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 2017  dicembre 19 Martedì calendario

• Cassano Magnago (Varese) 19 settembre 1941. Politico. Presidente federale della Lega Nord (dal 2012). Già Segretario nazionale della Lega Lombarda (1984-1993) e Segretario federale della Lega Nord (1989-2012). Ministro per le Riforme nel Berlusconi II (2001-2004) e nel Berlusconi IV (2008-2011). Eletto per la prima volta al Senato nel 1987 (da allora è detto «il Senatùr»), poi sempre alla Camera (1992, 1994, 1996, 2001, 2008, 2013); è stato anche eurodeputato (1994, 1999, 2004). Dal primo matrimonio, con Gigliola Guidali, ha avuto il figlio Riccardo (1977), che ha fatto spesso parlare di sé; è attualmente sposato in seconde nozze con Manuela Marrone, dalla quale ha avuto i figli Renzo (1988), Roberto Libertà (1990), Eridano Sirio (1995).
Vita Figlio di un tessitore di Gallarate, il “primo” Bossi era «un piccolo teppista». Filippo Ceccarelli: «Una volta con la sua banda “pisciammo dentro il serbatoio” di un motorino, e poi gli danno fuoco. Correva forte. A 14 anni, dalle parti di Gallarate, incontra il velocista Ottolina e lo sfida: “Ero emozionato, scattai come una molla. Fino a 60 metri gli tenni testa, poi mi lasciò indietro. Mi diede cinque metri, non di più”. Chissà se è vero» (Filippo Ceccarelli, Sta. 12/3/2004)
• «Dopo il diploma di scuola superiore si è iscritto alla facoltà di Medicina dell’Università di Pavia, ma non ha completato gli studi. Ha fatto il muratore, ha lavorato in una lavanderia, ha suonato in un complesso rock, è stato dipendente dell’Automobile Club, scaricatore di frutta e verdura, assistente alla camera operatoria in un ospedale. Bossi è stato attratto dalla politica fin da giovanissimo, partecipando al movimento studentesco di sinistra durante il 1968. In seguito ha militato, in rapida successione: nel gruppo comunista Il Manifesto, nel partito di estrema sinistra Pdup, nell’associazione dei lavoratori cattolici di sinistra Arci, e nei Verdi. Nel 1979 ha incontrato Bruno Salvadori, leader dell’Unione Valdôtaine, il partito locale di maggioranza nella regione nord-occidentale della Val d’Aosta, e lo ha aiutato a diffondere nel Nord le idee autonomiste e federaliste. Nel 1984 ha fondato la Lega Lombarda, diventandone il segretario. Nel 1989 ha promosso l’unificazione del suo movimento con altri gruppi regionalisti nel Settentrione, formando la Lega Nord e assumendo la carica di segretario. Nel 1994 si è alleato con il partito di centrodestra di Berlusconi, per le elezioni della primavera, vinte da questa coalizione. Nel dicembre di quell’anno, però, è uscito dalla maggioranza, alleandosi con l’opposizione di centrosinistra e determinando, così, la caduta del primo governo Berlusconi» (da un rapporto della Cia).
• «È stato mio padre a mettermi in testa un sacco di cose. Era un tessitore di Gallarate e mi diceva sempre: qui c’è un sacco di gente, imprenditori, lavoratori, che non sono contenti, ma nessuno ha il coraggio di dire come stanno davvero le cose. Allora, alla fine degli anni ’70, quando mi sono trovato a fare politica, quelle cose le ho dette io». Pietrangelo Buttafuoco: «All’epoca non aveva ancora fondato la Lega, ma la Lega esisteva già, come sostiene lui con toni da scultore: a lui bastò levare la sovrastruttura che c’era attorno perché la creatura avesse forma» [Il Foglio 3/10/1998].
