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 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

Bomba (Chieti) 10 giugno 1949. Sindacalista. Segretario della Cisl per tre mandati (dal 27 aprile 2006) si dimette il 24 settembre del 2014, lasciando il posto ad Annamaria Furlan. «Io non m’impressiono facilmente. Vengo dagli edili. E lì, nei cantieri, volavano i mattoni…».
Vita «Dantoniano un tempo, poi vicino alla Margherita per via di Franco Marini. Uomo spigoloso e diffidente, poco noto fuori dal sindacato, nonostante i forti legami personali con alcuni settori imprenditoriali, così come tra i partiti del centrodestra» (Roberto Mania, al momento dell’elezione).
• «Ventenne, aveva trovato lavoro come magazziniere in un cantiere edile della Val di Sangro. Figlio del popolarissimo segretario del Pci di Bomba, il paesello natio in provincia di Chieti, il giovane Bonanni si era iscritto alla Cgil. Nominato delegato sindacale, lesto aveva capito come arringare i muratori fosse meno faticoso che impilare mattoni. Così, s’era offerto come sindacalista a tempo pieno. Incassato un secco rifiuto dalla Cgil, aveva fatto spallucce ed era scomparso. Per riapparire d’incanto nei ranghi della Cisl a Palermo, dove Sergio D’Antoni faceva il bello e il cattivo tempo dalla poltrona di segretario della locale Camera del Lavoro. Il sodalizio con D’Antoni, e ancor più con il suo braccio destro Luigi Cocilovo, non si interromperà più. Sulle orme dei due, Bonanni inizia la sua scalata. Segretario della Cisl a Palermo. Poi leader del sindacato isolano, quando dietro lo striscione “Eccoci qua, siamo le vittime della trasparenza”, guida in corteo un gruppo di lavoratori rimasti disoccupati per la chiusura di alcune aziende in odore di mafia. Fino al grande salto del 1991, con l’incarico di capo degli edili, un pacchetto da 250 mila iscritti. Bonanni si fa le ossa scontrandosi duramente con Carla Cantone, tostissima collega della Cgil che nel corso di una riunione con i costruttori dell’Ance lo mette ko davanti a tutti con un formidabile gancio sinistro. Bonanni si lagna con D’Antoni. Il numero uno della Cisl protesta con Sergio Cofferati, che se la ride sotto i baffi. Il leader di Bomba incassa e va dritto per la sua strada. Nel 1998, quando entra nella segreteria confederale della Cisl, confida agli amici. “È solo questione di tempo; alla fine il numero uno sarò io”. Siccome ci crede davvero, sgomita. Si trasferisce a Roma. Riempie il guardaroba di gessati scuri. Comincia a coltivare con metodo lo zoccolo duro della Cisl dantoniana, fino a diventare un signore delle tessere tra i lavoratori del pubblico impiego, i commercianti e i braccianti. Intanto, stabilisce rapporti con il mondo politico romano. Lo fa in modo trasversale. Cattolicissimo (è legato al movimento dei neocatecumenali), autodidatta ma sedicente poliglotta, a tutti regala libri sul papa, sui quali verga pure una dedica. Negli anni della Confindustria di Antonio D’Amato, che lui mostra di apprezzare, e mentre D’Antoni coltiva le sue ambizioni di leader politico nel centro-destra, Bonanni trama d’intesa con il ministro leghista del Welfare Roberto Maroni. E più ancora con il suo sottosegretario Maurizio Sacconi, uno cui la sigla Cgil fa lo stesso effetto del drappo rosso agli occhi del toro. Teorico degli accordi separati (senza cioè la Cgil), scavalca il suo leader Savino Pezzotta. Apre alla cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Lavora alla legge Biagi e alla stesura del Patto per l’Italia. Di fatto, diventa il vero interlocutore nella Cisl del governo di Silvio Berlusconi. Poi D’Antoni, che in attesa di passare la mano al fido Bonanni s’è inventato la segreteria Pezzotta, cambia idea come spesso gli accade e trova ospitalità nella Margherita. Eccellente ballerino (anni fa strappò l’applauso a un gruppo di colleghi spagnoli esibendosi in un impeccabile flamenco), Bonanni esegue lesto la medesima giravolta. Si ricolloca, piazzandosi sotto l’ala di Franco Marini. E all’improvviso il passato gli appare sotto una luce un po’ diversa: “Chiediamo discontinuità rispetto al precedente esecutivo, così forte del proprio consenso elettorale da negare ogni legittimo confronto con le parti sociali”, tuona. “Romano Prodi dovrà rimuovere questa stagione indegna di una democrazia evoluta. È quasi una vergogna che non gli abbiamo fatto un clamoroso sciopero contro”. Messo alla porta l’infedele Pezzotta, che si era smarcato da D’Antoni & C., Bonanni ha traslocato nella stanza di segretario della Cisl portandosi appresso una delle cose cui tiene di più: una foto che lo ritrae mentre stringe la mano all’ex vice presidente Usa, Al Gore. Sulla poltrona di numero uno è arrivato con una maggioranza schiacciante. Ha raccolto 220 voti sui 243 del consiglio generale. Le tessere del filone più meridionale della Cisl, ispirato a un sindacalismo politico ancorato a una visione assistenzialista» (Stefano Liviadotti).
