di aver presentato una proposta complessiva, che i giornali avevano invece ridotto alla questione del nome. Gli chiede inoltre di non rilasciare dichiarazioni prima di aver letto la relazione, che gli sarà consegnata al suo rientro a Roma.  

Ingrao non è convinto della proposta di Occhetto

• In tarda mattinata Alfredo Reichlin e Antonio Bassolino lasciano la riunione della Direzione del Pci per andare a Fiumicino a consegnare la relazione con la proposta di Achille Occhetto a Pietro Ingrao, appena atterrato da Madrid. Stefano Marroni su Rep.: «Reichlin non è riuscito a resistere alla domanda che inutilmente una giornalista aveva appena rivolto all’ex presidente della Camera: “Tu che ne pensi?”. Ingrao non si è fatto pregare: “Voglio leggere bene la relazione – ha detto in sostanza – ma per quello che ho potuto vedere sui giornali spagnoli, la proposta di Occhetto non mi convince”. Un dissenso netto, motivato in particolare dagli interrogativi sui caratteri della nuova formazione politica e sull’identità delle forze chiamate alla fase costituente. Tornati a Botteghe Oscure, i due dirigenti hanno riferito ad Occhetto del colloquio, aggiungendo nuovi elementi a un quadro già assai più complesso di quello previsto dalla squadra del segretario». [Stefano Marrone, Rep. 17/11/1989]  
• Dopo due giorni di discussione con la Direzione del Pci, Occhetto dichiara: «Benché la direzione fosse ampiamente d’accordo con me, non ho ritenuto di dover mettere ai voti la mia proposta perché chi deve decidere è il partito. Da domani, non cambieremo nome, continueremo a chiamarci come ci chiamiamo. Voglio dire a tutti che non ci stiamo sciogliendo, che il Pci è in campo ed è talmente vivo che propone una cosa più grande. Su questo apriamo una discussione seria, e credo che tutti i compagni debbono essere molto tranquilli: la sorte del partito, il futuro del Pci è nelle mani di ciascun militante».  
• Armando Cossutta: «Occhetto intende lasciare il Pci. La domanda non può essere “cosa faranno i comunisti”, perché è ovvio che essi vogliono rimanere in un partito comunista. La domanda vera è: quanti saranno quelli che, non sentendosi più comunisti, decideranno di seguire Occhetto in un altro partito non più comunista?»  

Il dispaccio di Ingrao

• Pietro Ingrao, storico leader della sinistra del Pci, afferma in un dispaccio: «Ho letto la relazione del segretario, e non sono d’accordo. Esporrò le ragioni del mio dissenso al Comitato centrale lunedì prossimo». Ingrao ha affermato di non aver saputo nulla fino all’ultimo: «Solo martedì sera ho ricevuto a Madrid una telefonata da Botteghe Oscure. Mi è stata data però un’informazione sommaria, e perciò non ho espresso prima la mia opinione. Né potevo farlo basandomi solo sulle notizie pubblicate sui giornali».  

Occhetto si prepara al Comitato dal barbiere

• Nel pomeriggio si apre il Comitato centrale del Pci. «Ragazzi, sapete che vi dico? Io me ne vado dal barbiere». Così poco prima di mezzogiorno Achille Occhetto lascia Botteghe Oscure per andare dal barbiere di Montecitorio. Poi il segretario va a  casa, per pranzare con la moglie Aureliana e solo dopo un piccola siesta si fa venire a prendere dal suo autista (verso le 15.30). [Re. 21/11/1989]  

La relazione di Occhetto per il comitato centrale

• La relazione di Occhetto è pronta dalle 10. Messina su Rep.: «Come vuole un’antica prassi, lui non ha scritto di suo pugno tutte le 32 cartelle del discorso. Il compito di stendere una prima bozza è stato affidato ai tre ghostwriters del segretario, i suoi scrittori-fantasma: Massimo De Angelis, 36 anni, ex giornalista di Rinascita e segretario personale di Occhetto; Antonello Falomi, 42 anni, cattolico, ex consigliere comunale a Roma e genero di Franco Rodano; e Iginio Ariemma, 50 anni, capo dell’Ufficio stampa delle Botteghe Oscure. A loro, Occhetto ha consegnato il suo breve rapporto alla Direzione e ha indicato i quattro punti che andavano sviluppati. Poi, quando ha avuto la bozza, l’ha corretta personalmente e ha affidato a ciascun membro della segreteria l’’incarico di aggiungere un brano, un paragrafo o un capitolo. Infine l’ha limata, rimpolpata, smussata e addolcita insieme a Claudio Petruccioli e ad Antonio Bassolino: l’ala destra e quella sinistra della segreteria, affinché si bilanciassero tra loro. Per far questo il segretario ha trascorso al Bottegone l’intera domenica, tornando a casa in tempo per vedere in tv l’assalto ai forni nei Promessi sposi». [Rep. 21/11/1989]  

Si apre il comitato centrale del Pci

• Al quinto piano di via della Botteghe oscure a Roma si apre il comitato Centrale del Pci: 300 membri discuteranno la svolta della Bolognina. In strada 200 militanti del partito fischiano e insultano i favorevoli alla svolta. [Sandra Bonsanti, Rep. 21/11/1989]  

