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 2017  dicembre 11 Lunedì calendario

• Roma 3 luglio 1955. Giornalista. Del Corriere della Sera, di cui è stato vicedirettore dal 2004 al 2009. Già vicedirettore di Panorama. Ai tempi della Stampa, grande successo con la rubrica “Parolaio”. Tra i suoi libri: La fine dell’innocenza (Marsilio 2000), Il partito degli intellettuali (Laterza 2001), Il fattore R (Rizzoli 2003, con Alberto Ronchey), Cancellare le tracce. Il caso Grass e il silenzio degli intellettuali italiani dopo il fascismo (Rizzoli 2006). In tv ha condotto Batti e ribatti (Raiuno) nel 2004 e Altra storia (La7) dal 2003 al 2007, per tre edizioni. Nel 2013 ha pubblicato per Rizzoli La fine del giorno: «il diario scritto dopo la morte di Silvia, compagna di vent’anni di vita e madre di sua figlia Marta. Sceglie di raccontare in terza persona, discretamente, sommessamente, ma senza mai simulare un distacco impossibile: parla di P. e di Silvia, messi di fronte alle prove inflitte da una malattia crudele che si porta via Silvia a cinquantadue anni» (Nicoletta Tiliacos) [Fog 12/4/2014]. Da ultimo, sempre per Rizzoli, # I libri sono pericolosi. Perciò li bruciano (2014).
• Marco Travaglio lo ha soprannominato "cerchioBattista".
• «Il 68 lo ha sorpreso al liceo Mamiani di Roma. La ventata di libertà lo convogliò in un gruppetto, Unità operaia, marxista-leninista. Poi il Manifesto. Poi la rottura con la sinistra, la scoperta di Marco Pannella e dei radicali. Per gli ex compagni diventò un traditore come Giuliano Ferrara, suo amico e “fratello maggiore”» (Claudio Sabelli Fioretti).
• «Pierluigi Battista, piaccia o non piaccia, è una delle firme più seguite del Corriere della Sera e un commentatore equilibrato. Ma ha questo difetto di fabbrica: è rimasto schiavo degli stilemi della sinistra. Càpita quando il Sessantotto ti coglie adolescente al liceo Mamiani di Roma, dove furono allevati gli Eugenio Scalfari e i Marco Lombardo Radice, e t’intruppa in un gruppuscolo chiamato Unità operaia marxista-leninista. Quando leggo Battista, tra le righe colgo sempre che nutre ancora una forte diffidenza per tutto ciò che non è di derivazione progressista. Teme l’opinione degli ex compagni, fatica a liberarsi dei pregiudizi. Ciò mi costringe ad abbassargli il punteggio» (Vittorio Feltri e Stefano Lorenzetto, Buoni e cattivi, Marsilio 2014).
• «Certi slogan come “Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi” oppure “Uccidere un fascista non è reato” erano un tormento. Io ero in lite con mio padre, che era borghese e fascista, ma non potevo pensare che dovesse essere ucciso».