• Nel marzo 2007 ha ceduto ad Alico il 34,6% di Unionvita, la compagnia di assicurazioni nata nel 1994 con l’obiettivo, poi fallito, di lanciare la Cisl nella previdenza integrativa, attraverso la partnership con una multinazionale tra le più forti al mondo (Alico è parte del colosso statunitense Aig). Dalla vendita alla società americana la Confederazione ha incassato 11 milioni di euro.
• Molto critico con il secondo governo Prodi accusato di subire le pressioni della sinistra interna su taglio delle tasse, rinnovo contratti di lavoro, modifiche al protocollo sul welfare ecc. Scatenato contro l’ipotesi che l’Alitalia venisse venduta ai francesi (vedi BERLUSCONI Silvio e PADOA-SCHIOPPA Tommaso), fece letteralmente scappare Air France. Poi tra i primi a firmare con Cai.
• Caduto Prodi auspicò larghe intese tra Veltroni e Berlusconi: «L’importante è che torni la politica, perché sono stanco dei tecnocrati, dei loro fervorini, specie dopo aver visto il modo fallimentare in cui hanno gestito l’economia» (riferendosi all’ex ministro Padoa Schioppa).
• Dopo la vittoria della Cdl, dichiarò che la Cisl sarebbe rimasta «trattativista» e «pronta a discutere». Stesso discorso anche con il nuovo presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia.
• Sulla riforma del modello contrattuale e della rappresentatività sindacale è quello che più spinge per spostare il baricentro dalla contrattazione nazionale a quella aziendale: «Il contratto nazionale dovrebbe servire solo a proteggere il potere d’acquisto mentre la produttività verrebbe rigorosamente distribuita nel secondo livello» (Enrico Marro).
• Inizialmente sostenitore del governo Monti, fu poi molto critico per l’esclusione dei tre principali sindacati dal tavolo delle trattative per il varo della manovra economica del dicembre 2011, la Salva-Italia. Monti mise in crisi il ruolo stesso dei sindacati nelle tematiche che non riguardino strettamente il mondo del lavoro, come la riforma delle pensioni (vedi FORNERO Elsa). Così dopo anni, Cgil, Cisl e Uil tornarono in piazza e a scioperare uniti, anche per il timore di diventare improvvisamente irrilevanti, Duro anche sul problema degli esodati: «Sono il simbolo dell’iniquità, della spregiudicatezza del governo e sono anche il frutto malefico della mancanza di confronto e di concertazione».
• Nella vicenda Fiat-Pomigliano (vedi MARCHIONNE Sergio), si schierò con il Lingotto, contro la Cgil-Fiom. Insieme a Uil, Ugl e Fismic firmò l’accordo per la creazione di nuova società (Newco) non iscritta a Confindustria che avrebbe prodotto Panda. Investimento da settecento milioni di euro, 4.600 assunti. Restando fuori da Confindustria, la Newco fece scattare la norma dello Statuto dei lavoratori secondo cui un sindacato ha diritto di essere rappresentato in fabbrica solo se ha firmato almeno un contratto collettivo nazionale. La Fiom rifiutandosi di firmare rimase dunque senza rappresentanti a Pomigliano. Ne nacque una durissima polemica tra sindacati. Cremaschi, leader storico della Fiom disse che «Angeletti e Bonanni sono la vergogna del sindacalismo italiano (…) per noi non contano più niente». Bonanni replicò: «Si sta facendo tutto questo ambaradan per dieci minuti di pausa in meno, peraltro retribuiti. Iniziamo a lavorare, poi gestiamo la situazione. Alzare gli scudi è sbagliato: la paura più grande deve essere che l’azienda chiude e non investe».