Occhetto e la Cosa

• Nella sua relazione introduttiva Occhetto afferma di «condividere il tormento» dei compagni, ma non fa un passo indietro e chiede «fino a quando una forza di sinistra può durare senza risolvere il problema del potere, cioè di un potere diverso?», da qui l’idea di fare un nuovo partito con altri vicini di sinistra (e che Occhetto chiama la «sinistra diffusa») per poi andare al governo col PSI e altri e con la DC all’opposizione. In molti lo accusano di non avere le idee chiare di essere «troppo vago». Occhetto chiude avvertendo che «prima viene la cosa e poi il nome. E la cosa è la costruzione in Italia di una nuova forza politica». Da qui il nome «dibattito sulla Cosa». [Wikipedia]  

Veltroni: non vogliamo arrivare al Duemila con Andreotti a Palazzo Chigi

• Walter Veltroni, il più giovane membro della segreteria, il dirigente più votato all’ultimo congresso, dichiara a Messina su Rep.: «Io ho passato 20 dei miei 34 anni lavorando a tempo pieno per questo partito. Questo Pci è stato qualcosa che ha cambiato la mia vita, e ai suoi caratteri io sono indissolubilmente legato. Ma la sua grande forza è stata sempre quella di esser capace di scelte difficili, e questa è una di quelle. Ogni altra scelta sarebbe stata sbagliata. Non c’è dubbio, era più comodo starsene fermi. Così però ci saremmo assunti la responsabilità, per non avere il coraggio di sbagliare, di vedere deperire un grande patrimonio politico e ideale. Ma siccome noi non vogliamo arrivare al Duemila con Andreotti a Palazzo Chigi, abbiamo capito che era necessario un elemento di rottura. Questo è il significato della nostra proposta, che non è una faccenda di nomi. Quando ne abbiamo discusso con Occhetto, abbiamo scartato sia l’ipotesi di un semplice cambiamento di insegne, sia la prospettiva subalterna dell’unità socialista. Adesso che l’ora della verità si è rivelata più drammatica del previsto, la nuova guardia prova per la prima volta cosa significa avere contro i grandi vecchi del partito: Pietro Ingrao, Gian Carlo Pajetta e Alessandro Natta. Con loro, in queste ore il segretario e i suoi colonnelli hanno cercato di tenere aperto un dialogo. Senza grandi risultati, però. Natta con la ragione capisce e ci dà ragione, ma col sentimento non riesce a convincersi racconta uno dei collaboratori di Occhetto. Ingrao lo conosciamo tutti: ha detto no e non cambierà idea. Quanto a Pajetta, lui è un politico troppo esperto per non capire che questa è la mossa giusta. Se è contrario, è per il semplice motivo che la proposta non è partita da lui. Ma questo, per piacere, non lo scriva». [Rep. 21/11/1989]  

Fischiati i vertici del Pci

• Alle otto di sera, i dirigenti del Pci lasciano Botteghe Oscure dopo la prima giornata di dibattito. La tensione in strada aumenta. La macchina di Luciano Lama viene presa a calci e pugni, i contestatori gli urlano dietro: «Non tradire! Diventa comunista!», Maurizio Ferrara viene fischiato, alla Jotti gridano: «A Nilde, ripensace! T’ha fatto magna’, il partito comunista, e ora gli volti le spalle», a Giovanni Berlinguer, schierato con Occhetto, se ne va in bicicletta, gli gridano dietro: «Ricordati il nome che porti!» e poi intonano un «Enrico... Enrico...». Sandra Bonsanti su Rep.:«Tutti i notabili del partito costretti a andarsene di soppiatto per uscite secondarie: i miglioristi, i due fratelli Borghini, il vicesindaco di Milano Corbani e Gianni Cervetti, per via dei Polacchi. Per via Aracoeli, Trentin, Chiaromonte, Natta e Napolitano». [Rep. 21/11/1989]  

Fassino calma i contestatori

• Per calmare gli animi dei militanti Piero Fassino, responsabile Organizzazione, viene mandato da Occhetto nei sotterranei della sede comunista per ascoltarli. Alla fine risponde: «Questa è la nostra proposta. Se passa, bene. Altrimenti pazienza, vuol dire che si troverà un altro gruppo dirigente. Perchè qui, sia chiaro, nessuno difende le poltrone!» [Rep. 21/11/1989]  

Montessoro lascia il Pci

•  Il deputato genovese Antonio Montessoro, 51 anni, lascia il Pci, dopo trenta. A Repubblica dichiara: «Non avevo scelta: quando ti accorgi che la situazione sta precipitando, stupidamente; di fronte all’inaffidabilità di questo gruppo dirigente, ad una prova di imperizia e di inesperienza assoluta, non potevo fare altrimenti. Mi sono sentito defraudato del mio lavoro, dei trent’anni di vita dedicati al partito: e me ne sono andato». [Aldo Fontanarosa, Rep. 22/11/1989]  

Il Pci approva la Svolta della Bolognina

• Con il voto di 326 membri su 374: 219 sì, 73 no e 34 astenuti, il Comitato centrale del Pci approva la proposta di Occhetto («il CC del Pci assume la proposta del segretario di dar vita ad una fase costituente di una nuova formazione politica») e indice un congresso straordinario entro quattro mesi, sotto proposta delle opposizioni per decidere se dar vita a un nuovo partito. Un terzo del partito, sotto la guida di Pietro Ingrao, si è opposto.  