• «Fu un semplice trattino a fare nascere il 1° febbraio del 1991 la Lega Nord al congresso di Pieve Emanuele, alle porte di Milano. La Lega lombarda, la forza più grande dei vari movimenti autonomisti, viene di fatto affossata da Umberto Bossi con un colpo di mano e fatta rinascere. Da quel momento la Lega si chiamerà in successione Lega Lombarda-Lega Nord, Lega Nord-Lega Lombarda, Lega Nord-Padania, fino ad arrivare alla definizione attuale di Lega Nord per l’indipendenza della Padania. Sul nome, Bossi gioca a Pieve Emanuele la sua partita più complessa. Il suo oppositore interno, Franco Castellazzi, il numero due, voleva confinarlo al ruolo di segretario della Lega Nord, riservandosi il ruolo di segretario della Lega Lombarda, più potente. Un’inversione dell’ordine del giorno e l’unificazione dei nomi fa franare i sogni di Castellazzi. Inizia lì il suo progetto di scissione. Quasi ci riesce: “Castellazzi tentò di tutto e fu sul punto di sconfiggere Bossi, abbandonato dal ras della bergamasca Luigi Moretti e da molti consiglieri regionali lombardi”, ricorda Roberto Maroni ma la reazione del Senatùr fu micidiale. Il povero Moretti pianse per una notte poi abbandonò i cospiratori. Castellazzi fu espulso, nella Lega non ci si dimette, e Bossi divenne il padrone incontrastato. E lo è ancora. Giuseppe Leoni, architetto, uno dei veterani ricorda quei giorni: “Fu una tappa obbligata, mi ricordo i consigli federali in cui si santificava quello che voleva il capo. Il mio ruolo a quei tempi era di essere la sua ombra. Bossi era Merckx e io il gregario. Lui era un cannibale, nessuno degli altri aveva la sua statura”. Anche Vito Gnutti, un ministro leghista che uscì nel 1998 in contrasto con Bossi sugli eccessi secessionisti ricorda con entusiasmo quei tempi: “Di quegli anni ho ricordi ottimi, ci sembrava di cambiare il mondo. Quando uscii dalla Lega Bossi mi disse: ‘sei una testa di cazzo, non capisci niente’, ma di lui conservo un ricordo ottimo”. Il 5 aprile del 1992 Bossi raccoglie i primi frutti del suo impegno basato anche su 200-300 mila chilometri l’anno a bordo della Citroen Cx amaranto, di centinaia di comizi, di interminabili pranzi alle due di notte. Ma non c’è solo la base, a dare lustro e consistenza culturale arriva un illustre accademico, il professor Gianfranco Miglio, acclamatissimo. La Lega porta in Parlamento 80 tra deputati e senatori. I parlamentari leghisti calano a Roma inquadrati dal segretario amministrativo Sandro Patelli, quello poi dei duecento milioni di tangenti, il “pirla”, che alza un ombrello per guidare la truppa. Si avvera la previsione di Bossi fatta bevendo un chinotto nell’87: “Saremo il primo partito della Lombardia alle regionali, avremo 80 deputati alle politiche e poi il sindaco di Milano”» [Rep. 12/2/2006]. Il 5 aprile 1992 la Lega conquistò 80 seggi tra Camera e Senato.
• Alle politiche del ’94 nacque l’alleanza con Silvio Berlusconi. Risultato: 180 parlamentari, Irene Pivetti presidente della Camera, cinque ministri (Maroni all’Interno e alla Vicepresidenza del Consiglio, Gnutti all’Industria, Pagliarini al Bilancio, Speroni alle Riforme istituzionali, Comino al Coordinamento delle politiche europee). A dicembre dello stesso anno, contrario a provvedimenti che colpissero le pensioni e deluso dal poco impegno della coalizione sul federalismo, provocò il “ribaltone”: con una conversione a sinistra, il Senatùr sponsorizzò il governo Dini nato sotto la benedizione del presidente Scalfaro. Passalacqua: «Luigi Negri segretario della Lega lombarda organizza la scissione su posizioni filo berlusconiane, molti parlamentari e senatori lo seguono accusando Bossi di filo comunismo. Per la seconda volta la Lega perde i pezzi ma il Senatùr è un osso durissimo. La base dei duri e puri è con lui».
• Da sola alle elezioni del 1996, nel 2001 la Lega tornò al governo insieme a Berlusconi (definito da Bossi, negli anni della rottura, «un brutto mafioso che guadagna i soldi con l’eroina e la cocaina» ecc.), rivelandosi uno dei punti di forza del Cavaliere anche nelle battaglie interne al Polo: Udc e An lo hanno sempre vissuto come un alleato di cui non fidarsi, un corpo estraneo.
• L’11 marzo 2004 fu vittima di una crisi cardiaca: la moglie Manuela Marrone raccontò che alle 6.30 si era alzato di botto, «non riusciva a smettere di tossire, ha creduto di avere un accesso di bronchite e mi ha chiesto di chiamare un’ambulanza...». Si salvò solo grazie al pronto intervento dei medici del piccolo ospedale di Cittiglio, pochi chilometri da Gemonio (dove il leader della Lega vive). Attilio Fontana, presidente del Consiglio regionale della Lombardia, disse che era un segno del destino: «Per tenere aperto quell’ospedale abbiamo fatto una battaglia durissima come Lega Nord: verso la fine degli anni Novanta lo volevano chiudere, ma noi abbiamo tenuto duro e ora in quell’ospedale hanno salvato l’Umberto». Il Senatùr deve la vita anche alla neve, che costrinse l’ambulanza a portarlo all’ospedale più vicino: «Se avessero preso per Varese, sarebbe arrivato morto», commentò Roberto Calderoli.
• Il cuore di Bossi era a rischio dal ’91, quando aveva avuto un’ischemia. Poi c’erano stati un malore nel ’96, qualche disturbo nel 2001. «Io prima ero una belva, un motore a scoppio che andava sempre, potevo stare una settimana senza dormire; giravo tutte le piazze del Nord Italia senza mai fermarmi, ero capace di andare a Pordenone e tornare di notte in macchina da solo, in automatico. Quando eravamo sotto elezioni, poi, scrivevo tutto il giornale da solo in due giorni. Queste cose non le posso fare più».