• Fischiato e colpito da un fumogeno durante la festa del Pd da un gruppo dei centri sociali a Torino al grido di «Marchionne comanda e Bonanni obbedisce». Durante la presentazione del suo libro Il tempo della semina (scritto con Lodovico Festa), altra contestazione, questa volta da parte di un gruppo di lavoratori precari. Fischi anche durante il Congresso della Cgil del 2010 che costrinsero Guglielmo Epifani, segretario dell’epoca, a scusarsi.
• Agli inizi del 2008 si arrabbiò molto dopo aver visto il film-documentario In fabbrica di Cristina Comencini sugli operai dagli anni Cinquanta ad oggi, reo, secondo lui, di dare una visione «fuorviante» e «ideologizzata» del mondo del lavoro: «Mi ha fatto venire in mente certe ricostruzioni a senso unico sulla nostra Resistenza, dove sembra che partigiani siano stati solo i comunisti. Qui, in questo documentario, sembra che i sindacalisti sono solo quelli della Cgil e della Fiom e che solo il Pci si sia occupato degli operai. Non si vede mai uno della Cisl».
• Secondo un’inchiesta dell’Espresso, nel 2005 ha acquistato a Roma (quartiere Flaminio) un appartamento di otto vani di proprietà dell’Inps per 201 mila euro (stima della zona 5.000/6.200 euro a mq). Ha poi spiegato: «Nell’acquisto non ho avuto alcun trattamento di privilegio né di favore, visto che avevo in locazione la stessa casa da sedici anni e, come tale, ho solo esercitato come tanti altri inquilini il diritto di prelazione disciplinato dalla legge».
• Ha scritto Mario Giordano in Tutti a casa (Mondadori, 2013) che il figlio Donato ha un alloggio Enasarco nel quartiere della Vittoria a tariffa agevolata.
• A Bomba ha un piccolo oliveto dove sostiene di produrre un olio «tra i migliori d’Italia».
• Sposato con Teresa di Santo, due figli.
• Neocatecumenale: «Tornava da un viaggio in Argentina e sua moglie Teresa, anima gemella “da una vita: lei aveva quattordici anni e io sedici” propiziò la svolta interiore, “mi disse che dovevo assolutamente conoscere delle persone e mi portò a una celebrazione”» (Gian Guido Vecchi) [Cds 15/12/2010].
Critica «Ha modi diretti, spigliati, perfino un po’ ruvidi» (Raffaello Masci).
• «Lui, che politicamente è tutt’altro che un estremista di sinistra. Lui, uno di quelli che, nella Cisl, avevano guardato con meno pregiudizi all’affermazione del centrodestra, nel 2001. Lui, che con quel governo Berlusconi dialogava e che in quell’esecutivo aveva rapporti eccellenti, con i riformisti: a cominciare dall’ex sottosegretario al Lavoro Maurizio Sacconi con il quale, la domenica pomeriggio, faceva lunghe passeggiate a discutere mentre lo scontro sull’articolo 18 era al calor bianco. Bonanni rifiuta la tesi di una sua metamorfosi. Ma una cosa è certa: da quando è segretario generale gli è accaduto sempre più spesso di scavalcare a sinistra chi gli stava a sinistra» (Sergio Rizzo).
• «Il capo della Cisl non resiste al piacere di ascoltarsi. Tra il 14 novembre del 2006 e l’8 novembre dell’anno successivo Bonanni ha collezionato 639 titoli sul notiziario dell’Ansa, che in 607 casi rilanciava sue esternazioni. È dunque intervenuto in media 1,7 volte al giorno, compresi Natale, Capodanno e Ferragosto» (Stefano Livadiotti).
Frasi «A me non piace il modismo. Sono anticonformista, forse perché sono abruzzese ma ho avi toscani».
• «Dire che l’effetto Brunetta è bastato a far crollare l’assenteismo è come dire che Tangentopoli ha sgominato la corruzione».