Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

• Parma 27 giugno 1934 - Roma 9 settembre 2013. Scrittore. Poeta. Tra i suoi libri: La califfa (1964), Questa specie d’amore (1966, premio Campiello), L’occhio del gatto (1968, premio Strega), Il curioso delle donne (1983), I sensi incantati (1991). Da ultimo, Storia della mia storia (Einaudi, 2007). Ha firmato la regia di diversi film spesso tratti dai suoi libri, da La califfa (1970, favorì una tormentata relazione sentimentale con Romy Schneider) a La donna delle meraviglie (1985). Per la tv curò nel 1969 la riduzione di Futili inganni di Giovanni Arpino e realizzò lo sceneggiato Le rose di Danzica (in onda in tre puntate dal 7 ottobre 1981), oltre a vari documentari.
• «“Mio padre sposò mia madre quattro anni dopo la mia nascita”. La madre, Lisa Cantadori che, diciottenne, rimane incinta, non ancora sposata, e non vuole abortire, contro tutto e contro tutti (“Buttalo a mare, quel figlio”, “Dài, uccidilo, Lisa”). E fa la serva, “strisciando nella sporcizia altrui”, sfregando pavimenti con strofinacci e spazzoloni, pur di crearlo al meglio delle sue forze. “Nessuno ti voleva, garibaldino. Nemmeno tuo padre, che poi ha saputo lavarsi la coscienza, ed è stato un buon padre. Nessuno ti voleva, solo io... Mi sarei fatta ammazzare piuttosto che liberarmi di quella pancia piena di te...”. Alberto nasce. Il padre, Mario, aviatore, acrobata dell’aria, in seguito epurato per aver partecipato alle avventure di Italo Balbo, riappare e sposa Lisa “in chiesa”. Nasce un’altra figlia. La madre (Alberto ha 14 anni) precipita in uno stato depressivo terribile, fino all’esplosione di un incubo: la paura di uccidere i figli per troppo amore. Gli internamenti in ospedale si alternano a fugaci rientri a casa, ma gli elettroshock non alleviano l’ossessione. Alberto l’assiste per quello che può. “Il tuo non voler figli è dipeso da me, vero?”, gli chiederà un giorno. “Ti sei sentito la causa di quanto soffrivo. E hai avuto paura di passare a un figlio lo stesso tormento della testa che io ho passato a te”. Avanti negli anni Lisa guarisce e recupera il culto dell’ironia e del sorriso, il piacere dell’allegria, la vitalità giovanile di quando era bella e ammirata e raccontava alla gente del suo quartiere tante “vaghèzie”: parabole un po’ inventate e un po’ no. Alberto la porta anche a Parigi e realizza un suo sogno di ragazza. “Allora è vero?”, esclama dal balcone della camera d’albergo davanti allo spettacolo della città. Madre e figlio ritrovano una gioia comune. Sono giorni anche di reciproche confessioni. “Una vita a sé, incastonata, che è valsa mille vite in una”, annota Bevilacqua. Tre mesi dopo, Lisa non c’è più: la uccide una malattia organica» (Luigi Vaccari). La vicenda dei genitori è stata raccontata in Lui che ti tradiva (Mondadori, 2006), libro nel quale Bevilacqua confessa anche di essere stato violentato a sei anni e mezzo da una «donna apparsa dal nulla, un’orchessa» accompagnata da due cani che lo costrinse mentre era sdraiato «nudo sotto il sole sulla riva del grande fiume».
• «Vivevo in una casa poverissima, senza telefono. Leonardo Sciascia mi rintracciò, era arrivato a Parma a sorpresa, non l’avevo mai visto. Fu mia madre a dirmi: “C’è di là un signore tutto vestito di nero che ti aspetta e non dice una parola”. Era il 1955. Avevo scritto La polvere sull’erba, primo romanzo che non ho mai pubblicato (è poi uscito da Einaudi nel 2000). L’aveva letto tramite uno scrittore parmigiano precocemente scomparso, Mario Colombi Guidotti, che aveva pubblicato nella collana diretta da Sciascia, “I Quaderni di Galleria”. Ne era rimasto molto colpito. Mi disse che il testo era troppo lungo per i suoi quaderni. Dove stampò le Prove d’autore poetiche con cui preparo sempre l’atmosfera di ogni mio libro. Però mi disse anche che pubblicare il romanzo allora, mi avrebbe scatenato addosso un putiferio censorio».
• «I miei veri compagni di strada che avevano venti o trent’anni più di me da Paolo Volponi a Sciascia, a Goffredo Parise, a Beppe Fenoglio, sono scomparsi. E oggi mi trovo orfano. Quella era la mia generazione».
• Filologo di se stesso, nel 2007 pubblicò Poesie (a cura di Alberto Bertoni, Mondadori). Giorgio De Rienzo: «Rimescola, reinterpreta, taglia e integra le sue nove raccolte dall’ Amicizia perduta del 1961 a Tu che mi ascolti del 2003, a cui aggiunge frammenti dei giovanili (e inediti) Poemi del fango. I temi sono quelli noti della sua narrativa: Parma e la giovinezza travagliata, l’esilio e i viaggi, il destino di dolore che accomuna gli uomini, il rinnegare la vita fonte del male, l’indifferenza del creato, l’inutilità della Storia, il poco amore e la molta solitudine, l’invettiva e l’eloquenza dei sentimenti, il martirio della nevrosi, la bestemmia e la preghiera».
• Da ultimo Storie della mia storia cinquanta racconti che costituiscono una sorta di autobiografia in forma fantastica (un terzo circa dei testi proviene da Una misteriosa felicità del 1988).
• Nell’estate 2007 si parlò di una sua candidatura al premio Nobel per la letteratura.