Si apre il XIX congresso del Pci

• Si apre oggi il XIX congresso del Pci. Vengono discusse tre mozioni : – La prima, “Dare vita alla fase costituente di una nuova formazione politica”, elaborata dalla segreteria del partito e presentata da Achille Occhetto, che proponeva la costruzione di una nuova formazione politica democratica, riformatrice ed aperta a componenti laiche e cattoliche, che superasse il centralismo democratico. – La seconda, “Per un vero rinnovamento del Pci e della sinistra” Firmata da Pietro Ingrao, Alessandro Natta e, tra gli altri, da Angius, Castellina, Chiarante e Tortorella. Il Pci, secondo i sostenitori di questa mozione, doveva sì rinnovarsi, nella politica e nella organizzazione, ma senza smarrire se stesso. – La terza, “Per una democrazia socialista in Europa”, è di Armando Cossutta, costruita su un impianto profondamente ortodosso. Prevarrà la mozione Occhetto con il 67% dei voti, che propone una fase costituente per costruire un partito nuovo progressista e riformatore, nel solco dell’Internazionale socialista. La mozione Ingrao-Natta, contraria all’abbandono di tradizione, nome e simbolo comunisti, raccoglie il 30%; quella di Cossutta, avversa a tutta la dirigenza, il 3%. Tra i molti perplessi, c’è anche l’eterno ragazzo rosso Giancarlo Pajetta, dirigente storico del partito. Il comitato centrale rielegge Occhetto segretario e Aldo Tortorella, relatore della seconda mozione, presidente. [Cds, 10/2/2001]  

Occhetto conferma l’obiettivo della Cosa

• Occhetto conferma l’obiettivo della Cosa è di «contribuire allo sviluppo di un processo di profondo rinnovamento della sinistra, al quale devono concorrere correnti di pensiero politico diverse: socialiste, democratiche, cristiane, liberali-progressiste, e quelle che nascono dal movimento pacifista, femminista, ecologista». Dichiarando «l’impegno del nuovo partito a costruire, nell’elaborazione e nella prassi, un rapporto nuovo tra la funzione del mercato e l’esigenza di una direzione consapevole della produzione e dello sviluppo sociale, si riconosce l’ineluttabile necessità di una riforma del sistema politico che renda possibili delle alternative di governo e un ricambio delle classi dirigenti». [storiaxxisecolo.it]  

Occhetto: Perché Ingrao non mi ha aiutato?

• Occhetto: «Io mi dichiaravo convinto togliattiano. Togliattiano di sinistra. Ma politicamente mi sentivo vicino ad Ingrao. Non ho mai capito perché Ingrao non abbia aiutato la svolta sia pure da sinistra» [in un’intervista di Claudio Sabelli Fioretti, Sette 3/101/2002).  

Craxi si divertiva come un pazzo

•  Occhetto ricorderà questo congresso come «il più bello, quello dove si discusse del cambiamento del nome, la prima volta che si presentarono le correnti in un Partito comunista. Ricordo Craxi che saltellava qua e là, si divertiva come un pazzo, mandava bigliettini a tutti». [Intervista a Claudio sabelli Fioretti, Sette 3/10/2002]  

Il Pci crolla

• Alle elezioni regionali il Pci ottiene solo il 23,4% a fronte del 33,4% della Dc. Anche le iscrizioni sono in forte calo.  

Muore Pajetta

• Pajetta muore all’improvviso di notte nella sua casa di Roma. Era da poco tornato da una Festa dell’Unità. Al funerale le note de L’Internazionale e di Bandiera Rossa accompagnano la sua bara coperta da una bandiera rossa con falce e martello. Presenti 200 mila persone, tra cui il suo eterno rivale Giulio Andreotti.  
• «Viveva la morte del partito come se fosse stata la sua» (Occhetto a proposito di Giancarlo Pajetta, poco dopo la Bolognina). [Daria Gorodisky, Cds 13/9/2000]    

La Cosa ha un nome, non più Pci ma Pds

• Poco dopo le sette di sera, da via delle Botteghe Oscure i vertici del Pci hanno deciso: la Cosa da oggi ha un nome e un simbolo. Si chiamerà Partito democratico della sinistra e sarà simbolizzato da un albero dalle profonde radici. Potrebbe essere un ulivo ma quasi sicuramente ricorderà di più una quercia, ben piantata sul vecchio, solido emblema con la falce e il martello.  
• Mentre Occhetto e suoi discutevano del nome a casa di Lucio Magri, in un piccolo appartamento di via dei Giubbonari, si teneva una riunione ristretta del fronte del “no” tra cui Aldo Tortorella, Gavino Angius, Luciana Castellina, Giuseppe Chiarante e altri. Alessandro Natta invece è rimasto a leggere nel Transatlantico praticamente vuoto. Stefano Marroni su Rep.: «Legge scuotendo il capo, il vecchio segretario, il passo dell’Avanti! in cui Bettino Craxi parla del dirigente politico che dice di voler restare comunista tutta la vita, ma non desidera più chiamarsi comunista; che si considera socialista migliore di altri, ma non vuole chiamarsi socialista. A guardarlo, sembra che almeno un po’ condivida le perplessità eufemisticamente dichiarate dal segretario del Psi: “ma di parlare, non ha nessuna voglia. Ma di che cosa volete che parli?”, chiede guardando dal basso gli interlocutori: “No, no, domani me ne vado: vado a Lecce, l’aria è più pulita e c’è anche un bel convegno. Mi hanno invitato da tempo, si parlerà di cose serie…”». [Rep. 10/10/1990]  
• Armando Cossutta stronca il nuovo simbolo con tre parole: «Sembra un garofano». [Rep. 11/10/1990]  
• Gli oppositori di Occhetto annunciano che faranno resistenza, scommettono sulla delusione dei militanti e danno appuntamento al congresso.  [Rep. 11/10/1990]  