• Subito dopo l’ictus, il partito sostituì Bossi con un quadrumvirato formato da Maroni, Roberto Castelli, Calderoli e Giancarlo Giorgetti: «Ho detto subito: forse è il caso che vi pigliate un altro segretario. Ma mi hanno tirato via dall’ospedale e costretto a venir via con loro». Nel 2005, a poche settimane dalla fine della legislatura, riuscì a far approvare definitivamente – dopo due letture a Montecitorio e due a Palazzo Madama – una riforma della Costituzione in senso federalista (più poteri alle Regioni, Camera con funzioni diverse dal Senato ecc.) poi bocciata in un referendum confermativo (per la prima volta dopo molti anni andò a votare più del 50 per cento degli italiani, più del 60 per cento di questi votò no). Tornato all’opposizione, ha fatto discutere invitando allo sciopero fiscale (o almeno delle lotterie), alla “guerra di liberazione” («se non si può cambiare la Costituzione, visto che abbiamo perso ogni barlume di lucidità democratica, allora la nostra libertà bisogna raggiungerla non in Parlamento ma con la lotta di liberazione e uomini pronti a lanciarsi nel sacrificio»), alla rivoluzione («se non si va al voto, andiamo a Roma e facciamo la rivoluzione. Ci mancano un po’ di armi, ma le troveremo...») ecc. Michele Serra: «Se l’Umberto ogni tanto ulula ancora alla luna è solo per lo spettacolo. Per illudersi e illudere quel poco che rimane del suo zoccolo duro».
• Di nuovo ministro nel Berlusconi IV (2008-2011), alla soglia dei 70 anni pareva ormai al crepuscolo. Ilvo Diamanti: «La malattia l’ha segnato profondamente. Anche se i segni del male e della sofferenza, esibiti apertamente e senza timidezza, hanno, per certi versi, rafforzato il carisma del Capo» [Rep. 20/8/2011].
• Col passare del tempo la debolezza del corpo è diventata sempre più un limite per il Senatùr. Diamanti: «All’esterno, perché Bossi insiste ad atteggiarsi come un tempo. Come se nulla fosse cambiato. La stessa canotta d’antan. E poi gli sfottò, le pernacchie, il dito levato. Come se fosse lo stesso degli anni Ottanta e Novanta. Ma non lo è più. Così, però, rischia di apparire patetico. Il peggio che possa capitare a un Barbaro orgoglioso come lui. Inoltre, su di lui pesano i segni, più che i sospetti, dell’omologazione ai vizi della politica politicante. L’impressione di essere sensibile ai (e condizionato dai) consigli di un circolo esclusivo e ristretto di dirigenti (e di parenti). Per non parlare del “familismo”, visto che il suo portavoce pare essere divenuto il figlio Renzo».
• Tre giorni prima del settantesimo compleanno, alle sorgenti del Po, Bossi parve incoronare come suo successore Renzo detto Trota (così lo ribattezzò la volta che gli chiesero se era il suo delfino). Negli stessi giorni la moglie Manuela fu oggetto di un articolo di Panorama dal titolo «Lady B, imperatrice della Padania». Paola Setti: «“La verità è che più l’Umberto invecchia, più la moglie lo influenza” rimbalzavano le voci, rigorosamente anonime. Raccontano di quella sfuriata che lei avrebbe fatto al marito una sera di agosto: “Devi sbatterli fuori tutti! Tutti! A cominciare da Maroni! E poi Fontana e Tosi e anche Giorgetti! Ti stanno tradendo!”» [Gior. 16/9/2011]
• Caduto il Berlusconi IV (12 novembre 2011), Bossi annunciò che la Lega sarebbe andata all’opposizione («Come si fa a sostenere un governo che farà portare via tutto, che privatizzerà le municipalizzate?»), anche a costo di rompere con Berlusconi («vedremo»). Subito dopo alzò il livello dello scontro con Maroni vietando la sua presenza a tutti gli incontri pubblici di partito (risposta dell’ex ministro dell’Interno: «Sono stupefatto, mi viene da vomitare. Qualcuno vuole cacciarmi dalla Lega, ma io non mollo. Sono pronto ad andare alla conta»). Bastò un giorno perché la rivolta della base costringesse il Senatùr al dietrofront («Bossi ha dovuto ritirare una fatwa incomprensibile», sintetizzò il rivale). Il 25 gennaio 2012 il maroniano Gianpaolo Dozzo divenne capogruppo alla Camera al posto del bossiano Marco Reguzzoni.
