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 2017  dicembre 14 Giovedì calendario

• Gioiosa Jonica (Reggio Calabria) 4 agosto 1952. Detto Mimmo. ’Ndranghetista. Organizzò l’assassinio del procuratore di Torino Bruno Caccia (26 giugno 1983). Detenuto dal 1983, condannato all’ergastolo, per questo e per altri omicidi.
• Operante a Torino, alla fine degli anni Settanta, in combutta col cognato Placido Barresi. Clan specializzato nei sequestri di persona (specialità dei calabresi), riciclaggio del denaro attraverso il Banco dei Pegni, varie società finanziarie e la gioielleria Corsi di via Roma. Testa di legno per l’intestazione dei beni il Franco Gonella titolare del bar Monique davanti alla Procura (Monique era il nome della moglie, Monique Delville), luogo perfetto per la raccolta delle informazioni. Belfiore abitava in un rustico del castello di San Sebastiano Po, fuori Torino, posizione dominante sulla sommità di una collina. Tutto intorno un parco. Gliel’aveva trovato lo stesso Gonella.
• Non si segnalano conflitti con il clan dei catanesi, allora dominante in città, perché le due organizzazioni si divisero il territorio. Gli accordi si stipulavano al ristorante Tre Lampioni di Orbassano oppure, in Torino, alla gioielleria Corsi o al bar Antonella di via Pisa (così nell’89 i giudici della Corte d’Appello).
• I calabresi, se arrestati, stavano in galera poco, grazie alla compiacenza di troppi magistrati. Quando, il 29 ottobre 1982, fu preso Barresi, il cognato di Belfiore, non vi fu invece modo di convincere il procuratore Caccia a una qualche indulgenza. Il pentito Roberto Miano: «Non era possibile corrompere Caccia… Caccia non poteva essere comprato (...) ed era accanito contro la delinquenza organizzata e molte volte esagerava perché si appellava anche contro gli imputati che erano scarcerati per motivi di salute». Belfiore decide dunque di provvedere: non appena ha un minuto libero «al posto di andare a fare niente», comincia a “filare” Caccia, cioè a seguirlo. Un pentito riferirà poi la seguente osservazione dello stesso Belfiore: «I magistrati si comportavano come pazzi, perché mentre nei momenti di ufficio erano guardinghi, dopo un’ora che sono a casa, li vedi magari». Caccia, infatti, a cui è stata assegnata la scorta, non rinunciava la sera a portar fuori il cagnolino.
• Belfiore chiama dalla Calabria «due che vengono uccidono e se ne vanno». Costoro, la sera del 26 giugno 1983, a bordo di una Fiat 128 rubata di color verde, vanno ad aspettarlo sotto casa, in via Sommacampagna, zona residenziale ai piedi della collina. Sono a volto scoperto. Quando alle undici e mezza Caccia esce dal portone, l’autista gli spara con la pistola dal finestrino e l’altro scende per finirlo con svariati colpi in testa. Mentre sgommano per andarsene il sicario seduto al posto del passeggero fa il gesto della pistola con la mano e grida «bang! bang! bang!» ai quattro passanti che hanno visto tutto per ammonirli a non parlare. Il magistrato arrivò all’ospedale cadavere.
• L’idea che l’omicidio potesse avere una matrice brigatista viene scartata subito. Gli stessi bierre, alla sbarra a Torino in quel momento, leggono un proclama in cui accusano polizia e magistratura di voler deviare l’andamento del processo e «nascondere le contraddizioni aperte dalle faide feroci tra le varie mafie politiche – economiche della città» (11 luglio 1983).
• La verità viene fuori grazie a Francesco Miano, capo dei catanesi, detenuto alle Vallette e addetto a funzioni di scrivano. Agenti dei servizi gli chiedono se sarebbe disposto a interrogare discretamente sul delitto i suoi compagni di carcere. Miano accetta, a suo dire per non essere incriminato anche di quell’assassinio «così come si verificava per tutti i fatti delittuosi avvenuti in Torino e periferia negli ultimi sei anni». Procede nascondendo un registratore nella camicia. Lo stesso Belfiore gli confessa il delitto e precisa di aver messo in programma, a suo tempo, anche la soppressione del giudice Sorbello e del pm Maddalena, progetti andati poi a monte. Miano si fece poi trasferire ad altro carcere, ma suo fratello Santo venne ammazzato per ritorsione in piazza Corpus Domini a Torino. Al processo, il pentito catanese Carmelo Giuffrida disse: «Le persone che a mio avviso hanno commesso l’omicidio vantano protezioni e amicizie anche tra le autorità dello Stato ed anche tra i magistrati». Gli esecutori del delitto non sono mai stati presi, secondo Giuseppe Belfiore, fratello di Mimmo, neanche Mimmo li conosceva «perché non vuole saperlo». Il castelletto di San Sebastiano Po, confiscato e assegnato al comune, nel 2006 era ancora nella disponibilità della famiglia di Mimmo Belfiore: padre, moglie e una cognata (vedova bianca di mafia) spiegarono di non poter andare altrove. Dove avrebbero infatti sistemato il loro gregge di duecento capre?