Sbarrato il portone di bottege Oscure

• Alle 19 in sala stampa Achille Occhetto presenta il nuovo nome, il nuovo simbolo del partito. Ma anche l’indirizzo sembra cambiato, ormai si entra e si esce dall’ingresso di via dei Polacchi. Il portone di via della Botteghe Oscure è stato sbarrato. In strada ci sono ventitré contestatori che vogliono gridare a Occhetto la loro rabbia e la loro delusione. Tra loro c’è un pensionato con la camicia sbottonata, tiene la mano in tasca, dove scuote una manciata di monetine da dieci lire: «Le voglio tirare a chi dico io». Una signora col gilet a fiori e il trucco troppo vistoso per i suoi sessant’anni urla contro la vigilanza: «Hanno chiuso il portone perché hanno paura dei comunisti!». E poi insieme danno fuoco a un pezzo di carta con il nuovo simbolo minacciando Occhetto: «Se vedemo alle elezioni». [Sebastiano Messina, Rep. 11/10/1990]  

Si apre a Rimini il XX congresso del Pci, sarà l’ultimo

• Si apre oggi alla Fiera Rimini il XX e ultimo congresso del Pci. Alle 16 Achille Occhetto, segretario del partito, leggerà la sua relazione. Giorgio Battistini su Repubblica: «È partita dalle macerie del muro di Berlino la svolta dell’89. E dunque proprio al quadro internazionale si richiama una buona metà della relazione di Occhetto. La ricerca del nuovo ordine mondiale dopo la fine del gelo est-ovest comincia con vampate di guerra fra nord-sud, con il conflitto del Golfo. E proprio sul valore pace come strumento d’identità politica del nuovo partito Occhetto, offrendo anche la mediazione possibile al gruppo d’Ingrao, presenta il Pds al suo elettorato scegliendo il rifiuto della guerra». La seconda parte della relazione di Occhetto è centrata sui grandi connotati distintivi del Pds, sulla sua collocazione nella realtà politica italiana: un quadro aggiornato di posizioni e riferimenti sui grandi temi della vita nazionale. Dal Mezzogiorno alle riforme istituzionali, dalla democrazia economica agli episodi oscuri della vita nazionale, invitando gli altri a un dialogo il più possibile lontano da polemiche spicciole, dalla coazione a ripetere secondo polemici schemi fissi di schieramento. Obiettivo dichiarato, insistito, è l’ alternativa di sinistra. Con l’ attesa di prevedibili, possibili nuove aperture al Psi. E la terza ed ultima parte della relazione è dedicata al Pds: pluralista ma anche unitario. Occhetto invitata tutto il partito a non dividersi per rappresentare meglio la società. Voltare pagina. [Giorgio Battistini, Rep. 31/1/1991]

Il discorso di Occhetto

• «Cari compagni e care compagne, in molti sentono che è giunta in qualche modo l’ora di cambiare», così inizia l’ultimo discorso di Achille Occhetto quale segretario del Pci (...) «Non si tratterà solo di cambiare targhe sulle porte delle sezioni, occorrerà andare a una grande opera di conquista e di proselitismo». «Oggi è un momento importante della nostra vicenda collettiva e sarà un momento memorabile della storia politica d’Italia». E «Per costruire, con il compito, con l’orgoglio che vi guida, il futuro dell’Italia» [La Storia siamo noi].
• La relazione di Occhetto dura due ore.
• Il palco è stato abbassato per ridurre la distanza tra dirigenti e militanti.
• Alla mozione vincente di Occhetto, appoggiata da D’Alema, Fassino, Iotti, Reichlin, Mussi, Veltroni e Folena, si oppongono quella del Fronte del No (Cossutta, Garavini, Salvato, Ingrao, Magri, Bertinotti, Natta, Tortorella, Angiu ) e la mozione di Antonio Bassolino, che decidono così di non aderire al Pds e di continuare l’esperienza del Pci sotto il nome di una nuova formazione politica, Rifondazione Comunista.
• La falce e il martello, simbolo del Pci finisce sotto la Quercia, nuovo simbolo del Pds.
• Tra i fondatori del nuovo Pds, anche 300 intellettuali eletti tra simpatizzanti e club sorti per la costituente.
• Fuori dal Pci, reazioni positive giungono da Vittorio Foa, l’intellettuale azionista per il quale il nuovo che inizia rimarrà comunque un partito di lotta. Lo strappo proposto dal segretario al congresso non investe solo posizioni politiche più o meno consolidate, ma va a lacerare una storia collettiva fatta di tante biografie individuali e famigliari e, soprattutto, contrappone una generazione di giovani quarantenni (Occhetto, D’Alema, Veltroni) alla vecchia classe dirigente dei sessanta e settantenni visceralmente legati alla storia del Pci (Ingrao, Natta, Tortorella).
• Sandra Bonsanti su Rep.: «Occhetto promette a tutti, in un testamento ideale da capo del Pci che muore: Noi porteremo Gramsci con noi, nel nuovo partito cui diamo vita, lo porteremo nelle nostre menti e nei nostri cuori, e non solo per il suo grande pensiero, ma per le sofferenze che egli patì, per la volontà che mai l’abbandonò di lottare e di combattere per la liberazione umana.... E con quattro insieme finali, Achille Occhetto chiama a raccolta i suoi compagni vecchi e nuovi: Insieme, dunque, per unire la sinistra, insieme per un ricambio delle classi dirigenti, insieme per determinare l’alternativa, insieme nella prospettiva della libertà e del socialismo» [Rep. 1/2/1991]. [Leggi qui tutto l’articolo di Sandra Bonsanti]

