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 2017  dicembre 13 Mercoledì calendario

• Santa Margherita Ligure (Genova) 10 ottobre 1930. Fotografo. «Fotografare per me è riconoscere in meno di un secondo un dettaglio della vita».
• «Cresciuto in una famiglia della ricca borghesia del Nord (“Ma ho fatto il cameriere e il bagnino in Svizzera, ho lavorato in un albergo in Francia”), con un rigore formale pari a un esemplare impegno morale, Berengo Gardin ha raccontato in mezzo secolo di carriera la gente comune, gli emarginati, il lavoro, i manicomi, la quotidianità, gli zingari. Gli altri, insomma. Ernst Gombrich lo ha citato come unico fotografo nel saggio The Image and the Eye. Nel 1975 Cecil Beaton lo ha incluso nel libro The magic image. The genius of photography from 1939 to the present day. Sempre nel 1975 Bill Brandt lo ha selezionato per la mostra Twentieth Century Landscape photographs al Victoria and Albert Museum» (Massimo Di Forti).
• «La sua lunga carriera inizia a Venezia negli Anni Cinquanta. “Allora - ricorda - facevo il giornalista aeronautico e mi servivano delle fotografie per corredare i miei pezzi”. La passione per l’immagine lo portò a frequentare un circolo fotoamatoriale - la celeberrima Gondola, da cui nacque una nidiata di grandi fotografi, come Fulvio Roiter e Mario De Biasi. “Paolo Monti, anima di quel circolo, fu un grande maestro, ma avevo anche uno zio in America, che sapendo delle mia passione mi mise in contatto con Cornell Capa. Lui mi mandò un tipo di pellicola che allora non esisteva in Italia e permetteva di fare fotografie senza flash anche di sera. Soprattutto mi spedì dei libri: capii che la fotografia non era solo bei tramonti o bei vecchietti come si pensava allora in Italia”. Così scoprì i fotografi di Life e quelli della Magnum, le esperienze di documentazione sociale come quella della Farm Administration Security con pattuglie di fotografi a raccontare la povertà e le speranze del New Deal. “Io non mi considero, a differenza di tanti giovani di oggi, un artista. Sono un artigiano o forse un giornalista che invece di usare il computer usa la macchina fotografica. Credo che il nostro dovere sia raccontare la società, se vogliamo usare un termine non di moda sono convinto che l’impegno sociale sia ancora un valore”.
• A metterlo in contatto con il mondo della carta stampata milanese fu Leo Longanesi. “Lo incontrai per caso. Io stavo mostrando in un bar di Milano alcune mie immagini ad un amico. Longanesi che era a un tavolo vicino allungò il collo e mi disse ‘Sono belle, me le porti domani al giornale che gliele compro’. Non sapevo neppure chi fosse e di quale giornale stesse parlando. Quando mi spiegarono chi era quasi non ci credevo. Il giorno dopo corsi da lui e fu così che le mie prime foto apparvero sul Borghese, che allora non era così di destra come divenne in seguito”» (Rocco Moliterni).
• «Io sono nato con il cinema in bianco e nero, con la tv in bianco e nero, ho succhiato bianco e nero per tutta la mia giovinezza, ne sono innamorato. Da un punto di vista grafico il bianco e nero è insuperabile. Ciò non toglie che ci siano fotografi capaci di usare il colore in modo straordinario. Ma il colore distrae... Quando fotografi a colori sei più attratto dalla maglia rossa del soggetto che dalla sua faccia: finisce che fotografi più il colore del soggetto. E questo, per me, è inammissibile».
• «Non uso quasi mai il flash perché fa una luce irreale, e quando non ce n’è abbastanza, preferisco rinunciare allo scatto. Non uso il cavalletto perché blocca la macchina che invece deve navigare sempre libera, cercarsi la sua traiettoria. Non uso i super grandangoli, tipo il 17 o il 15, perché deformano. Non uso i super tele perché preferisco la visione naturale delle cose e non le prestazioni dalla distanza. Non ho mai fatto foto per la pubblicità. Non faccio still life. Non mi interessano il nudo o la foto posata, o la foto artistica, anche se qualche volta ammiro le fotografie di Helmut Newton».