Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  dicembre 13 Mercoledì calendario

• Roma 23 agosto 1924. Archiatra pontificio emerito. È stato medico di quattro Papi, in pensione (a 84 anni) dal giugno 2009. 

• «Per ventisei anni medico principale di Giovanni Paolo II, per quattro di Benedetto XVI e, prima, di Paolo VI (come secondo del dottor Mario Fontana) e di Giovanni Paolo I (...) Benedetto XVI gli ha concesso il titolo onorifico di “archiatra pontificio emerito” (tecnicamente il termine, oggi in disuso, significa “primo medico del Papa”) (...) Essere medico del Papa non è una professione qualunque. È un mestiere privilegiato ma dagli innumerevoli oneri. Quali? Ad esempio la riservatezza: quando la situazione si fa critica, quando le porte dell’appartamento papale si fanno invalicabili a motivo d’una malattia in qualche modo da celare ai media o addirittura a causa dell’agonia pre mortem dello stesso Pontefice, è lui, il medico principale, a instaurare con l’agonizzante un rapporto intimo e unico e quindi, a posteriori, a dover custodire i dettagli di questo rapporto. Dove sta il privilegio? Basti ricordare un episodio: quando Karol Wojtyla subì l’attentato da parte di Alì Agca, dovette sottoporsi a due interventi. Dopo il primo, un secondo, quello per chiudergli la colostomia. Il segretario di Stato vaticano convocò tutta l’équipe medica che aveva partecipato al primo intervento e comunicò a tutti che la seconda operazione l’avrebbe eseguita nuovamente il dottor Francesco Crucitti: “Sapeva che stava per entrare nella storia”, commentò qualche tempo dopo un suo collega “dai suoi occhi trapelava una felicità infinita, ma sorrideva dolcemente con l’umiltà e la serenità di sempre”. Quanto a Wojtyla, Buzzonetti ha rotto il silenzio (...) il 16 settembre del 2007 quando, in un’intervista a Repubblica, disse che, sì, effettivamente, Giovanni Paolo II pronunciò il pomeriggio del 2 aprile 2005, dunque a poche ore dalla morte, quella frase che alcuni interpretarono come la volontà, vista l’inutilità di ulteriori cure, di rinunzia alla vita: “Lasciatemi andare dal Signore”, disse il Papa a suor Tobiana. Ma quella frase, spiegò Buzzonetti, non fu un invito a staccare la spina – da giorni veniva nutrito mediante il posizionamento permanente di un sondino naso-gastrico –, quasi un’indiretta scelta di eutanasia ipotizzò qualcuno, quanto una “frase ascetica”, un’altissima forma di preghiera finale di un uomo che stava soffrendo tanto e che sentiva il forte desiderio di volersi avvicinar al Padre Celeste. È lì, negli ultimi momenti di vita del Pontefice, che la figura del principale medico papale diviene fondamentale. Seppure, spesso, la sua presenza non serva. Ne sanno qualcosa Benedetto XV (morì in soli quattro giorni per colpa di una polmonite) e Pio XI (morì per un attacco cardiaco). E ne sa qualcosa Giovanni Paolo I, il predecessore di Wojtyla. Morì all’improvviso nella notte. Erano passati soltanto 33 giorni dall’elezione. Fu Buzzonetti ad accorrere al capezzale del Pontefice. Ne constatò il decesso, avvenuto presumibilmente verso le 11 della sera, per “infarto acuto del miocardio”» (Paolo Rodari) [Rif 16/6/2009].