Il fronte del no al Pds

• Armando Cossutta: «I compagni che sono qui – Garavini, Salvato, Libertini, Serri ed io – non verranno certamente mai meno al loro dovere e alla loro responsabilità». Con queste parole Armando Cossutta fa capire chiaro e tondo che un centinaio di delegati non voterà la nascita del Pds, e quasi certamente lascerà la sala. E sempre con queste parole lascia intendere la nascita di una «Cosa comunista». Stefano Marroni su Rep.: «Dall’Adriano o dal Brancaccio di Roma (comunque da un cinema grande, spiega uno di loro), quelli dei comitati per la Rifondazione comunista non poseranno la prima pietra del nuovo partito, ma avvieranno il processo che lo partorirà. Convinti di poter avere con sé un buon 10 per cento degli iscritti, e comunque non meno di 50 mila compagni. Pronti a bruciare le tappe, se la verifica di governo produrrà un appuntamento anticipato con le urne, con l’obiettivo di incassare tra il 3 e il 5 per cento dei voti. Come si chiamerà, la Cosa comunista? “No, il nome non lo posso dire”, si schermisce Dario Cossutta. Ma a rivelare l’arcano, appena finita la relazione di Occhetto, pensa senza esitare suo padre: “I fatti hanno messo in crisi analisi e progetti precedenti. Il segretario ne prende atto ed abbatte impietosamente, uno per uno  tutti i presupposti di quelle analisi e di quei progetti. Ne consegue che il primo dei presupposti che crolla, che davvero non sta più in piedi, è proprio quello su cui si voleva costruire il Pds. Oggi più che mai non di un Pds c’è bisogno è la sentenza ma di un rifondato partito comunista”» (Così Armando Cossutta davanti ai microfoni della Rai). [Stefano Marroni, Re. 1/2/1991]

Le divagazioni astrologiche del Pds

• Achille Occhetto cena alla Lampara di Cattolica, e si lascia coinvolgere in una lunga divagazione astrologica sulle capacità del suo partito di affrontare il cammino con tenacia e con coraggio. Alla fine, il segretario ha lasciato al ristorante una dedica in cui, alludendo al suo segno zodiacale, si autodefinisce pesce. [Rep. 2/2/1991]

Nessun addio al Pci

• Mimmo Fuccillo su Rep: «Rimini. È l’una e trenta del mattino in una stanza dell’hotel Ambasciatori, i muscoli delle gambe fanno male per la prolungata immobilità di uomini da ore incollati alle sedie, la relazione di Achille Occhetto è un ventaglio di fogli sparsi ma finalmente distillati, approvati, buoni per l’uso. In quella pila di carte ci sono migliaia di parole, frutto di una prolungata caccia all’aggettivo giusto, di una al tempo stesso spontanea e maniacale cura dei dosaggi, degli effetti, dei significati. Tutto viene riletto e rivagliato: è finita, va bene e probabilmente nessuno dà peso al fatto che il termine comunista compaia solo due volte. Solo per dire della feconda presenza dell’idealità comunista contraddetta e calpestata dall’esperienza storica del comunismo internazionale. Comunismo: un ricordo, una traccia, non un dolore e neanche un rimpianto. Qualcosa che scivola via e che non ingombra l’ultima notte di quello che fu il Partito comunista italiano. Poche ore dopo, stavolta forse volutamente, alla prima occasione per menzionare il suo partito, Occhetto dirà: Ma di quale salto all’indietro del Pds si parla.... Pds dunque, e così sia. È stata una notte senza brindisi e senza lacrime, il comunismo non esigeva più nemmeno addii. Qualcuno, giorni fa, aveva pensato e proposto di salutare il Pci che se n’è andato, di rendere esplicito il funerale e il battesimo». [Leggi qui tutto l’articolo di Mimmo Fuccillo su l’ultima notte da comunisti]

Al congresso del Pci tutti guardano Beautiful

•  Al XX congresso del Pci di Rimini, alle 14, accomunati dalla passione per le vicende di Ridge e Thorn Forrester, i delegati di ogni età e corrente si sono trovati fianco a fianco davanti agli schermi. La puntata di Beautiful, interminabile soap opera americana, non si può perdere neanche al congresso di addio al Pci. [Rep. 2/2/1991]

Al XX congresso Pci ci sono troppe persone

• Daniele Imola, il funzionario che si occupa di problemi organizzativi, ha dovuto chiamare una task force di operai che in mezz’ora ha montato nuove pareti realizzando tre sale in più. Ci sono troppe persone.