• Nel marzo 2012, attraverso un’operazione congiunta tra le procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria, il tesoriere della Lega Francesco Belsito fu indagato per le ipotesi di reato di appropriazione indebita e truffa aggravata ai danni dello Stato, in relazione ai finanziamenti pubblici che la Lega aveva ottenuto come rimborsi elettorali, e che sarebbero stati usati dalla famiglia del segretario Umberto Bossi (particolarmente ricorrente, nelle carte, il nome del figlio Renzo): centinaia di migliaia di euro sperperati per «sostenere le spese private», auto, case, viaggi, feste, lauree, multe, avvocati. Travolto dal ciclone giudiziario, il 5 aprile 2012 Bossi si dimise da segretario della Lega. Commosso, il Senatùr dichiarò: «Lascio per il bene del movimento e dei militanti, e perché c’è di mezzo la mia famiglia. Chi sbaglia deve pagare, qualunque sia il cognome che eventualmente porti». Bossi fu contestualmente nominato Presidente federale del partito, e sostituito al vertice della Lega da un triumvirato composto da Roberto Maroni, Roberto Calderoli e Manuela Dal Lago, incaricato di guidare il partito fino al congresso; quale nuovo tesoriere fu nominato Stefano Stefani. Il 9 aprile anche Renzo Bossi rassegnò le dimissioni, dal Consiglio regionale della Lombardia: «Ritorno tra i ranghi per evitare che a pagare le conseguenze dell’attacco incrociato sia l’intero movimento e soprattutto mio padre. Da lui ho sempre preso esempio, nella vita e in politica, cercando di mutuare nel quotidiano i valori con cui ci ha cresciuti: rispetto, morale e coerenza» (Claudio Del Frate) [CdS 10/4/2012]. Ida Mauri, madre di Umberto Bossi: «Umberto ha fatto bene a dimettersi, a tutti gli altri gli interessa solo la cadrega. Lui fa bene a starne fuori, ché c’ha già la sua età. I soldi rubati? Prima di parlare bisogna essere sicuri. I miei figli quella mano non ce l’hanno» [CdS 15/4/2012].
• Il 10 aprile 2012 la «notte delle scope», organizzata da Roberto Maroni a Bergamo per proclamare anche simbolicamente, imbracciando scope verdi, l’operazione di pulizia del partito dagli scandali e dai profittatori. «Lo psicodramma che va in scena alla fiera di Bergamo parte nel nervosismo. Nelle intenzioni dei promotori, la notte deve sancire la definitiva incoronazione di Roberto Maroni a leader della Lega di domani. Ma (…) i contestatori che si dicono bossiani interrompono il leader in pectore con frequenti esplosioni di fischi. Ma nel salone bergamasco, persino il “Capo” – che giganteggia come una figura tragica nell’autocritica sui figli “i danni sono stati fatti da quelli che portano il mio cognome. Mi dispiace enormemente” – raccoglie una triplice razione di contestazioni: quando nomina Renzo, quando tenta di raccontare come Francesco Belsito è arrivato in Lega, “portato da un ottimo amministratore come Balocchi”, il predecessore del tesoriere indagato, quando parla di “complotti” dei magistrati. Per tutta la serata, i cori “Maroni, Maroni” si contrappongono a quelli “Bossi, Bossi”. Ma il leader chiude la serata proprio mentre i sostenitori inneggiano al suo nome: lui li interrompe cambiando il coro in “Lega, Lega”. Una volta di più. Da vecchio leone, sia pure in una giornata di fiele» (Cremonesi) [11/4/2012].
• Tra il 30 giugno e il 1° luglio 2012, ad Assago (Milano) si è tenuto il V Congresso federale della Lega Nord, che ha eletto per alzata di mano nuovo Segretario federale del partito Roberto Maroni. Sul palco Umberto Bossi, dopo aver attaccato la magistratura («se siamo qui a fare questo congresso è per colpa sua») e «quelli che agitano le scope» (alludendo in particolare a Flavio Tosi), ha citato in lacrime, prima del voto, la parabola di Salomone: «Non sapeva decidere di quale delle due madri è il bambino, e allora dice alle guardie di tagliarlo a metà. La vera madre, per salvarlo, dice che il bambino è dell’altra. Questo è quello che ho fatto io... il bambino è suo» (indicando Maroni) [Cds 2/7/2012].
• Il 13 luglio 2012 una circolare inviata dal quartier generale della Lega Nord alle segreterie del partito ha sancito l’eliminazione dal simbolo elettorale del nome «Bossi», rimpiazzato (sempre ai piedi di Alberto da Giussano) dal termine «Padania», ufficialmente allo scopo di evitare che, una volta alle urne, gli elettori possano confondere il simbolo della Lega con quello di liste civetta, come già accaduto in occasione delle Politiche 2006. Due giorni dopo, il 15 luglio, Umberto Bossi, a Trescore Cremasco per un comizio, fu visto cenare da solo, perché non si era presentato nessuno dei notabili del partito e delle personalità locali invitate. «Se n’è accorto, eccome, l’Umberto: “La gente mi ha voltato le spalle, non è venuto nessuno. (…) È giusto così, capirò chi sono i leccaculo e chi veramente mi segue”. Sorride, ma gela le signorine in monospalla nero e lanterna in mano pronte a sfilare sul palco: “Madonna, siete già venute al mio funerale?”. È l’estate dell’amarezza» (Elsa Muschella) [CdS 17/7/2012].
• A fine 2012 si parlò di un suo pellegrinaggio al Santuario di Medjugorie (Bosnia-Erzegovina). «Dal dio Po a Medjugorje, il crepuscolo di Umberto Bossi assume un risvolto religioso. L’avvicinamento alla fede per l’ex “barbaro” di Gemonio è iniziato da tempo, approfondito con le amarezze personali, le umiliazioni giudiziarie, l’esilio dalla Lega. (…) Chi lo frequenta parla di un uomo solo, profondamente depresso, che, senza voce nella Lega, suo unico interesse da 30 anni a questa parte, cerca punti di riferimento altrove» (Paolo Bracalini) [il Giornale 23/11/2012].
