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 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

• Bologna 27 febbraio 1922. Pittore. Uno dei padri della pittura informale. «Conoscevo qualche francese: Estève, Singier, Bissière, che però erano post-cubisti, non veramente astratti. Mi sentivo d’altronde lontano dalle polemiche furiose fra astratto e figurativo: come stessero “altrove”, come “altrove”, per me, è sempre rimasta la politica».
• Facoltà di Architettura a Firenze, accademia di Belle Arti a Bologna, con maestri come Giorgio Morandi e Virgilio Guidi. «Guidi sì, l’ho avuto davvero per maestro, e poi per amico. All’Accademia, dove lo incontravo ogni giorno, e ogni giorno lo sentivo insegnare, con quella voglia che aveva di trasmettere idee, sapienza. Poi arrivò la guerra, e dall’Accademia se ne andarono proprio tutti; finché rimanemmo da soli, Guidi, il custode Machiavelli e io. Allora mi concesse di lavorare nello studio di pittura, e veniva lì a parlare con me. Nel suo studio no, non ci andavo: per una sorta di pudore, di timidezza, che mi porto dietro anche oggi. Però mi passò quando andai alle prime Biennali del dopoguerra, e vidi che lui (che nel frattempo s’era trasferito là, allontanato da Bologna per un’accusa di complicità col regime) aveva una corte infinita di allievi, tutti a far testine o marine guidiane. Allora ho trovato il coraggio, e un giorno sono andato a Venezia apposta per dirgli che non l’avrei seguito fino a quel punto, che avrei cominciato una strada mia. Morandi era molto diverso. Ti offriva, come dire, tutto l’armamentario, quasi artigiano, necessario per esprimerti, ma mai una suggestione che potesse istradarti (o forse plagiarti?). Parlava pochissimo, con tutti noi. Il giorno che gli portai la mia prima incisione, mi disse soltanto: “Beh, la prego di rifarla”. Di lui ricordo soprattutto un episodio che mi colpì. In aula, entrò un giorno Giovanni Romagnoli, l’altro grande protagonista della pittura bolognese, che all’Accademia insegnava decorazione, e chiese a Morandi della carta vetrata, che aveva finita. Morandi, sollecito ma muto, viene alla mia cassettina degli attrezzi, cerca, prende un pezzettino già usato, logoro di carta vetrata - ma proprio un pezzettino - e glielo porge. Io mi sono sentito morire: mi pareva che gli avesse fatto un insulto. Invece ci aveva forse silenziosamente insegnato ancora una volta un rispetto ultimo per le cose, fin le più piccole cose che servono alla pittura» (a Fabrizio D’Amico).
• All’inzio degli anni Cinquanta inizia ad esporre: a Firenze, Milano, Londra e nel 56 alla Biennale, dove avrà una sala personale nel 64 e nel 72. «Ho avuto la forza o, forse, la fortuna di non cedere a nessun patteggiamento ricattatorio. Ho cominciato a rispondere a tutte le mie esigenze più segrete, sapendo di dover rinunciare a vantaggi economici. Forse molti ridono di ciò, e forse molti dubitano, ma io credo che se si vuole essere liberi in un contesto sociale, e imparare a coesistere con il diverso, non si può fare altro che assumere un comportamento simile».
• Nel 2012 esce il libro monografico Vasco Bendini a cura di Flaminio Gualdoni e Ivo Iori con una testimonianza di Stefano Agosti (Grafiche Step, Parma). Il 27 febbraio 2013, in occasione del suo novantunesimo compleanno, si inaugura al Macro di Roma la mostra Vasco Bendini 1966-67, curata da Gabriele Simongini. In tale circostanza dona al museo due opere: La scatola U del 1966 e la Cabina solare del 1967.
• Vive e lavora a Roma. (a cura di Lauretta Colonnelli).