Cazzaniga paragona Occhetto a Virgilio

• Gianmario Cazzaniga, ex cossuttiano, lascia la vecchia corrente e passa con Occhetto. Dal palco conclude il suo intervento in versi, paragonando il segretario al Virgilio di Dante. «Allora possiamo dire a te Achille ciò che Dante fa dire da Stazio a Virgilio: Tu fosti come quei che va di notte/ che porta il lume dietro e sé non giova/ ma dopo sé fa le persone dotte/ quando dicesti: secol si rinnova/ torna giustizia e primo tempo umano/ e progenie discende dal ciel nova». [Rep 2/2/1991]

XX Congresso Pci: sulla guerra del golfo

• Al congresso di Rimini il partito si divide sulla partecipazione dell’Italia alla guerra del Golfo in corso tra Usa e Iraq. Se, da un lato, Aldo Tortorella definisce un «gesto esemplare» la prospettiva delineata da Occhetto di far ritirare le navi e gli aerei italiani dal Golfo, e Lucio Libertini propone di votare un ordine del giorno per il ritiro immediato delle truppe italiane, dall’altro, la componente riformista dei miglioristi di Giorgio Napolitano definisce un «grave errore» la rottura con lo schieramento eurosocialista e si scontra su questo tema con la sinistra interna di Pietro Ingrao, vicina alle posizioni del Vaticano e del pacifismo cattolico e laico, contrari all’intervento dell’Italia verso Saddam Hussein. Il vertice del Pds, per bocca di D’Alema, alla fine si dirà favorevole a un «cessate il fuoco», congelando le richieste di ritiro dei nostri militari.  

Il Pci si scoglie e nascono il Pds e Rifondazione comunista

• Durante il XX congresso del Pci di Rimini, Achille Occhetto scioglie il Partito Comunista Italiano, il più grande partito comunista dell’Europa occidentale, per dar vita al Partito Democratico della Sinistra, mentre Garavini, Cossutta e Libertini hanno dato vita al Partito della Rifondazione Comunista. L’obiettivo: impedire che i comunisti italiani rimangano sotto le macerie del socialismo reale, caduto insieme al muro di Berlino nel 1989.
• A maggioranza si decide la nascita di una nuova formazione politica, il Pds.
• Alla mozione vincente di Occhetto, appoggiata da D’Alema, Fassino, Iotti, Reichlin, Mussi, Veltroni e Folena, si oppongono quella del Fronte del No (Cossutta, Garavini, Salvato, Ingrao, Magri, Bertinotti, Natta, Tortorella, Angiu) e la mozione di Antonio Bassolino, che decidono così di non aderire al Pds e di continuare l’esperienza del Pci sotto il nome di una nuova formazione politica, Rifondazione Comunista.
• Non tutti gli iscritti al Pci (circa 1.200.000) si ritrovarono poi nel Pds o in Rifondazione, infatti, ben 350-400mila militanti abbandonarono in brevissimo tempo la vita politica attiva, seguiti più avanti da molti altri. [sitocomunista.it]

La festa d’addio del giornalista comunista

• Filippo Ceccarelli sulle pagine della Stampa: «Dov’è la festa? A Igea Marina, una decina di chilometri dalla città congressuale, appuntamento al ristorante-dancing «Rio Grande», in genere adibito alle danze della terza età e comunque fornito di ricco parco di divertimenti con cavalli, cervi, capre, laghetto, mini-golf, trenino e pista di autocross. Alle 23 la sala stampa si trasferirà nella ex-casa colonica trasformata in gigantesco night dai fratelli Urbinati, due scaltri gestori democratici e di sinistra, per la «festa d’addio del giornalista comunista». Per lire 22 mila – promette il comitato organizzatore – si mangia, si beve, si balla. E si chiude con una gloriosa tradizione. Non fa una piega, del resto, il sillogismo di Pietro Spataro, il caposervizio politico dell’Unità che, pur essendo del No, è uno degli ideatori dei festeggiamenti: «Finisce il Pci, finisce il comunismo e quindi finisce anche la figura del giornalista comunista». [Leggi qui tutto l’articolo di Ceccarelli]  

L’oroscopo del Pds

• In un articolo non firmato di Repubblica si legge: «Il Pds nasce sotto lo stesso segno del Pci: l’Acquario, il segno che più di tutti gli altri è propenso alle svolte, alle innovazioni, anche se traumatiche. Innovatore è stato il vecchio partito di Gramsci e Togliatti nato nel ’21. Innovatore secondo gli astrologi sarà anche il Pds di Occhetto. I risultati, tuttavia, non si vedranno subito ma solo dopo prove lunghe e difficili. Lo testimonia l’effetto frenante di Saturno, che si trova a pochi gradi dal Sole del nuovo Pds, e quindi in congiunzione. Anche la posizione di Urano (pianeta dei cambiamenti) in Capricorno (segno governato dal severo Saturno) indica serie difficoltà all’inizio del cammino, che tuttavia potranno servire a irrobustire la Quercia. Infine, attenzione a Giove: la sua opposizione al Sole e a Saturno espone il Pds al rischio di frequenti esagerazioni e di reazioni scomposte». [Rep. 2/2/1991]  