• Il 29 aprile 2013, in occasione del primo voto di fiducia della Camera per il neonato governo Letta, i deputati leghisti si astennero, mentre Bossi espresse voto contrario. «Letta termina il discorso e già Umberto Bossi bofonchia: “È un libro dei sogni. I soldi dove li trova?”» (Francesco Grignetti) [La Stampa 30/4/2013].
• Alle Amministrative 2013 (26 e 27 maggio), pessimo risultato della Lega. Umberto Bossi attaccò Roberto Maroni: «Uno non può fare tutto», con riferimento al suo doppio ruolo di segretario e governatore lombardo, in relazione al quale l’aveva già definito uno che «ha il culo largo per stare su più poltrone».
• In seguito a ciò, l’idea di ricandidarsi alla segreteria della Lega, in forte polemica con la gestione di Maroni. «Devo ricostruire la Lega, l’hanno distrutta. (…) Posso e devo pensare alla Lega, me lo chiedono tutti. Aspetto il Congresso, mi candiderò prima che non ne rimanga più nulla. (…) Maroni non è riconosciuto come capo. Ha trasformato i nostri ideali in burocrazia, e poi la macroregione è un progetto irrealizzabile. (…) Maroni ha troppe poltrone e si dimentica delle cose. Io, la base, non l’ho mai abbandonata. C’è ancora tutta e aspetta che torniamo a essere la loro Lega. (…) Io alla Lega ho dato la vita e continuerò a farlo. Io sono pronto» (Davide De Vecchi) [il Fatto Quotidiano 31/5/2013]. «Mi fa rabbia che Maroni cancelli la Padania e si rammollisca con “Prima il Nord” proprio quando era maturo il tempo di farci forza del diritto internazionale. Nell’Europa in crisi torna attuale l’indipendenza dei popoli attraverso i referendum, come in Scozia e in Catalogna. Superando la fase del federalismo. Lo faremo anche in Padania. Lui non ha i nostri ideali. Quando uno tradisce una volta – e Maroni quando ruppi con Berlusconi nel 1994 gli sedeva di fianco, si opponeva – poi tradisce sempre. (…) Io sarei stato dell’idea di non fare nessuna battaglia, ma a furia di buttare fuori gente e tradire gli ideali della Lega la pressione su di me s’è fatta irresistibile. Devo per forza rimettermi alla guida del partito. (…) Stavolta mi hanno fatto davvero incazzare. Il capo della Lega resto io» (Gad Lerner) [la Repubblica 4/6/2013]. Alle dure reazioni di Maroni («Verrà adottato il pugno di ferro contro chi critica la linea ufficiale, indipendentemente dal nome che porta e dal passato che rappresenta») e dei suoi, giunti persino a richiederne l’espulsione (Fabio Rainieri, segretario leghista dell’Emilia: «Dice cose che non stanno né in cielo né in terra, tipo che Maroni è un traditore. Quando era segretario lui uno così sarebbe stato espulso, lo stesso trattamento gli deve essere riservato»), replicò a suon di pernacchie: «Io sono uno che resiste. Anche perché poi come si fa a presentarsi in Veneto, Piemonte o Lombardia? Non mi preoccupo se Maroni vuole cacciarmi, sono superiore a queste beghe e non siamo padre e figlio» (Del Frate) [Cds 19/6/2013].
• L’apice dello scontro è stato toccato il 30 giugno 2013, alla Festa della Lega di Spirano (Bergamo), quando le ennesime esternazioni caustiche di Umberto Bossi hanno suscitato la dura reprimenda di Roberto Calderoli, da sempre bossiano di ferro. «Uno psicodramma collettivo e senza precedenti, in cui ad azzannare la Lega è il suo stesso padre. Ad ogni uscita pubblica, Bossi spara a canne mozze contro il nuovo corso leghista: “Siete finiti”, “partito di cravattari”, “traditori della base”. Senza mai scordarsi di far risuonare il vecchio urlo, “Padania libera” irridendo di fronte a tutti il più composto “Prima il Nord”. Ai dirigenti presenti, tocca rispondere. Dare sulla voce a chi per trent’anni è stato “il Capo”, il Tutto, la Lega stessa. (…) Forse soltanto Calderoli, l’uomo a cui bastò una telefonata del Capo per interrompere il viaggio di nozze, l’interprete ingegnoso delle mille malizie tattiche bossiane, poteva togliere la parola e rispondere a muso duro a Bossi: “Avevi detto che non volevi fare come Salomone che rischiava di dover tagliare il bambino in due. Ma con quello che dici ogni giorno su Maroni, qui tagli il partito a pezzi con lo spadone”. Il fatto è che non si tratta soltanto di un problema umano. (…) Il problema è politico. (…) La soluzione, per ora, cerca di tratteggiarla lo stesso Calderoli: “Al congresso del prossimo febbraio bisognerà trovare come nuovo segretario un giovane che goda della stima sia di Maroni che di Bossi. Altrimenti, qui, andiamo tutti a sbattere”» (Cremonesi) [CdS 3/7/2013].
