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 2017  dicembre 13 Mercoledì calendario

• Roma 11 gennaio 1991. Calciatore. Centrocampista. Del Genoa (in comproprietà con la Roma). Esordio in Nazionale il 18 novembre 2014 nell’amichevole con l’Albania.
• Nato nel quartiere di Spinaceto, cresciuto nelle giovanili della Roma, due stagioni al Lecce (2010-12), con cui ha debuttato in Seria A il 21 novembre 2010 (match contro la Sampdoria, sconfitta 2-3). Poi l’esplosione con il Genoa.
• Mancino. «Già facevo danni col sinistro: distruggevo i mobili e mamma si avvelenava, prendevo la mira sugli oggetti più preziosi. C’era un servizio di bicchierini dell’Ottocento che in famiglia si tramandavano da generazioni. Erano dieci, ne saranno rimasti sì e no tre...».
• «Generoso e duttile, ha trovato a Genova quella continuità gli permette di esser utile anche a Conte in Nazionale» (Marco Callai) [Mes 13/12/2014].
• «Poi ci sono i giocatori di cui si parla poco. Come Andrea Bertolacci. Atalanta-Genoa. Secondo tempo, c’è una palla che vaga a 6-7 metri dall’area di rigore dell’Atalanta, la prende Bertolacci che alza la testa, vede arrivare un avversario, la tocca piano, furbo, fantastico, è un tunnel pazzesco che lo mette da solo di fronte alla porta. Gol. Il più bello della giornata. Sesto gol in campionato per il centrocampista del Genoa. Il quinto l’aveva fatto sei giorni prima, in casa contro il Torino. Da favola pure quello. Bertolacci è il simbolo di un certo pallone e di un certo modo di raccontarlo. Giocatori che spesso fanno la differenza, fanno giocate da fenomeni, ma che non sono esaltati, perché non giocano nelle squadre più forti e perché non sono i nomi che colpiscono l’immaginazione» (Giuseppe De Bellis) [Grn 18/5/2015].
• Da bambino tifava Milan e portava il codino in omaggio a Roberto Baggio. «Poi mio papà mi ha spiegato cosa significa nascere e vivere a Roma. Così sono diventato giallorosso a 8-9 anni. Ricordo lo scudetto del 2001: volevo andare all’Olimpico ma poi mi sono dovuto accontentare della tv».
• Il nonno Angelo era campione italiano di inseguimento in bici, il padre Fabio ha vinto il mondiale di offshore. «Da piccolo sognavo di correre come papà, altro che calcio. Lo seguivo in ogni gara e insistevo: “Papà, fammi salire in barca con te”, finché a 8 anni, mi accontentò, per prova. Ma dopo 30 secondi che accelerava capii che non faceva per me, gli chiesi di scendere e non lo seguii più. Forse l’ha fatto apposta: sapeva che rischiava la vita, non voleva che la rischiasse anche suo figlio”» (a Giulio Di Feo) [Gds 29/11/2014].