Occhetto non raggiunge la maggioranza

• Un clamoroso colpo di scena scuote il neonato Pds: il fautore della svolta e traghettatore nel futuro, Achille Occhetto, a conclusione del congresso, per soli 10 voti non ottiene l’elezione a segretario del nuovo partito. L’articolo 32 dello Statuto del Pds prevede che per l’elezione del segretario sia necessaria la maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto, e non dei votanti come accadeva nel Pci. I membri del Consiglio nazionale (cioè gli aventi diritto) sono 547: la maggioranza assoluta è 274. Al voto però non hanno partecipato 132 persone. Hanno votato in 415: Occhetto ha ottenuto 264 voti favorevoli, dieci in meno del necessario. 102 i contrari, 41 gli astenuti, 6 schede bianche e due voti nulli. Occhetto dichiara: «Non mi ricandido, ma resto a disposizione del partito».  

Natta si ritira

• Poco prima del voto, Giglia Tedesco legge i 547 nomi della lista ma al momento di votare, da una delle primissime file si alza Arrigo Boldrini, vecchio capo partigiano, presidente dell’Anpi. Nella lista «non c’è il compagno Alessandro Natta. Voglio sapere il motivo. E voglio sapere se sono stati fatti tutti i tentativi per convincerlo ad accettare». L’ex segretario è seduto in mezzo alla sala. Alessandro Natta va al microfono e dice: «Ritengo di dover concludere la mia attività politica come impegno pieno e costante, durata 45 anni nel partito comunista. Al compagno Boldrini, voglio ricordare che non sono persona che si possa piegare alle pressioni. Ho deciso così e prego i compagni di non insistere». Stringendo la mano al senatore Maurizio Ferrara, Natta mormora: «Posso comprendere gli opportunismi nei giovani, ma non negli anziani».  

Il fornte del no non si esprime sulla mancata elezione

• I leader del fronte del no prendono tempo. Si dicono sconcertati e preoccupati dalla sconfitta di Occhetto ma evitano ogni commento, non vogliono pronunciarsi, non intendono spendere neanche una parola su possibili candidature alla segreteria. Con un costante ritornello, Ingrao e Bassolino, Tortorella e Magri, Chiarante e Angius chiedono una pausa di riflessione, sollecitano la maggioranza a discutere i motivi politici della sconfitta, invitano a una valutazione comune sugli sviluppi futuri. (...) Tortorella afferma di avere accolto con preoccupazione i risultati della votazione e nega che si possa parlare di franchi tiratori: «È stata un’elezione libera afferma e nel congresso si sono espresse liberamente le posizioni della maggioranza e della minoranza. Se ci sono stati dei voti contrari, parlerei di dissensi e di differenze, non li chiamerei franchi tiratori». A nome di tutti, Bassolino nega la tesi del complotto e sostiene che gli assenti hanno avuto un peso importante per questa mancata elezione. E, secondo Chiarante, il dissenso viene soprattutto dall’area riformista. [Rep. 5/2/1991]  

Occhetto e Johnni Walker

• Luca Telese: «Occhetto viene sorpreso dalle telecamere del Tg3, e da un inviato de La Stampa, Fabio Martini, mentre cerca di stordirsi (o di riprendersi) con un Johnnie Walker. Grida in faccia a Walter Veltroni: “Adesso trovatevi un altro segretario”, e si ritira a Capalbio, sotto la neve. Dice a tutti, e ha ragione, che quel killeraggio, è avvenuto non solo per le assenze». [lucatelese.com]

Occhetto è caduto per terra

• «Caro Pietro Ingrao, debbo ammettere, salvo prova del contrario nella quale peraltro continuo personalmente a sperare, che hai vinto tu. Un giorno ho scritto che tu sei un ayatollah. Lo confermo. Tu sei un uomo che crede, sei un uomo di fede. Il mio amico Indro Montanelli ama molto di più te che Napolitano, perché tu non fai politica ma predichi una religione, quale che essa sia. E quindi non disturberai mai il Potere costituito. E siccome io vorrei che questo pessimo Potere costituito fosse disturbato parecchio, per questo avrei voluto che tu fossi pienamente e clamorosamente sconfitto. Achille Occhetto somiglia un po’ a te e un po’ a Giorgio Napolitano. Ma tra due sedie, questa volta, è caduto per terra.» (Eugenio Scalfari su Repubblica) [Rep. 5/2/1991]  

Pds, Pci... non so come rispondere

• Si conclude così il primo giorno del partito democratico della sinistra, ma la mattina, al numero 9 di piazza Castello a Torino, sede provinciale dell’ex Pci, segretarie, dirigenti e centralinisti hanno fatto fatica ad adeguarsi al cambiamento. Di primo mattino infatti il telefonista risponde ancora: «Pronto, partito comunista». La forza dell’abitudine. A niente è servito il foglietto distribuito venerdì con le istruzioni per rispondere alle chiamate. Si consiglia: «Pronto, pds»; oppure: «pronto, federazione». «È una giornata strana. È difficile abituarsi. Già il fatto di dover cambiar la targa mi mette a disagio». Confessa Beppe Borgogno, responsabile del settore stampa e propaganda del partito. È toccato a lui, questa mattina, sostituire la quercia alla falce e martello nella targa che indica la sede del comitato provinciale e di quello regionale. Una targa provvisoria. Quella definitiva, d’ottone, arriverà alla fine della settimana. (...) Ma il lavoro di maquillage del nuovo partito non si limiterà a cambiare le targhe nelle porte dei comitati o delle sezioni che sono una sessantina in città, comprese le sedi delle unioni territoriali. Bisogna anche sostituire la carta da lettere, le insegne, le bandiere. Un lavoro che verrà equamente diviso fra Roma e le sedi periferiche ma che comunque farà uscire dalle casse del partito qualcosa come un paio di miliardi. «Entro una decina di giorni la sostituzione sarà completata», dice Borgogno. Poi ci saranno da sbrigare le pratiche per l’eredità. [Maurizio Tropeano, Sta. Se. 4/2/1991]  