• «Tosi candidato alla premiership del centrodestra? Mi fa ridere. Andrebbe bene solo perché così se ne andrebbe fuori dalle scatole dalla Lega. Alle primarie del centrodestra, tra lui e Marina Berlusconi voterei Marina» [CdS 16/8/2013].
• «I suoi tempi sembrano essere stati cancellati da molti di quelli che si dichiaravano fedeli colonnelli. Bossi, che cos’è l’ingratitudine? “Posso dirle che cosa è la gratitudine: è la qualità del giorno prima. Quando non hai più il potere di metterli in lista, ti voltano le spalle. È avvenuto così”. Com’è la sua vita oggi, onorevole Bossi? “Vado alle feste della Lega, e soprattutto c’è tanta gente che viene a casa mia. Vengono a chiedermi aiuto, posti di lavoro. Per molti sono rimasto l’ultima possibilità. (…) La mia gente non mi ha mai deluso”. Chi l’ha delusa? “La storia. Avevo sempre messo in programma che ci avrebbero attaccati pesantemente. Roma, i poteri forti... Il sistema non voleva la nostra libertà. Prevedevo che sarebbe finita così”» (Michele Brambilla) [La Stampa 13/9/2013].
La seconda moglie, Manuela Marrone, è per lui «la donna che, se Bossi fosse una rockstar, i biografi definirebbero una milestone, una pietra miliare. Lo conobbe nel 1982. Fu lei a offrire un tetto a quel lungagnone spiantato e stravagante che la stordiva di parole. Lo accolse nel suo monolocale a Varese, dove insegnava dalle suore del Collegio Sant’Ambrogio (anche le sue tre sorelle sono diventate insegnanti). In quel buco di 40 metri quadrati, prima sede ufficiosa della Lega lombarda, scrisse con lui i manifesti e i volantini da distribuire tra Pontida e le valli, ai tempi in cui il moroso era tenuto d’occhio dalla Digos. Nel 1987 fu consigliere provinciale: delusa, non ripeté l’esperienza. Con la Lega vincente, poi al governo con Berlusconi, era già tornata alla famiglia. “Sono una mamma militante”, disse in una rara intervista. Vita politica ridotta al minimo (ma anche prima, ai raduni, niente riflettori, né camicie verdi né parolacce). All’apice dell’ascesa leghista, nel 1993 divenne sindaco di Milano un ex funzionario regionale, Marco Formentini, in età da pensione. Un giorno la moglie Augusta, detta la First Sciura, che poi si sarebbe vantata di aver convinto l’Umberto mangiapreti a sposare la cattolica Manuela (li sposò proprio il sindaco nel 1994, dopo 12 anni nel peccato), le propose un concerto alla Scala, dove Manuela non era mai stata: “Mi piacerebbe tanto”, disse, “ma non ho nessuno che mi tenga i bambini”. A tutt’oggi, il modello familiare del Senatùr esclude l’aiuto domestico: “è sbagliatissimo”, ha dichiarato, “il sistema famiglia basato sulle colf. I figli hanno le braccia e si danno da fare”. Ancora adesso a Gemonio la signora Bossi fa la spesa tra il mercoledì e il giovedì, macellaio e fruttivendolo. Ogni mezzogiorno Sara, la fornaia, consegna a casa del ministro cinque panini. Una delle poche volte che la signora fu avvistata a Milano (dov’è nata, di madre milanese e padre siciliano) fu in occasione dell’apertura del nuovo Piccolo Teatro. Davano Pierino e il lupo di Prokofiev. I due figli colpirono i presenti per la loro buona educazione. Segno che una brava madre sa imporsi anche al più longobardo dei longobardi» (Enrico Arosio).
