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 2018  giugno 19 Martedì calendario

• Roma 13 marzo 1957. Giornalista. Dal 2005 a La Stampa. Famoso anche con lo pseudonimo “Jena”. Dal 1998 al 2003 direttore del Manifesto, giornale per cui ha iniziato a lavorare nel 1980, occupandosi di cronaca e poi al servizio sindacale; dall’87 al ’90 è stato caposervizio agli interni, caporedattore centrale fino al ’95, poi notista politico, quindi vicedirettore dal ’96 al ’98 con Valentino Parlato direttore.
• È stato definito «la penna più acuminata della stampa di sinistra, al Manifesto dal 1980, ha iniziato con la tradizionale gavetta, per assumere nel 1998 la guida del giornale. La direzione è durata fino al 2003, quando il piano editoriale presentato da Barenghi, con il vicedirettore Roberta Carlini, non ha ottenuto il voto di fiducia della redazione. Barenghi è conosciuto soprattutto per il brevissimo corsivo di prima pagina, cominciato nel luglio del 2000, che spesso prende di mira i leader del centrosinistra» (Monica Guerzoni).
• «Andavo al Liceo sperimentale della Bufalotta. Molto di sinistra. Da ragazzino, per un po’ di tempo, sono stato di Lotta Continua. Ho quasi smesso di fare politica quando ho visto quello che stava succedendo. Ricordo le prime pistole all’Università. Andavo alle manifestazioni ma con sempre minore entusiasmo. La cultura politica in realtà me la sono fatta al manifesto (…) Ero convinto di sapere scrivere e mi attirava molto l’idea di poterlo fare su un giornale (anche perché vedevo mia madre, Vanna Barenghi, che scriveva su Repubblica e il suo lavoro mi affascinava)».
• «Nell’attesa dell’occasione per poter cominciare a lavorare in una redazione avevo aperto con degli amici un negozio di roba usata e poi una discoteca rock. Cominciai a lavorare di giorno al manifesto e di notte nella discoteca. Al manifesto non guadagnavo niente, in discoteca 18 milioni l’anno. Ma alla fine ci chiusero per troppe canne. La polizia fece un’incursione, tutti cominciarono a buttare la roba che avevano addosso ma alla fine i poliziotti trovarono una cinquantina di grammi di hashish. Arrestarono solo noi che l’unica colpa che avevamo era quella di gestire il locale. Sei giorni a Regina Coeli. Dopo due anni, assolti. Nel frattempo mi assunsero al manifesto» (a Claudio Sabelli Fioretti nel 2005).
• Per lo pseudonimo “jena”, che ha trasportato dal Manifesto alla Stampa, «mi sono ispirato a due motivi tra di loro lontanissimi. A Jena Plissken, eroe di 1997 Fuga da New York, interpretato nel 1981 da Kurt Russell: un detenuto dalla battuta facile, chiamato a salvare il presidente degli Stati Uniti, caduto con l’aereo sull’isola di Manhattan, ridotta a prigione per i delinquenti più violenti. E a una citazione di Massimo D’Alema sui giornalisti, definiti “jene calligrafiche”».
• La Jena nacque nel 2000, «quando ero direttore del Manifesto già da un paio d’anni. Avevamo cambiato la grafica ed era stato introdotto questo corsivo riquadrato in prima pagina, una vecchia tradizione del giornale in disuso da anni: ai tempi lo firmavano Aloisius, cioè Luigi Pintor o Dedalus, che era Umberto Eco. Quando lo abbiamo reintrodotto lo facevamo a turno. Però diventò ben presto un incubo: mi toccava girare per il giornale chiedendo “chi lo fa il corsivo oggi?”, e tutti scappavano. Allora ho detto: ok, lo faccio io e tanti saluti (…) Per anni è stato un segreto ben custodito. Venivo bersagliato di domande e di supposizioni a ogni cena, ma tenevo duro. Poi col tempo la cosa è trapelata, almeno nel circolo giornalistico e politico» (a Laura Cesaretti).
• Due libri pubblicati nel 2008: Jena. Otto anni di agguati della belva più feroce del giornalismo italiano (Fazi), Eutanasia della sinistra (Fazi).
• Due figli Giulia e Francesco, nati nel 1988 e nel 2000. Una compagna, Laura.