Occhetto, segretario del Pds

• A Roma il Consiglio nazionale del Pds si riunisce per eleggere il segretario. Contrariamente alle dichiarazioni precedenti Occhetto è presente. Si è appena fatto due giorni nella sua cascina sul colle di Capalbio: «Mi metterò a disposizione del partito e valuterò le proposte che verranno» Con 376 sì sui 524 membri del Parlamentino del partito, 127 no, 17 astenuti e 4 schede bianche, Occhetto è il primo segretario del Pds. Raccoglie quasi il 72% dei consensi. Massimo D’Alema, numero due del partito e grande tessitore dietro le quinte, è l’artefice di questo secondo round vittorioso.
• Gli assenti alla votazione sono 23 ma sono tutti giustificati. Giglia Tedesco: «Hanno telefonato o mandato telegrammi per motivare la loro assenza. Erano malate Laura Conti, Katia Franci e Wanda Spoto. Per telefono l’ex capogruppo alla Camera Renato Zangheri e il sindaco di Bologna Renzo Imbeni hanno informato la presidenza che erano bloccati dalla neve sull’ autostrada. Zangheri è riuscito ad arrivare in tempo, Imbeni no. È arrivato troppo tardi anche Luigi Brillante, venuto da Francoforte». La presidente aveva appena annunciato la chiusura delle votazioni quando Brillante è entrato in sala: «Naturalmente il compagno non può votare, ma il suo ritardo è giustificato: lavora nell’emigrazione, veniva direttamente da Francoforte» [Giorgio Battistini e Stefano Marroni, Rep. 9 /2/1991].
• Commenti Claudio Petruccioli, amante come Occhetto della vela: «Abbiamo preso un colpo di vento, c’è stata una strambata, ma abbiamo subito rimesso la barca in linea di navigazione, sulla rotta giusta»; Giorgio Napolitano, il leader dei riformisti, ha voluto confermare che «il risultato della votazione ha costituito una piena conferma della limpidezza delle posizioni politiche assunte dalle diverse componenti del Pds nel dibattito sulla candidatura di Occhetto». Anche Antonio Bassolino era dalla parte di Occhetto: «Mi sembrava doveroso risolvere la crisi che si era aperta a Rimini, dare un segretario al partito perchè questa decisione rende più libera e più forte la discussione interna»; Nilde Iotti si è detta «contentissima del vasto consenso che ha raccolto il primo segretario dei democratici di sinistra» e poi ha esclamato: «Siamo fuori dal tunnel». C’è pure chi ha confermato il no ad Occhetto (circa il 30% del partito) ma non si è voluto  presentare un’altro candidato. Aldo Tortorella: «Il compito di presentare il candidato spetta alla maggioranza. La maggioranza esiste, è ampia e ha un proprio candidato naturale: era assurdo contrapporre qualche altro compagno». Gavino Angius, anch’egli oppositore della prima ora, ha poi giudicato sensate e molto giuste le cose dette da Occhetto, rilevando che questa è la vera conclusione del congresso: «Diciamo la verità è una conclusione scontata al di là delle differenze che c’erano, tanto è vero che con tutte le riserve che abbiamo avanzato sul piano politico non abbiamo presentato alcuna candidatura alternativa». Secondo Angius si tratta ora di «ripartire da questo voto, dal clima positivo in questo consiglio nazionale nel quale nessuno ha rinunciato alle proprie posizioni».
• Su proposta di Occhetto il Consiglio nazionale del Pds ha nominato la commissione che dovrà indicare una lista di candidati per i nuovi organismi dirigenti (direzione, presidenza del Cn). Della commissione fanno parte Nilde Iotti, Luciano Lama, Ugo Pecchioli, Massimo D’Alema, Gianni Pellicani, Giorgio Napolitano, Alfredo Reichlin, Michele Magno, Claudia Mancina, Tiziana Arista, Giglia Tedesco, Pietro Folena, Mauro Zani, Roberto Vitali, Vannino Chiti, Aldo Tortorella, Gavino Angius, Lucio Magri, Fulvia Bandoli, Antonio Bassolino, Marco Minniti, Paolo Flores d’ Arcais, Paola Gaiotti e Franco Bassanini.

Rodotà presidente del Pds

• Il giurista Stefano Rodotà viene eletto presidente del partito. 

Nasce Rifondazione comunista

• Dalla scissione del Pci nasce Rifondazione Comunista, il partito voluto da Armando Cossutta, Sergio Garavini, Lucio Libertini ed Ersilia Salvato.