Critica «Bossi è così: immerso in fantasie “salgariane e adolescenziali”, secondo quanto disse di lui Beniamino Andreatta, oppure capace di prospettare cospirazioni della massoneria mondiale, insieme con la finanza plutocratica, i servizi deviati, la Cia e il Kgb, come ridacchiava Gianfranco Miglio, suo ripudiato maestro di politica e antropologia. D’altra parte, l’Umberto è poliedrico, eclettico, infinitamente versatile: nessuno può dire chi è veramente il Senatùr, qual è la sua identità segreta e definitiva. È il cantante che nel 1961 partecipò con lo pseudonimo di Donato al Festival delle voci nuove di Castrocaro? È l’uomo delle tre feste di laurea senza laurea, nel travolgente ritratto di Gian Antonio Stella? È il grande improvvisatore che in uno scompartimento ferroviario racconta a Giorgio Bocca di aver fatto parte di un’équipe di chirurgia cardiaca specializzata in interventi “alle alte temperature”, grazie alle sue conoscenze di elettromeccanica? O piuttosto è lo strepitoso autore di invenzioni politiche che si sono assicurate un posto in prima fila nel panorama politico nazionale, come la secessione, il federalismo, il ribaltone?» (Edmondo Berselli) • Giorgio Bocca: «Quando nel 1992 entrai nella sua anticamera, in via Arbe, c’erano quelli di Time ancora sbalorditi. Li aveva ricevuti in un abito nocciola a quadrettini e una cravatta a fiori. Molto soddisfatto. Sei anni prima friggeva le patate nelle feste di paese e andava ad attaccar manifesti della Lega di notte. Ed ora ecco arrivare gli inviati dei più famosi giornali del mondo per capire se questo tipo occhialuto, nasuto, scarruffato è un nuovo dittatore o un innocuo federalista come dice di essere. E invece è un’altra cosa ancora, un casciabal con il fiuto per la politica. È il mio turno, si toglie la giacca e la cravatta e mentre io tiro fuori carta e penna è già partito per le sue favolose memorie: “Ma come, non sai che sono un elettromedico? Io se vuoi ti fabbrico un laser. Ero nell’équipe del professor Zuffi all’ospedale di Varese, quello dei trapianti di cuore, studiavamo il cuore alle alte temperature. Non volevo entrare in politica, ma quando tu capisci una cosa, ne sei certo, come fai a piantarla? Noi avevamo capito che il centralismo politico era in crisi, che era basato su un automatismo fasullo: se hai i soldi comperi il consenso, se hai il consenso vinci le elezioni e ottieni il potere, se hai il potere trovi nuovo denaro. Un circolo magico, infallibile e invece è bastato mettere un bastone in quell’ingranaggio per farlo saltare”. E in questo diceva il vero. Anche allora la Lega politicamente era poca cosa, fuori del potere economico, fuori dalla cultura ma per il semplice fatto di esistere, di togliere voti ai partiti storici: democristiano, socialista, comunista, faceva cadere il principio della loro necessità, diceva che il re della partitocrazia era nudo, suggeriva al Cavaliere di Arcore, che di soldi ne aveva e molti, come arrivare al potere. Era presuntuoso e ambizioso il giovanotto nasuto e scarruffato, non voleva aiuti di concorrenti, non voleva dare contenuti seri al suo vago lombardismo. Contarono anche le qualità istrioniche dell’uomo, la voce cavernosa, il brutto che piace alle donne, il parlar chiaro, blasfemo, irridente, il genio della battuta: “Giulio Andreotti? L’unico gobbo che porta sfortuna”, “Roma ladrona”, “Napoletani, basta lamenti, ditecelo voi che cosa possiamo fare per voi”. Inventava poco la Lega, parlava a vanvera il suo leader nasuto, ma coglieva anche delle verità: “Parlate sempre di mutamento e poi vi stupite che gli unici che hanno cambiato veramente qualcosa trovino consensi?”. Erano una banda sgangherata quelli della Lega ma la partitocrazia era un edificio marcio che aspettava solo per cadere qualcuno che le desse una spinta. E venne giù, si frammentò la “balena bianca” democristiana, scomparve il socialismo craxiano dei congressi e dei garofani, incominciò l’avventura berlusconiana di Forza Italia» [Rep. 12/3/2004].
«Scenari incredibili. Il rito dell’ampolla, sul Monviso, l’acqua del Po raccolta con una specie di preghiera druidica. Il catamarano. I gazebo “della libertà”. Il muro intorno alla villetta di Gemonio, forse abusivo, forse no. Le nottate negli hotel di Ponte di Legno. Foto in piscina di lui che palpa una signorina. Ma anche le passeggiate con il codazzo a Montecitorio, a Roma ladrona. Pare di rivederlo una volta in un angolo di penombra, con Bettino Craxi ormai alla fine, e il leader socialista si commosse, a sorpresa, e anche Bossi ne fu turbato. Quanti ricordi buffi, anche, e grotteschi. Le sparate insurrezionali bergamasche; le falloforie contro la povera Margherita Boniver (“Ah, bonassa!”); la proposta di macellare sul posto la mucca Ercolina, per farne bistecche. Spezzoni di tg, di Porta a porta e di altri talk-show. In canotta “popolana”, su una spiaggia della Sardegna, mentre con un bastoncino disegna strani piani, stranissimi geroglifici sulla sabbia. E poi nel parco di Arcore, con Berlusconi che lo chiama “Umbertone” e gli mette la mano sulla spalla. E scherzano, i due, su un certo pigiama. Esagerato, grossolano, efficacissimo: le virtù politiche di questo tempo» (Filippo Ceccarelli).
• «Le ha sempre sparate grosse. Una volta lo registrarono mentre diceva ad Alberto Mazzonetto, il segretario provinciale della Lega di Venezia che era intercettato: “Avremo tutti il mitragliatore in mano, sarà una soddisfazione enorme portarmene all’altro mondo il più possibile di questa merda vivente”. Un’altra ringhiò: “La mia donna e i miei figli devono sentire l’odore della polvere da sparo”. Un’altra ancora: “Noi i fascisti di Gianfranco Fini li attaccheremo sempre: li teniamo sotto il tiro del nostro Winchester”. E via così, a seconda dei nemici del momento: “L’esercito albanese ha lasciato le caserme e le armi incustodite. Se capitasse in Italia noi sapremmo cosa farne”; “Berlusconi vorrebbe vedermi ma se mi telefona gli faccio sentire il rumore del rullo del revolver”. A chi gli rinfacciava di essere un cattivo maestro, tuttavia, ha sempre risposto che neppure l’assalto al campanile di San Marco del 1997 era riconducibile a lui, che anzi lesse sulle prime l’episodio come “una cosa che puzza di servizi”. A un congresso al Palavobis, appioppò a Stefano Galli, il segretario di Como autore d’una mozione sul “diritto alla legittima difesa”, una pubblica bacchettata: “Il nostro fratello padano, certamente in buona fede, confonde l’amore per la Padania con qualcosa d’altro. Noi non siamo nazionalisti: siamo patrioti. Noi siamo per l’amoooore! La violenza la lasciamo allo Stato italiano! Siamo gandhiani. Ué, bestia, hai capito?”. Quando si vantò d’aver fermato lui “trecentomila bergamaschi che stavano per ribellarsi con le armi allo Stato”, Stefano Benni lo prese per i fondelli con una poesiola: “Eran trecentomila bergamaschi con fucili e cannoni / o forse eran tremila armati di forconi. / O forse eran cinquanta / ultrà dell’Atalanta. / Vabbè ero io da solo / però avevo un punteruolo”» (Gian Antonio Stella).
• «Ai nostri onorevoli la fantasia non difetta. Prendete il fondatore della Lega Nord Umberto Bossi, senatore, deputato e ministro. Varcando nel 1987 il portone di palazzo Madama, allora novizio, si dichiarò “imprenditore”. Traslocando alla Camera, la sua professione divenne quella di “tecnico elettronico applicato alla medicina”. Finché oggi, a metamorfosi completata, sintetizza così le sue note caratteristiche: “Liceo scientifico, giornalista”» (Sergio Rizzo) [CdS 30/3/2013].
• Vizi «Fumavo due pacchetti di sigarette al giorno. Adesso fumo il toscano. Alcol no, sono astemio, ho sempre bevuto solo Coca-Cola: zucchero e caffeina ti danno energia».
• «A me i negri stanno simpatici. Loro non possono egemonizzarci. I meridionali sì, perché hanno in mano lo Stato» [la Repubblica 2/9/1988]. «Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo» [26/7/1997]. «I musulmani possono avere quattro mogli: e dove le mettiamo le suocere?» [CdS 14/2/1999]. «Siamo di fronte ad uno scontro tra modelli: Halloween o la Befana, Mc Donald’s o la polenta. (…) I padani hanno lavorato la terra per migliaia di anni, mica per darla a Bingo Bongo o al primo cinese di turno» [CdS 2/7/2003]. «Silvio, te l’avevo detto che ce l’abbiamo duro, ed è per questo che qui oggi è pieno di donne!» [21/10/2006]. «Si va al voto, oppure facciamo la rivoluzione. Facciamo la lotta di liberazione. Ci mancano un po’ di armi, ma le troviamo» [Rainews24 23/1/2008]. «È chiaro che le banche più grosse del Nord avranno uomini nostri a ogni livello. La gente ci dice “prendetevi le banche”, e noi lo faremo» [la Repubblica 14/4/2010]. «A Brunetta ho detto: “Nano di Venezia, non rompere i coglioni”» [Ansa 16/8/2011].
• Il 26 settembre 2010, quando era Ministro delle Riforme, una sua battuta in pubblico, «Basta con la sigla SPQR, “Senatus populusque romanus”: io dico “Sono porci questi romani”», suscitò l’indignazione di larga parte del mondo politico, e in particolare di Gianni Alemanno, allora sindaco di Roma («Questa volta Bossi ha veramente superato il segno»), e di Renata Polverini, allora Presidente della Regione Lazio («Una battuta volgare che male si addice a un Ministro della Repubblica»), entrambi del Pdl. Dopo un crescendo di polemiche, tutto si risolse, almeno all’interno del centrodestra, il 5 ottobre, con un pranzo imbandito in Piazza Montecitorio a Roma, in cui Alemanno, la Polverini, Bossi e altri dirigenti politici di Pdl e Lega gustarono piatti (rigatoni alla vaccinara, trippa alla romana, cicoria ripassata, polenta al ragù) e vini (lambrusco, vino dei Castelli) tipici delle due tradizioni gastronomiche, lombarda e romana. «Caldo e cielo azzurrissimo per il pasto della riconciliazione. Bossi sorride, “Ma sì, pace fatta”. Alemanno esulta: “Lo strappo è ricucito, ci siamo ritrovati sul sentirsi italiani”. Intorno brindano e urlano. Renata Polverini, presidente della Regione Lazio, tiene il Senatùr sottobraccio e lo imbocca pure se serve. Lui lascia fare» (Claudia Voltattorni) [CdS 7/10/2010].
• Tifo Da bambino era interista «perché era l’Inter che vinceva tutto. Ma ora a casa siamo milanisti. L’Inter mi sembra una squadra poco seria...» (nel 2007).